Le api, il miele e il mondo dell'alveare nel mito



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Premessa al mondo dell'alveare nel mito

E' molto probabile che le antiche civiltà, che si affacciavano sul mare Mediterraneo e che praticavano l'apicoltura con buon successo, abbiano proiettato nel mondo dell'alveare, secondo le loro relative conoscenze di questo microcosmo sociale animale, l'umanesimo nella sua propensione mistico-celestiale-ultraterrena ad identificarsi nell'età dell'oro; l'età dell'oro molto spesso riappare, in qualche rito iniziatico di civiltà evolute che conoscono l'apicoltura, come mondo ultraterreno in cui i morti giusti, i morti vissuti secondo la norma, continuano a vivere come api e sfuggono al destino di diventare polvere dopo la morte. Egiziani, mesopotamici, cretesi, ebrei, greci e probabilmente anche gli antichi abitanti di Oman(e mi fermo all'area mediterranea e a quella del medio-oriente) ebbero una grande considerazione delle api e pare che ci sia una connessione culturale linguistica indoeuropea tra api, leone e parola, in quanto i segnali che si fanno le api sembravano di origine divina. Anche nel medio-oriente il mondo dell'alveare aveva assunto delle connotazioni religiose. Gli antichi Babilonesi ( 1600 a. C. circa) veneravano il dio Mithra che era rappresentato come un leone che teneva nelle sue fauci un’ape. Ape infatti, nella lingua locale, si pronunciava “Dabar” e “Dabar” era anche il termine per indicare la “Parola” (divina). A tal proposito vedi lo studio di Francesco Aspesi, Il miele, cibo degli dei. Gli antichi consideravano quella che noi chiamiamo "ape regina", il re di un popolo seminomade che si spostava in cerca di terra fertile e che nel suo spostarsi si portava appresso un intero popolo.
Secondo gli antichi, le api non avevano una generazione animale, da contatto fisico. Per gli antichi le api erano partenogenetiche, ovvero facevano le larve, che sarebbero diventate api, per virtù spontanea, come fossero piante che fanno i semi. Esiodo, il poeta contadino, così cantava:
...la quercia sui monti dalla sua vetta produce le ghiande, dal tronco le pecchie...(Le opere, vv. 232-233).
Nelle Georgiche di Virgilio nessuna ape si riproduce:
e meraviglia avrai di un’altra usanza delle api: non inducono all’amplesso, non rendono fiacchi i corpi col piacere; né i figli partoriscono tra le doglie. Infatti con la bocca esse raccolgono i nati che le foglie generarono o qualche erba soave;da sole producono il re e il loro popolo” (Georgica 4^ vv.198 sqq.)
Oppure le api provenivano dagli organismi in putrefazione e chiamavano tale generazione, "bugonia", ovvero da viscere di animali, leoni o leonesse(nella Bibbia dal corpo di un leone ucciso da Sansone escono le api, Giudici 14, 8-9), tori e giovenche, offerti in sacrificio agli dei e lasciati per nove giorni in putrefazione, secondo il mito di Aristeo, figlio di Apollo e di Cirene, quest'ultima, una dea che ha qualche tratto in comune con Artemide.
Al contrario di tutti gli altri allevatori, probabilmente, gli allevatori di api non furono considerati di casta inferiore, in quanto il loro sguardo non poteva mai essersi soffermato sulla copulazione di questi animali. Anzi probabilmente furoni propugnatori di nuove idee, implicanti una qualche forma di eresia nei confronti della religione ufficiale o predominante: nel senso che molto spesso in diverse culture le idee religiose hanno implicato e implicano una visione del mondo totalitaria in cui non c'è posto per un avanzamento delle conoscenze basate sull'osservazione.
Probabilmente Aristeo fu una sorta di divinità locale dei paesi del Mediterraneo, prima delle invasioni di popolazioni provenienti dalla zona danubiana. Probabilmente presso le popolazioni pre-greche era abbastanza fiorente l'agricoltura, associata alla pastorizia e all'apicoltura. Aristeo, come Nume che inventa e dona sistemi produttivi, fu venerato in numerose località: il suo culto è attestato in Beozia, in Tessaglia, in Arcadia, a Ceo, in Eubea, in Calcide, a Caristos, a Corfù, a Siracusa, in Sardegna. A Cirene gli attribuirono capacità di guaritore e a lui fu attribuita la coltivazione del silfio, una pianta endemica della Libia, apprezzata come medicina o essenza. Nell'isola di Ceo, nelle Cicladi, però, Aristeo suscita i venti etesi per cancellare gli effetti nefasti di una pestilenza causata dalla stella canicolare Sirio. In questo ultimo caso le sue capacità di tipo celeste-magico-religioso lo rendono vicino a Zeus. E probabilmente per questo la leggenda mitica lo relega infine in Sardegna, un'isola protetta dal mare e dalle invasioni. La sua capacità di ritrovare soluzioni viene oscurata sia dalla figura di Athena, la figlia nata dalla testa di Zeus, chiamata "macanitide" (accorta, che trova nuove soluzioni), ma anche "promachos"(prima in battaglia) e dea degli artigiani(molto più utili alla guerra rispetto agli inermi contadini), ma anche dal dio che muore e risorge, ovvero Dioniso. Anzi nella Tracia, dove ha pure un culto, Aristeo è ricordato come partecipe ai misteri di Dioniso, figura cui finirà per essere assimilato per via dei comuni poteri mantici e per i legami col mondo ctonio e agro-pastorale.

Costruzioni risalenti al IV millennio a.C. a Oman nella penisola arabica

In alto dei monumenti risalenti al IV millennio a.C. a forma di alveare presenti in Oman nella penisola arabica, comunemente chiamati tombe, senza che vi siano state trovate intorno delle ossa umane. Probabilmente si tratta di costruzioni adibite per ospitare gli spiriti degli antenati dei clan tribali e nelle quali il giovane iniziato si recava per incontrare il suo antenato. In quel tempo il mondo celeste era collegato al mondo ultraterreno in cui andavano i morti e il sole ogni notte si recava nel mondo dei morti. Questa mia indicazione circa l'uso di queste tombe deriva dalla considerazione che in numerosi racconti popolari l'eroe o l'eroina vanno nell'altro mondo andando in cima a un colle. La forma ad alveare della costruzione è connessa alle forme delle vere e proprie tombe che sicuramente non stavano in un posto rialzato, alla vista di tutti, ma erano piuttosto mimetizzate nell'ambiente e protette. E' pure possibile che siano pure delle costruzioni dove erano stanziati dei giovani soldati che facevano il servizio di guardia di un territorio.


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Le api nel mito: premessa

E' molto probabile che le antiche civiltà, che si affacciavano sul mare Mediterraneo e che praticavano l'apicoltura con buon successo, abbiano proiettato nel mondo dell'alveare, secondo le loro relative conoscenze di questo microcosmo sociale animale, l'umanesimo nella sua propensione mistico-celestiale-ultraterrena(segue)


Esiodo e i fuchi dell'alveare

Esiodo, il poeta contadino, ravvisa nei fuchi il malanno degli alveari, come le donne sono il malanno delle società umane(Teogonia vv. 594-602). Ed Esiodo, in merito al coesistere di fuchi molto numerosi con alveari in forte decadenza, aveva ragione.(segue)


L'alveare secondo Aristotele

Per le caratterische differenziate Aristotele, nell’Historia animalium (Trattato della generazione e Le parti degli animali 488 a), annovera le api tra gli animali sociali che vivono in un gruppo organizzato, in cui tutti i membri si adoperano per un fine comune,(segue)


Il dio ittita Telipinu e l'ape

Il racconto mitico di Telipinu è di difficile interpretazione perché non ci sono pervenuti tanti altri miti degli Ittiti che possono illuminare questo racconto. Nel racconto l'ape non è risolutiva(segue)



Melissa la sacerdotessa di Eleusi

Nella religione greca sono chiamate "melissa", cioè ape, alcune sacerdotesse. La più importante tra esse è la sacerdotessa di Demetra a Eleusi, che pare facesse una (segue)


L'antro delle ninfe nell'Odissea

Nell'Odissea di Omero c'è la connessione delle api e del mondo dell'alveare ad una esistenza superiore che in un certo qual modo supera la morte. Le api che stanno nell'antro delle ninfe sono quasi il paradigma di un mondo perfetto (segue)


Il mito di Glauco figlio di Minosse

Altro mito in cui c'è un riferimento al miele e nel contempo alla morte è quello di Glauco. Figlio di Minosse e di Pasifae, da bambino cadde in una giara di miele e morì soffocato, ma fu poi resuscitato da Asclepio (segue)


Il mito di Euridice e di Aristeo

Se nel mito di Glauco, seguendo l'operato dei serpenti si ottiene la rinascita, nel mito di Euridice il serpente dà la morte. Il mito non è di facile decifrazione (segue)


Orfeo anti-eroe inconciliabile col mondo dell'alveare

Il mondo dell'alveare non è invece conciliabile con la personalità di Orfeo. Per Orfeo, il canto e la musica, non sono preghiera rivolta ai numi, non sono mezzo per comunicare e per esaltare la comunicazione tra i componenti di un gruppo(segue)


La figura enigmatica di Atalanta

Probabilmente, nel mito della caccia al cinghiale mostruoso di Calidone, Atalanta rappresenta la fanciulla nel margine, tra impubertà e pubertà, che non si deve assolutamente amare. E Meleagro, che si era innamorato di lei e l'aveva considerata la vera vincitrice (segue)


Le api nelle favole di Esopo e di Fedro

Se in sede mitico-religiosa le api e il mondo dell'alveare sono molto positive e rimandano a un sistema giusto in cui, per esempio, i fuchi, ritenuti inetti, vengono messi da parte e lasciati morire, nelle fiabe o meglio nelle fabule di Esopo e di Fedro (segue)


Le api del Sudamerica

In altri territori le api mellifere sono di natura diversa. Faccio riferimenti alle api dell' America tropicale, di cui Levì-Strauss ha tenuto conto studiando le culture tribali di quel territorio. Infatti le specie che producevano miele in una quantità apprezzabile, hanno comportamenti alquanto diversi dalle api europee(segue)




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