La credenza del gatto nero

Il gatto con gli stivali di C. Perrault e altri racconti col gatto aiutante

Gatto di Villa Turrisi a Palermo.

Secondo una antica leggenda della Savoia diffusa in tutta la Francia e in Inghilterra, il Matagot è un gatto randagio, spesse volte nero, portafortuna e in cerca di padrone. Per propiziarselo bisogna offrirgli del pollo arrosto e poi accoglierlo in casa. La prima sera che il Matagot passa in casa deve ricevere cibo proveniente dallo stesso piatto del padrone. Per ricompensarlo il Matagot donerà al padrone di casa delle monete d'oro e molta fortuna. Ma lo stesso Matagot fa del male a chi lo trascura e lo maltratta.

Probabilmente "Il gatto con gli stivali" di Perrault è una fiaba che deve molto a questa tradizione. Perrault probabilmente lavora molto di fantasia. Il suo gatto con gli stivali si avvicina a qualche personaggio di corte e a un demone-mago che forza il destino dandogli una grossa spinta: un millantatore che fa dei regali interessati ai potenti per avere un contraccambio nella occasione che conta. Questi personaggi usano la maschera del gatto, la galanteria, hanno modi di fare charmant e sanno inghiottire il rospo, umiliarsi di fronte al potente. Ma in effetti un gatto non si comporta mai come si comporta il gatto con gli stivali. Le prede che acciuffa o se li mangia come i fanno i gatti selvatici e i gatti delle fattorie e delle case di campagne, oppure le porta ai padroni, in questo caso forse per ingraziarselo.
Ci sono numerosi racconti popolari sul gatto ereditato che porta fortuna, ma nessuno di essi presenta un gatto con gli stivali come in Perrault, uno scrittore di stampo cristiano che intravede nel gatto una potenza che può far cambiare il corso degli eventi. Quello che stupisce di questo gatto con gli stivali non è la parte finale in cui ingoia il mago fattosi topo, ma soprattutto la sua parola convincente e carismatica.
Altre versioni di questo racconto sono quello di "Costantino Fortunato" (Notte XI, Favola I) delle "Piacevoli notti" di Gian Francesco Straparola e quella di "Cagliuso" del Pentamerone di Gian Battista Basile (Giornata II, Cunto IV). Nella prima non c'è un padre a morire e a lasciare l'eredità ai tre figli, che sono sempre maschi in tutte le versioni, ma una madre di nome Soriana, e non si parla di un gatto, ma di una gatta. In questo racconto il finale è rabberciato, non c'è un vero espediente della gatta. Questa convince i servitori di un castello di un padrone morto, di affermare davanti al re che il loro padrone è Costantino altrimenti verrebbero fatti a pezzi dai soldati. Addirittura alla fine Costantino succede al suocero come re di Boemia. Nel racconto dello Straparola la gatta ha anche virtù medicinali, come il gatto del folclore europeo: con la saliva leva la rogna e la tigna al suo padrone.
Ancora una gatta viene ereditata nel racconto del Basile, ma stavolta da un padre, come al solito povero. In questo racconto il finale è molto differente. E' il re che dona una grossa dote a Cagliuso, presentato come quasi un Vardiello per la testa grossa(è una sorta di Giufà, quando è scemo) che si ritrova. Cagliuso sposa la figlia del re e festeggia il cambiamento di vita con un mese di baldoria e bagordi. Poi, consigliato dalla gatta, compra dei beni in Lombardia e vi porta la sposa. Cagliuso porta con sè la gatta e la ringrazia promettendole che se fosse morta, di lì a cent'anni, l'avrebbe fatta imbalsamare e fatta mettere in una gabbia d'oro in camera sua. Allora la gatta si finge morta per provare se Cagliuso fosse sincero. Invece Cagliuso, avendo saputo dalla moglie che la gatta era morta, gli ordina di buttarla al fiume. La gatta, sentito questo discorso, si alza e lancia contumelie al padrone ingrato, falso e irriconoscente e se ne và.
Notevole nel racconto del Basile questo accenno all'uso di imbalsamare i gatti. Uso proprio degli egiziani e probabilmente uso di persone eccentriche nel Rinascimento.
I fratelli Grimm hanno raccolto il racconto denominato "Il povero garzone e la gattina". In questo racconto tutto gira intorno all'eredità, ma non dal padre ai figli, ma da un mugnaio, nè sposato, nè con figli, a uno dei suoi tre ganzoni. Egli promette il mulino a chi gli porterà il cavallo migliore. Riesce nell'impresa il più piccolo dei garzoni, Gianni il servatorello, grazie all'aiuto di una gattina. Questa gli promette che avrà un bellissimo cavallo se la seguirà e la servirà nel suo castello incantato per sette anni. Gianni la segue e compie il suo lavoro come spaccalegna, grazie ad un'ascia d'argento che gli fornisce la gattina, ma per il resto è servito di tutto punto da certi gattini che fanno i servitori. Alla fine dei sette anni Gianni ha uno splendido cavallo. Il mugnaio riconosce che è migliore degli altri due cavalli che gli hanno portato gli altri due garzoni, e gli vuole dare il mulino. Interviene una principessa, che altri non era che la gattina, e dice a Gianni di lasciar perdere il mulino e di andare a stare assieme a lei nella casa che lei stessa, quando Gianni era nel castello incantato, gli aveva fatto costruire con oro e argento.
Altro racconto popolare sul gatto verte pure sull'eredità di un padre povero verso i figli. Ce n'è una versione piemontese su questo sito. Il figlio più grande sceglie il gatto, il secondo la falce, al terzo non rimane che il palo. Sia il figlio che sceglie il gatto, sia il figlio che sceglie la falce riescono a farsi una casa e a progredire. Rimane in panne tivece il figlio che ha ricevuto il palo. Il gatto porta bene al primo figlio perchè partendo insieme essi capitano in un paese in cui non conoscevano i gatti e per cui i topi la facevano da padroni. Il gatto vedendo tutti quei topi gli fa la festa e li ammazza o li fa fuggire. I paesani vogliono quel gatto e lo pagano profumatamente al giovane. Non appena il padrone andò via il gatto cominciò a miagolare in una maniera che sembrava il diavolo. I paesani richiamano il giovane e pur di levarsi di torno il gatto gli danno tanto quanto lo avevano pagato.

Il pussy scozzese

Secondo la leggenda il progenitore del gatto comunemente chiamato "pussy scozzese" abitava in in Egitto. Era il gatto preferito del generale egizio Gasthelos e di sua moglie Scota, inoltre era considerato effigie vivente della dea egiziana Pascht, ovvero Bastet( Bastet la chiamarono i Greci).
Gasthelos per ordine del faraone inseguì gli Ebrei in fuga sino al Mar Rosso, e quando le sue truppe furono inghiottite dalle acque che si erano miracolosamente aperte per far passare i fuggitivi, per salvarsi dell'ira del faraone, decise di radunare i soldati superstiti e di tentare la sorte fuori dall'Egitto, partendo verso l'ignoto per fondare una nuova nazione. Naturalmente il gatto lo seguì e fu invocato come propiziatore di buona sorte. Gasthelos e Scota si fermarono dapprima nel regno di Brigantium, l'attuale Portogallo, quindi proseguirono sino alla Gran Bretagna, e si stabilirono in quella terra che chiamarono Scozia in onore di Scota. Altri dicono che non fu Gasthelos a dare il nome di Scozia a quella terra, ma il suo trisavolo Fergus I.


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