Fiabe e Racconti popolari siciliani

Eroe lotta col mostro

Dalla raccolta in quattro volumi di Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani che Giuseppe Pitrè diede alle stampe nel 1875. Fiabe e racconti in dialetto siciliano, trasposte sulla pagina così come le aveva ascoltate dalla viva voce dei suoi novellatori e e delle sue novellatrici: un'operazione condotta con uno scrupolo che non ha l'eguale in nessun altro repertorio della fiaba europea, nemmeno in quello dei fratelli Grimm.

Online Fiabe Novelle e Racconti popolari siciliani in dialetto(Progetto Manuzio)

Perodi Emma: Le novelle della nonna

€8,00
Newton Compton 2003 pagine 550, Rilegato con copertina, come nuovo

Recensione




Una ipotesi etno-culturale dell'origine del personaggio di Giufà in alcuni racconti popolari siciliani

Giufà o l'incapacità del pensare astratto, per concetti. Mi riferisco a tutti quei racconti in cui Giufà, lungi dal dimostrare acume e arguzia, agisce o al contrario di come ci si aspetterebbe da una persona sensata, oppure segue alla lettera ciò che gli viene ordinato o suggerito. Quindi sto parlando del Giufà sciocco, folle. Leonardo Sciascia vedeva questo personaggio come l'espressione di un pensiero critico popolare nei confronti dei maggiorenti, dell'autorità.
I racconti popolari che più evidenziano questo carattere sono "Giufà e lu Judici", "Giufà e lu Cardinali" e "Canta-la-notti" .


Giufà e lu Judici

Nel primo racconto Giufà da un pugno o uno schiaffo a un giudice cui si era rivolto per avere giustizia nei confronti delle mosche, che non avevano pagato il prezzo della carne che sua madre aveva venduto loro. In effetti la madre racconta una bugia al figlio per levarselo di torno. Giufà, infatti, era riuscito ad impossessarsi della carne di un vitello, per aver parlato con la luna. Lui, Giufà passeggiando, una sera, sotto un cielo annuvolato, diceva, alla luna che spuntava da dietro le nuvole, "Affaccia, affaccia", e poi quando scompariva, diceva "Codda, codda". Questo linguaggio, a dei ladruncoli di bestiame che stavano scuoiando un vitello rubato proprio sotto la via percorsa da Giufà, parve un modo di esprimersi di poliziotti che cercano di avvicinarsi senza farsi scorgere. Per cui questi ladri scapparono e lasciarono tutta la carne del vitello a Giufà, che se ne impossessò dopo che aveva scorto quei tipi scappare a gran velocità.
Giufà tornando a casa aveva pregato la madre di vendergli quella carne l'indomani al mercato e di dargli il ricavato, perchè quei soldi gli servivano. La madre l'indomani vende la carne, riscuotendo una certa sommetta, ma da a intendere a Giufà che l'ha venduto a credenza a delle mosche che le daranno i soldi quando li avranno. Passa del tempo e le mosche non pagano. Allora Giufà si rivolge al giudice. Il giudice gli dice che potrà rifarsi sulle mosche uccidendole. In quel mentre una mosca si posava sulla testa del giudice e Giufà la uccideva mollandogli un pugno. L'operato di Giufà è conseguenziale al modo in cui è stato informato. Ma probabilmente la madre non poteva fare di meglio, perchè quel figlio non era ragionevole e non avrebbe mai capito che era meglio mettere da parte quei denari, magari per una necessità, un caso di bisogno. Giufà, quello oggetto di questo studio, non è ritenuto dalla madre titolare di una personalità autonoma in grado di autoaffermarsi nel sociale, per questo non gli dice la verità.

Canta-la-notti

Il prevalere assoluto, in Giufà, dell'istintività sulla ragionevolezza è palese in "Canta-la-notti" in cui è pure assassino. Nel racconto la madre gli ha fatto gustare un ottimo pranzo a base di carne di gallo, ma ha dato a Giufà un soprannome del gallo: "Canta-la-notti". Questo soprannome del gallo ci fa intendere che Giufà e sua madre non appartengono al mondo contadino, cioè alle persone che si svegliano al canto del gallo per andare a lavorare nei campi. A Giufà è rimasta l'acquolina in bocca di quel pranzo con la carne di "Canta-la-notti". E quando una sera sente che qualcuno canta passando per la strada vicino casa, prende un coltello e lo ammazza. E porta il cadavere alla madre per cucinarlo.La madre butta il cadavere in un pozzo. Poi, quando la polizia indaga, per conoscere la sorte dello scomparso, Giufà stesso va dal giudice e gli dice come sono andate le cose. La madre di Giufà, avendo saputo che il figlio aveva spifferato tutto, uccide un caprone e lo butta nello stesso pozzo dove sta il cadavere dell'uomo ucciso da Giufà. Quando arrivano il giudice e le guardie a casa, insieme a Giufà, per vedere se le cose stavano come quest'ultimo aveva affermato, la madre dice invece che il figlio gli ha portato un caprone fetente morto e che lei lo ha messo nel pozzo. Una guardia si cala nel pozzo e trova che quel cadavere è peloso, ha quattro zampe e due corna e che quindi non può essere quello di un uomo. Per cui la faccenda viene chiusa e la parola di Giufà viene completamente ignorata. Conseguenza: Giufà rimane un assassino impunito, pur avendo confessato.
Questo racconto popolare, "Canta la notti", è diffuso con qualche variazione in altre località, anche lontane. Stith Thompson ritiene che derivi da un aneddoto letterario e concerne il "salvataggio dalla punizione" di un semplicione che uccide qualcuno e ne sotterra il cadavere. In seguito il semplicione racconta in giro ciò che ha fatto. I fratelli del semplicione assassino, sostituiscono a sua insaputa, il cadavere dell'assassinato con quello di una capra, e lo sottraggono alla giustizia. Tale racconto è diffuso nel folclore dei paesi baltici, in Russia e in India(La fiaba nella tradizione popolare, Il Saggiatore, ed.1967, pag.285) ed è contraddistinto, nel Motif index, dal motivo K661.1.1(I fratelli dello stupido mettono una capra al posto dell'uomo che egli ha ucciso) connesso al tipo 1600(L'assassino stupido).

L'anteprima culturale

Allo scrivente la fiaba siciliana, raccolta da Rosa Brusca di Palermo(e c'è un'altra versione più ricamata raccontata da Giuseppe La Duca di Casteltermini in provincia di Agrigento) appare un residuo, un relitto culturale, riguardante il ragazzo che, nelle società divise in clan, non era iniziato. Nelle culture americane studiate da Claude Lévi-Strauss il ragazzo non iniziato di solito rimane ed è associato alla "nonna libertina". Quest'ultima è spesso cannibale. Sono, il ragazzo non iniziato e la nonna libertina, molto probabilmente, due elementi che contraddistinguono la fase incivile nella storia culturale delle tribù, fase in cui nascono, si formano tutti quei problemi, quelle calamità che affliggono le società degli umani. Nel racconto siciliano c'è l'accenno al cannibalismo di Giufà, un cannibalismo inconsapevole, Giufà non distingue la carne di un volatile dalla carne di una persona; inoltre Giufà è quasi sempre accanto alla madre, almeno quel Giufà indicato sopra. In effetti non mi pare che ci siano studi particolari sulle motivazioni della non ammissibilità ai riti di passaggio. Si può presumere che un ragazzo non venga ammesso ai riti di passaggio per una qualche tara o malattia fisica o mentale. La moderna psicoanalisi vede in questi racconti una madre oppressiva, una madre che coarta, che intimorisce. Ma in effetti nella realtà etnologica e anche nella realtà contemporanea delle culture subalterne rurali e municipali il ragazzo vive nella strada, in mezzo agli altri ragazzi; quindi l'influenza della madre sul ragazzo è marginale rispetto a quella che può avere sulla figlia femmina, di solito tenuta in casa. Quindi il problema del ragazzo che resta legato alla madre è un problema delle società in cui il bambino resta molto tempo con la madre, troppo attaccato alla madre, ma non mi sembra il caso di Giufà. La madre di Giufà anzi da a questo figlio tanta fiducia e spesso lo manda a vendere animali o altri oggetti al mercato.
Riferendoni alle culture etnologiche divise in clan e parlando del ragazzo non iniziato, in genere, non solo del ragazzo problematico, ma di tutti i ragazzi prima di avere superato certe prove, si può dire che il "non-iniziato" può contravvenire alle regole del clan e della tribù. Poichè il ragazzo problematico viene escluso dall'iniziazione, dal rito di passaggio che lo dovrebbe far partecipe della tribù, questo ragazzo anche da grande potrà contravvenire alle regole del clan, potrà infrangere dei tabù e non essere punito, perchè in effetti non fa parte della tribù e non ha, per esempio, l'obbligo di non parlare dei "sacra" della tribù e del suo clan. Da quì, da questa situazione anomala di ragazzo escluso, nasce la forza del ragazzo-non iniziato da me intravisto nel personaggio di Giufà. Egli può uccidere, può rubare(come i ragazzi spartani durante un periodo pre-iniziatico, oltre che rubare uccidevano qualche Ilota nel rituale cosidetto Krypteia), egli parla, riferisce ciò che l'iniziato e/o altri terrebbe segreto. Arnold Van Gennep accenna a questa impunità del non-iniziato a proposito della popolazione Kol del Bengala. I bambini non possono andare in una regione speciale dove stanno i morti perchè non posseggono un'anima...fino a quando non raggiungono l'età per sposarsi...Il bambino non è sottomesso ai tabù alimentari del suo clan(I riti di passaggio, Boringhieri ed.1981, pag.115).
In un certo qual modo il Giufà di cui mi sto interessando è un pazzo, un diverso nel percepire il discorso. Non riesce a variare il significato dell'oggetto significante con il variare del contesto; egli rimane ancorato a una sola significazione, quella originaria o quella più usuale o quella suggerita da altri. Leonardo Sciascia chiamava questa incapacità come dominio del demone della letteralità. Dominio che sta alla base della comicità per assurdo.

La stupidità pazzoide presso gli antichi Greci

Nel mondo antico greco, un personaggio come Giufà, un ragazzo incapace di sostenere un discorso per analogie, poteva assurgere a eroe? Sicuramente il pazzo assassino che poi sfugge alla giustizia su questa terra viene talvolta venerato con dei sacrifici. Per i greci la pazzia era una forma della manifestazione divina e quindi l'agire del pazzo poteva essere considerato un giudizio, una oscura volontà divina, spesso una volontà di divinità infere, legate alla terra. Per questo motivo Cleomide di Astipalea fu reso eroe. Egli visse realmente e fu atleta vincitore della gara di pugilato alle olimpiadi del 496 a.C., ma per aver ucciso il suo avversario fu privato dell'alloro. Allora impazzì e fece crollare nella sua follia le mura di una scuola, uccidendo sessanta ragazzi; si sottrasse alla lapidazione fuggendo nel tempio di Athena, dove si chiuse in una cassa e scomparve. L'oracolo di Delfi, dopo la sua scomparsa, ne proclamò l'eroizzazione. (Angelo Brelich, Gli eroi greci). Esattamente, come ci informa Plutarco, l'oracolo diede questo testuale responso: "Cleomide di Astipalea, ultimo eroe", ma non è detto che a ultimo bisogna dare un significato temporale: cioè "ultimo fino a questa data". Secondo Plutarco(Vite parallele, Romolo, 28), invece, questo atleta non impazzì in seguito al responso dei giudici di Olimpia che gli sottrassero l'alloro. Per Plutarco questo atleta era un pò stupido e furioso di temperamento e commise una serie di violenze, fra cui l'ultima fu quella di sferrare un pugno contro una colonna che sorreggeva il soffitto di una scuola. La colonna si spezzò e l'edificio venne giù uccidendo tutti i ragazzi che stavano nella scuola. Quindi Cleomide oltre che assassino è anche un pò stupido, perchè incapace di prevedere le conseguenze di un suo gesto. In certo qual modo il significato di "ultimo" secondo l'oracolo di Delfi poteva avere una significazione più ampia. Rendendo eroe Cleomide l'oracolo di Delfi poteva aver probabilmente accennato alle sue qualità naturali, più vicine alla terra, alle qualità che gli avevo dato la "madre terra". Quindi era "ultimo", non un eroe vincente, ma "secondo" e quindi necessario, affinchè l'eroe vincente fosse stato scoperto. Del resto anche Eracle qualche volta è chiamato "nano": anche lui impazzisce e uccide i suoi figli, spesso violenta le donne, talora mangia e si ubriaca in maniera smodata. E molto probabilmente queste sue debolezze sono eredità di un personaggio molto più antico, di culture pregreche, legato alla terra, alle forze naturali della "terra-madre". Personaggio che fu adottato dalla cultura e dalla religione egemone greca.
Probabilmente i sacerdoti di Delfi erano in concorrenza con quelli di Olimpia(anche in questa città c'era un oracolo) e, col proclamare eroe Cleomide, vollero criticare il regolamento olimpico? Un tipo arguto come Giucca-Giufà(quindi non il Giufà impulsivo che da un pugno alla statua di gesso o al giudice), al posto di Cleomide, avrebbe risposto ai giudici che lo avevano squalificato: "Come può, un atleta che aspira a vincere, misurare la potenza del suo pugno in modo da non uccidere l'avversario?".

maschera teatro greco

Sopra una maschera del teatro greco. In effetti il personaggio del "babbeo" nelle commedie greche fu ben rappresentato. C'è infatti una commedia del commediografo Aristagora, vissuto nel V secolo a.C., chiamata Il babbeo. Altra commedia su un babbeo è quella di Metagene(commediografo del V sec. a.C.): è intitolata I venti o Il babbeo.

Giufà non rispetta la legge

Quando Giufà colpisce con un pugno il giudice che l'ha autorizzato ad uccidere le mosche, in un certo senso si può porre a favore suo una domanda simile a quella ipotetica lanciata per il gesto atletico mortale di Cleomide, anche se ambigua: "Come poteva Giufà calcolare la forza del suo pugno in modo da uccidere soltanto la mosca e non fare alcun male al giudice?"
Certo Giufà sbaglia o non è stato educato a dare priorità a un gesto, piuttosto che a un altro. Se il giudice rappresenta la legge, Giufà avrebbe dovuto sospendere il proposito di uccidere la mosca, perchè è prioritario il rispetto della legge e secondaria la soddisfazione della sua richiesta di risarcimento. Ma Giufà non rispetta la legge, proprio come il non-iniziato, che rimane impunito se infrange qualche tabù. Egli inoltre ha una visione mitopoietica del mondo, quasi animistica; parla alla luna, alla statua, agli avvoltoi e al fiume(in un racconto algerino), ritiene che si possa parlare e contrattare con le mosche, è molto impressionato dal movimento dell'acqua che scende libera in diverse direzioni(la sua orina). Ma anche i miti e i racconti sacri sono una forma mitopoietica, una mitopoiesi che in specie nelle religioni cosiddette superiori si distacca dal reale, procede con linguaggio figurato e spesso anche misterico e infine approda al mistico, alla spiritualità. E' chiaro che il bambino Giufà, pressato dall'ambiente in cui vive(ambiente rappresentato quasi sempre dalla figura materna) a risolvere il problema della sopravvivenza e a portare la pagnotta applica la sua visione mitopoietica-animista alla sua attività(che poi è quella della madre)di piccolo allevatore che vende i prodotti al mercato o di piccolo rivenditore di oggetti. Cioè tratta la merce con non-persone concedendola a credenza: questi sono i due dati che fanno considerare il suo agire insensato. Egli ritiene che nella compravendita si possa fare a meno della "parola certa". In effetti Giufà segue anche i proverbi, come quello che dice che "chi tace, acconsente". Ma chi segue i proverbi pedissaquemente non fa che reiterare Giufà.

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Un Giufà dell'Algeria

Le storie di un personaggio scemo, molto simile a Giufà, sono pure in un racconto della Cabilia, regione costiera dell'Algeria, raccolto da Leo Frobenius ai primi del novecento nella raccolta "Il decamerone nero". In questa narrazione il primo episodio procede come "Canta la notti", ma il protagonista non uccide un uomo che canta di sera, buono da mangiare come il gallo che gli ha cucinato la madre. Nel racconto algerino il protagonista uccide il muezzin che verso le quattro del mattino dalla moschea invitava alla preghiera. Lo stesso muezzin invitava alla preghiera alla sera. Sia al mattino, sia alla sera la madre del protagonista, una donna pia, si levava e recitava le orazioni ad alta voce. Il ragazzo non gradiva di essere svegliato alle quattro di mattina e uccise il muezzin con un colpo di mazza in testa. Poi prese il cadavere e lo buttò nel pozzo. Ritornò allegro a casa e disse alla madre che aveva ucciso il muezzin e ne aveva gettato il corpo nel pozzo. La madre, conoscendo il carattere del figlio che spifferava tutto a tutti, prese un montone dall'ovile, lo sgozzò e lo buttò nel pozzo. Il ragazzo andò nel luogo di adunanza degli uomini e allegro sentenziò che d'ora in poi il muezzin non avrebbe più interrotto il sonno alla mattina e che l'aveva ammazzato e gettato nel pozzo. Allora gli uomini corsero al pozzo per recuperare il cadavere, ma vi trovarono il montone e risero; anzi considerarono una battuta spiritosa quella del ragazzo, di paragonare il muezzin a un montone.
Questo racconto è contestualizzato in ambiente musulmano e mi sembra successivo a quello siciliano; fra l'altro è stato raccolto anche dopo. Rimarchevole il fatto che la persona uccisa fa parte del clero. Quindi probabilmente questa versione algerina ha più somiglianza con la siciliana "Giufà e lu Cardinali".

Giufà e lu Cardinali

In questo racconto siciliano(raccolto da Anna Maltese di Marsala) la madre, per levarsi di torno il figlio, lo esorta ad andare a caccia di cardellini. Giufà non sa chi siano i cardellini e lo fa presente alla madre. L'informazione che gli da la madre è parziale. "I cardellini - gli dice - hanno la testa rossa." Giufà col fucile a tracolla va in cerca di qualcuno con la testa rossa e dopo molto girovagare entra in una chiesa e trova un tale, un cardinale, col capellino rosso. Giufà crede di aver trovato il suo obbiettivo e gli spara uccidendolo. Poi se lo carica sulle spalle e lo porta alla madre pensando di avere fatto una ottima caccia. Il racconto continua con una doppia mossa astuta di Giufà. Butta il cadavere nel pozzo e vi stende sopra terriccio e pietre, poi piglia un montone morto e lo butta nel pozzo coprendolo ancora di pietre e terriccio. Poi va dal giudice e gli dice che ha ucciso il cardinale e l'ha messo nel pozzo. La storia si dipana, più o meno come in "Canta-la-notti", solo che a scendere nel pozzo è lo stesso Giufà e la novellatrice mette in evidenza l'accostamento del cardinale col montone: accostamento tra animale e religioso, che si trova, come si è visto sopra, pure nel racconto algerino.
Già in quest'ultimo racconto del cardinale ucciso, molto probabilmente una variante posteriore di "Canta la notti" per la presenza in entrambi i racconti di un volatile o suo surrogato come vittima(ma nel primo racconto c'è un accenno al cannibalismo), Giufà comincia ad acquisire doti di saggio filibustiere, di personaggio al di sopra della legge, di personaggio che risolve i problemi con la giustizia. Non è più lo sprovveduto che parla e non viene punito, perchè il suo dire non conta. Ora egli si destreggia, vede prima degli altri ciò che succederà, programma il futuro come un piccolo Prometeo. Quindi Giufà compie un'evoluzione di tipo culturale: da ragazzo minchione, parla-parla, che compie guai, che viene protetto dalla madre dal pensiero anticipatrice, Giufà diventa un saggio consigliere. Ha la parola sottile e i suoi commenti hanno una punta di saggezza, mescolata a ironia. Il personaggio siciliano, nei racconti sopra menzionati, è il vero tipico Giufà, il minchione; la sua evoluzione avviene quando il suo modo d'agire viene interpretato come dissenso, come lo svelamento di una società che sta attenta alle apparenze(vedi il racconto "Manciati rubbiceddi mei" in cui Giufà mette in evidenza che il rispetto è stato tributato ai suoi vestiti), di una società in cui spesso ha ragione il prepotente( vedi il racconto "Giucà e chiddu di la scummissa" in cui il nostro personaggio mette in ridicolo chi vuole vincere la scommessa facendo la voce grossa).

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Il dissenso anticlericale

A volte Giufà sembra dia voce a un dissenso anticlericale. Vedi i racconti in cui ammazza rispettivamente il cardinale e il muezzin. Ma probabilmente lui stesso può essere la macchietta, la parodia di un eroe greco, un eroe della Grecia, Myagros, dello stesso Zeus, quando è soprannominato Apomyios, soprannome dato pure ad Eracle. Myagros era l'eroe greco cui veniva offerto un sacrificio per allontanare le mosche. Apomyios in greco è colui che allontana le mosche(Angelo Brelich, Gli eroi greci). Lo stesso Brelich rammenta che bisogna andare piano nell'interpretare il significato di questi culti e di questi epiteti. Considerato il rapporto di Giufà con le mosche, considerato il legame tra altri personaggi simili a Giufà e le mosche(per esempio nelle "Piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino" Milano, 1871, pag. 74, Bertoldino insegue le mosche, e le assalta, e non potendone più, chiede aiuto a sua madre Marcolfa; e anche nelle "Tredici piacevoli notti" dello Straparola, XIII, 3, si racconta dello sciocco Fortunio, il quale stava a servizio di uno speziale di Ferrara: dovendogli cacciare d'estate le mosche di sulla fronte calva, gli diede un colpo di pestello per ucciderne una importunissima), si potrebbe congetturare che il nostro personaggio sia una forma del pensiero critico subalterno già presente al tempo degli antichi greci. Purtroppo ci sono pervenute pochissime critiche del pensiero egemone greco al di fuori dei filosofi e degli scrittori delle commedie. C'è Tersite nell'Iliade, ma guarda caso questo guerriero fortemente critico nei confronti di Agamennone, è zoppo e deforme e viene percosso con lo scettro da Odisseo, l'eroe considerato l'artefice numero uno della conquista della città dell'Asia Minore. Anzi Odisseo ritiene la sua arringa sconclusionata e inutile.
Certo non si può fare un raffronto tra Tersite e Giufà. Si potrebbe solo dire che Tersite è il volto delle famiglie perdenti costrette all'esilio, costrette ad espatriare(Tersite è il figlio del tebano Argia che aveva spodestato Oineo, padre di Tideo: la sua famiglia fu scacciata dall'eroe omerico Diomede, nipote del re usurpato), deforme e inopportuno a volte come Efesto(un dio minore al tempo degli dei olimpici), pronto ad abbandonare la guerra, un antieroe scomodo, temuto soprattutto perchè parlava, gridava le sue lamentele. Molto probabilmente, Tersite non fu l'eromenos di alcuno, visto che non era "agathos kay kalos" e lo zoticone Giufà, un non-iniziato per altri motivi, può essere una derivazione di un personaggio di matrice culturale subalterna(schiavi, contadini, lavoratori salariati) che parodiava certi dubbi culti, sorto molto probabilmente nei paesi in cui erano approdati coloni greci, espressione delle famiglie cadette e delle famiglie perdenti della Grecia, e cioè nella Sicilia e nella Magna Grecia, in Asia Minore e nelle coste del Nord Africa: cioè nelle regioni in cui è stato trovato, tra il popolo, un personaggio come Giufà. C'è da aggiungere che nelle civiltà antiche, come quella greco-romana e come tutte quelle del bacino mediterraneo e dell'Asia Minore, tutte le persone libere potevano essere condotte in schiavitù per debiti contratti non esigibili o perchè non in grado di risarcire la parte lesa nei processi loro intentati. Quindi c'era un passaggio continuo tra classi. Nulla di strano, quindi, che tra le classi più umili e sottoposte a lavoro duro di tipo schiavistico, fra cui c'erano persone e famiglie che un tempo erano libere e con bagaglio culturale pari a quello medio delle persone libere, sia stato possibile che nascesse una parodia di certi eroi, o di alcuni rituali antichi. Mi riferisco a eroi come Myagros, che scacciavano o allontanavano le mosche: culto che poteva interessare solo i ceti agiati, i maggiorenti, perchè il popolano, il meteco di Atene, l'ilota di Sparta, lo schiavo, sicuramente, avevano altri problemi molto più pressanti rispetto a quello di scacciare le mosche. Mi riferisco al rituale Krypteia dell'antica Sparta , in cui i giovani delle famiglie dominanti degli Spartiati, andavano per le campagne e dovevano uccidere almeno un contadino ilota, un servo della gleba. E proprio l'ilota, che si alzava presto la mattina per andare a lavorare sui campi, potrebbe essere visto come un antichissimo "canta la notti". Mi riferisco all'ambiguità del dio Ermes, ladro e garante a un tempo dei patti conclusi tra umani.
Fra le favole di Esopo o meglio fra quelle attribuite a questo personaggio, pervenuto ai posteri come persona deforme, zoppa e scura di pelle, ce n'è qualcuna che presenta una certa critica nei confronti del dio Ermes. Questo dio è famoso, nei miti greci, per essere stato un ladro in gioventù, ed anche per il fatto che Zeus, dopo la sua promessa di non commettere ruberie e abigeato, lo fece il garante dei patti fra gli uomini e quindi della convivenza civile, oltre che il messaggero degli dei. Mi riferisco alla favole "Ermes e Tiresia"(favola n.110), "Ermes e gli artigiani"(n.111), "Il carro di Ermes e gli arabi"(n.112) in cui viene fuori l'opinione che l'uomo è per certi versi ladro e imbroglione per il suo legame com Ermes.
Ma nella favola "Il viandante ed Ermes"(n.260) incontriamo un personaggio umano che quasi gli rende pan per focaccia: "Un viandante, avendo percorso molta strada, pregava dicendo che, qualunque cosa avesse trovato, ne avrebbe offerto la metà a Ermes. Imbattutosi in un sacco pieno di datteri e mandorle, lo prese, ne mangiò i frutti, mentre ripose i noccioli dei datteri e i gusci delle mandorle su un altare, dicendo: accogli, o Ermes, la mia preghiera! Ciò che è fuori e ciò che è dentro, infatti, di ciò che ho rinvenuto tributo a te!".
Questa figura di viandante, prossima a Prometeo, ingannatore dello stesso Zeus, è stata vista come antesignana di un personaggio simile a Giufà nella fiabistica greca del XIX secolo. Mi riferisco al personaggio popolare Hotza(il Giufà greco al tempo della dominazione ottomana in alcuni territori con abitanti greci di lingua e di tradizione), di cui si racconta questa storia:
"Hotzas aveva una mucca, che un giorno si ammalò. Ma, nonostante tutte le cure cui la sottopose, essa non guariva. Allora Hotzas si rivolse in preghiera a Dio: oh Dio! Dio! Salva la mia mucca, e io la venderò e offrirò a Te il ricavato! La mucca effettivamente guarì e ora Hotzas doveva mantenere il voto fatto. Prese dunque la mucca e una gallina e si recò al mercato. Quindi si mise a urlare: Chi prende questa gallina e questa mucca? Cento soldi la gallina e dieci soldi la mucca! Si vendono insieme! Correte gente! Ovviamente non tardò a trovare un compratore. Hotzas prese centodieci soldi, e di questi solo dieci, cioè il prezzo della mucca, ne diede in rispetto del voto alla moschea!". (Dimitrakòpoulos S. 1988 Nastradìn Hotzas, Kedros, Atene: 40, l'accostamento è in Dario Burgaretta, Giufà in Grecia, in Archivio antropologico mediterraneo, anno 2002-2004 n.5/7).
Molto probabilmente in Hotza c'è pure una carica satirica, ma questa carica satirica è rivoltà ai dominatori turchi ottomani, come in Esopo era rivolta agli arabi, cui Ermes aveva donato la sua capacità di imbrogliare.
Interessante è la figura di un altro personaggio popolare greco simile a Giufà, cioè Karaghiòzis. Questo personaggio giunse in Grecia durante il periodo della dominazione turca, ma presto la sua forma originale turca (il suo nome in lingua turca vuol dire “dagli occhi neri”: Kara nero, Ghioz occhi) si grecizzò completamente e si adattò al modo di vivere e ai costumi greci, diventando, infine, parte integrante di quegli stessi costumi e di quel modo di vivere(D. Burgaretta, ibidem). Ed anche questo personaggio ha dei tratti simili a quelli di Tersite e di Esopo, in una parola è deforme: è gobbo, col naso a uncino, ha la voce rauca e un braccio più lungo dell’altro ed estendibile. Cioè è il contrario dell'eroe bello e buono, dell'eroe che partecipando a una gara conquista la mano della figlia del re.
Il Giufà sisciliano, quando è assassino, potrebbe essere una antichissima caricatura di quei giovani che per superare il periodo iniziatico, nel rituale Krypteia, dovevano ammazzare un contadino. E poichè quella caricatura era fortemente critica nei confronti di quel rituale facente parte della cultura dominante, anche il nostro Giufà è critico e anticlericale.
Anche un dio filisteo viene designato come dio delle mosche, cioè che scaccia le mosche. Nell'ebraico dell'Antico Testamento compare l'espressione Baal zebub ("signore delle mosche"), probabilmente come trasformazione spregiativa di Baal zebul ("principe Baal").
L'anticlericalismo del personaggio Giufà molto probabilmente è una eredità di quell'ipotetico personaggio critico nei confronti della cultura egemone. Del resto era tipico nel mondo greco-romano ingiuriare, parodiare i maggiorenti in alcune manifestazioni di tipo religioso, vedi i riti eleusini, i Saturnali a Roma e i Kronia in Grecia, e probabilmente la commedia greca deriva da queste antiche manifestazioni religiose(da rilevare che la critica di Tersite ad Agamennone e alla spedizione greca contro Troia è datata all'inizio del nono anno del "grande anno di Zeus". Cioè, l'intervento di Tersite potrebbe essere configurato come un rituale in cui gli ultimi potevano deridere e ingiuriare i maggiorenti, un mondo alla rovescia vicino ai "misteri di Eleusi" o ad altri misteri che si celebrevano ogni otto o quattro anni).
E gli ultimi, gli schiavi e i meteci, partecipavano a queste feste: gli ultimi partecipavano a "un mondo alla rovescia" e come "asini" scalciavano i cigni, i maggiorenti ritenuti belli, inutili e incocludenti(un immagine del mondo alla rovescia presente nel cunto di Giambattista Basile, I tre cedri).
Ma anche con l'avvento del Cristianesimo si continuò a usare la religione contro le mosche. Infatti ebbe anch’esso non solo santi che scomunicarono mosche ed altri insetti, come san Bernardo, san Goffredo, san Patrizio ecc., ma anche formule di anatema ufficialmente stabilite per questi casi(Liebrecht ad Gervas., p. 105; Lalanne Curiosités de traditions etc., p. 218; Menabrea, De l’origine, de la forme et de l’esprit des jugenments rendus au moyen âge contre les animaux, Chambéry, 1845).

Riepilogo

Riepilogando, si può ritenere che Giufà sia un lontanissimo discendente del "ragazzo non-iniziato" delle società che praticavano i riti iniziatici e quelli di passaggio per tutti i componenti della tribù, e certamente era indicato come esempio da non seguire nei racconti di quelle società. Questo stesso personaggio ha preso una carica di anticlericalismo e di espressione di dissenso nelle società in cui si formarono le classi dominanti dei sacerdoti e dei guerrieri, classi dominanti che quasi sempre sono state alleate.

Giufà assassino come minaccia proveniente dal tenebroso connubio tra baroni e gruppi ai confini della legalità.


In sincronia o quasi con il tempo in cui i racconti popolari furono raccolti si può ipotizzare che la figura di Giufà assassino può essere interpretata come bieca minaccia di certi poteri contro i carrettieri, o contro i contadini che cantano, oppure contro il clero che vuole denunciare e quindi canta a sua volta. I carrettieri avevano, in Sicilia e in altre regioni d'Italia, l'abitudine di cantare la notte, come dimostra la raccolta di canti popolari di Alberto Favara. I carrettieri potevano dare molto fastidio ai piccoli commercianti dei paesi, perché portavano la merce da vendere al mercato o nelle fiere a un prezzo ridotto, quindi potevano essere considerati dei calmieratori dei prezzi: cosa che non andava giù di certo ai piccoli venditori che recavano al mercato i prodotti dei loro piccoli allevamenti. E la madre di Giufà fa parte di questo piccolo ceto. Coloro che cantano, cioè coloro che sono visti come possibili delatori oppure sono considerati a volte calmieratori eccessivi del prezzo della merce, sono assimilati agli uccelli. Perchè gli uccelli possono essere cacciati, uccisi andando a caccia. Uccidere gli uomini che parlano è reato punibile con condanna a morte o con carcere a vita, allora la trovata della loro uccisione per mezzo del pazzo, dell'incosciente, di colui che confonde tutto, che fa una grande confusione e che amazza gli uni(uomini) per gli altri(uccelli, volatili): in questo caso la condanna, se ci fosse stata, sarebbe stata meno pesante. E Giufà, quindi, rappresenta la minaccia che i baroni per mezzo della cultura popolare di cui loro stessi erano emanazione, cioè i racconti popolari, dispiegano ai contadini poveri che "cantano" o potrebbero "cantare" su qualche ingiustizia patita, su qualche malefatta di coloro che comandano, ovvero l'antico "capolarato". Stesso discorso verso i rappresentanti del clero, verso quelli più rappresentativi come un cardinale, affinchè chiudano gli occhi e le orecchie(sanno tante cose dalle confessioni dei fedeli) e lascino il mondo per come si trova. L'offensiva dei piccolissimi commercianti nei confronti dei carrettieri potrebbe essere uno degli ultimi scenari delle gesta di Giufà. Certo la madre di Giufà è perfetta, in tutti i racconti. Immaginiamoci invece una madre che fa lo stesso mestiere della madre di Giufà, ma immaginiamola disperata, senza marito o senza un uomo su cui contare per mandare avanti la baracca. Immaginiamo che tra qualche giorno si dovrà recare al mercato a vendere i suoi polli e le galline. La povera donna riuscirà a vendere più convenientemente se al mercato non riusciranno ad andare i carrettieri che vengono da lontano e trasportano merce, polli e galline, a più basso prezzo. Immaginiamoci che questa madre imprechi a malo modo contro questi calmieratori dei prezzi che erano i carrettieri. Il figlio babbeo, Giufà, sente queste imprecazioni e credendo di fare cosa gradita alla madre, uccide, spara a uno di questi che cantano e trasportano merce.
E' possibile che ciò sia avvenuto? Cioè che un pazzo abbia ucciso un qualche esponente del clero, o un carrettiere, e che sia rimasto impunito? Non posso rispondere perchè non ho fatto studi di criminologia. In genere si può dire che tanti omicidi nel passato sono rimasti impuniti, specie quelli in cui c'era la sparizione del cadavere. E nei racconti sopra citati è evidente che dell'ucciso non si trova più il corpo.
Se adesso ci sono trasmissioni televisive come "Chi l'ha visto?" che parlano di cifre molto allarmanti di persone scomparse e mai più ritrovate, figurarsi cosa doveva succedere quando i mezzi di comunicazione erano molto scarsi e i mezzi d'indagine, in caso di omicidi e scomparse, quasi inesistenti.
Spesso nella cultura popolare avveniva che persone arrestate o condannate dalla giustizia fossero ritenute innocenti dalla gente, dal popolo, o perchè avevano agito a causa di forza maggiore, o perchè avevano risposto a un torto cui non si poteva non rispondere pena l'infamia, o perchè erano ritenuti dei "giustizieri", cioè toglievano ai ricchi e ai superbi per dare pane ai poveri: casi eclatanti sono l'inglese Robin Hood e i siciliani "Beati Paoli".
Questo non è il caso del Giufà pazzo. Egli risolve il problema della giustizia con un procedimento che va all'opposto del comportamento razionale. Egli, che ha ucciso uno di quelli che cantano, parla si accusa, si mostra come fosse colui che rompe l'omertà. Facendo il contrario di ciò che fa l'omertoso, aggira la giustizia. Ma questo procedere gli viene dal personaggio del ragazzo non iniziato, l'aspetto antico gli da una forza non altrimenti raggiungibile: ciò che nel mondo antico era disprezzabile, cioè non essere iniziati, oppure non essere un possibile eromenos, è diventato col variare dei costumi, della religione e dei gusti culturali, un merito, una dote. Nel racconto in cui uccide il cardinale Giufà non ha più bisogno della madre: è cresciuto e sa come vanno le cose in questa terra. Ha ucciso il cardinale e comprende che la migliore cosa da fare è nascondere il cadavere. Con quest'ultimo Giufà, l'assassino del cardinale, il personaggio entra a far parte di un mondo parallelo a quello della legalità, della giustizia. Perché? Probabilmente nei racconti popolari si vive anche il disagio dei contadini, di una classe, di un ceto popolare, di un tipo di lavoratori che si sente escluso dalla società e per cui si vive con un piede nella legalità e con l'altro in un mondo parallelo che presume, nella migliore delle ipotesi, di riparare i danni che si credono provenienti dal mondo legale.


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