Le api, il miele e il mondo dell'alveare nel mito



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Orfeo, anti-eroe inconciliabile col mondo dell'alveare

Mosaico di epoca romana in cui e' raffigurato Orfeo al centro

Il mondo dell'alveare non è invece conciliabile con la personalità di Orfeo. Per Orfeo, il canto e la musica, non sono preghiera rivolta ai numi, non sono mezzo per comunicare e per esaltare la comunicazione tra i componenti di un gruppo, come fanno le api con i loro segnali acustici. Per Orfeo la musica è a se stante, e assorbe completamente l'individuo che la compone e la interpreta, distogliendolo da altri compiti e da altre funzioni, che la natura impone, come per esempio la procreazione e la difesa del territorio. Funzioni che invece nel mondo dell'alveare sono basilari. Per Orfeo la musica è tutto, la musica è possessione completa dell'individuo. Quindi la "musica" è un dio per Orfeo, e grazie a questo "dio" che ti possiede, si possono raggiungere dei risultati impensabili: ed Orfeo ottenne di riportare Euridice alla terra dal mondo dei morti. Non per niente ci sono analogie fra lo hieros logos di Orfeo e quello di Dioniso, o meglio di un Dioniso della Tracia. Infatti padre di Orfeo è Oiagros, re della Tracia, che sposa, secondo la tradizione più corrente, la musa Calliope, o secondo altre, la musa Polymnia. Da fanciullo, già grande cantore, forse inventa la lira e la cetra, oppure ne porta le corde al numero di nove, in omaggio alle Muse e diventa re, probabilmente succedendo al padre. La sua discesa agli inferi ricalca la discesa agli inferi di Dioniso, ma quest'ultimo vi scende per salvare la madre Semele. La fine di Orfeo è simile a quella di Dioniso-Zagreo, solo che al posto dei Titani cannibali, ci sono le Baccanti della Tracia. Ma, per i greci, Orfeo non era in grado di obbedire ai dettami di una gerarchia, di eseguire e portare a termine le regole nuziali tradizionali, che vogliono che lo sposo non guardi la sposa per un certo tempo. Il non aver saputo dominare il suo amore, il non essersi comportato nel mondo dei morti come un'ape, lo perde. Platone, nel discorso di Fedro, contenuto nell'opera "Simposio"(Discorso di Fedro, in Platone, Simposio, 179), inserisce Orfeo nella schiera dei sofisti, poiché utilizza la parola per persuadere, non per esprimere verità. Per Platone gli dei inferi gli consegnarono solo un phasma di Euridice; inoltre, non può essere annoverato tra la schiera dei veri amanti poiché il suo eros è falso come il suo logos. La sua stessa morte ha carattere antieroico poiché ha voluto sovvertire le leggi divine penetrando vivo nell'Ade, non osando morire per amore, al contrario di Achille che affrontò Ettore dopo la morte dell'amato Patroclo, pur sapendo che la sua ora sarebbe arrivata subito dopo la morte dell'eroe troiano. Platone contrappone a Orfeo l'eroica Alcesti che sacrificò se stessa pur di salvare il marito Admeto, cui Apollo aveva richiesto il sacrificio di una vita umana come ricambio del portento ricevuto. Il phasma di Euridice, sempre per Platone, simboleggia l'inadeguatezza della poesia a rappresentare e conoscere la realtà, conoscenza che può essere conseguita solo tramite le forme superiore dell'eros.
Se Achille è molto vicino all'ideale comportamento dell'ape (attacca pur sapendo che morirà, attua una bisessualità, probabile corrispondenza all'androginia del re-ape, in chiave guerriera: le api operaie, cui accenna pure Aristotele, quando parla di api che non hanno compiti all'interno dell'alveare), non altrettanto si può dire di Orfeo. Fra l'altro il musico Orfeo non partecipò mai alle battaglie e nella mitica spedizione degli Argonauti, (secondo la narrazione di Apollonio Rodio) ha un compito accessorio anche se in un certo senso magico; si limita infatti a dettare il tempo a coloro che remano, e però riesce a calmare i flutti del mare col suo canto e riesce, sempre col canto, a distogliere gli uomini dell'equipaggio dai canti di seduzione delle sirene. Molto probabilmente in seno a una società al cui apice stavano famiglie guerriere, prima del formarsi della polis, l'attività del musico e cantante era degradante, in special modo per un uomo. I due mitici gemelli Anfione e Zeto, figli di Antiope, erano diversi tra di loro. Zeto era battagliero e attivo e amava la caccia; e spesso rimproverava il fratello Anfione per la sua passione per la lira e la musica che lo distoglievano dal compiere cose utili. La musica non era ben vista nella mentalità di allora. Tanto è vero che il destino di Anfione e della sua generazione fu tragico, anche per aver sposato Niobe che era stata indotta alla follia per aver offeso Latona, la madre di Apollo e Artemide. Altro riferimento negativo per la considerazione della musica strumentale, a fiato in questo caso, è l'atteggiamento degli dei olimpici nei riguardi del flauto. Athena, si diceva che l'avesse costruito ricostruendo il sibilo dei capelli-serpenti di Gorgone Medusa; poi la stessa dea lo prova e lo suona e gli dei dell'Olimpo la deridono; poi lo prova specchiandosi in uno stagno e comprende che suonare quello strumento le deforma il viso e il collo. Quindi la dea della guerra(in altri contesti) lo getta via e maledice chi lo suonerà. Il flauto sarà raccolto da Marsia, che sarà preso da hybris e punito da Apollo. Quindi, in ultima analisi, dedicarsi a suonare uno strumento era considerato un fattore debordante, che faceva andare fuori di testa. Almeno fino a quando la religione di Zeus non accettò fra gli dei olimpici Dioniso, nelle cui feste era raggiunto l'entusiasmo, la possessione, anche attraverso il suono del flauto. Ma probabilmente il racconto mitico di Orfeo precede l'entrata di Dioniso nell'Olimpo dalla porta principale. E probabilmente Orfeo fa la fine di un animale sacrificato a un dio della Tracia, Zalmoxis. Il Pettazzoni( I misteri, pp.61 ss. in Paleobalcanici-Enciclopedia delle religioni, a cura di A. di Nola) dice che la festa principale del dio preannuncia pienamente il rito dionisiaco greco, e consisteva in una caccia tumultuosa in cui l'animale raggiunto era dilaniato e spartito ancora sanguinante, fra i partecipanti; la festa era accompagnata da musica terrificante, che Eschilo attesta come elemento presente presso i Traci Edoni, da violento eccitamento, da ebbrezza provocata con vino. In definitiva le Baccanti tracie fecero fare ad Orfeo la fine di quell'animale sacrificato al dio dei traci. Nell'interpretatio greca assuefatto, poi, a Dioniso-Zagreo, il dio degli Orfici.
Per tentare un quadro di rapporti tra Orfeo, le Sirene e il mondo operoso dell'alveare mi pare utile ricordare l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene nell'Odissea di Omero. Circe, la maga, affinchè Ulisse possa passare indenne l'ostacolo delle Sirene, gli indica una rotta, e poiché, quello è deciso ad ascoltarle nonostante tutto, suggerisce il famoso trucco della cera nelle orecchie, per il suo equipaggio, mentre a lui suggeriva di legarsi ben stretto all’albero della nave. Quindi la cera, un prodotto dell'alveare, impedisce agli uomini di essere traviati, per così dire, dalle Sirene che in Omero sembrano decantare doti oracolari. Fra l'altro Eraclito il mitografo riferisce che le Sirene sono delle adescatrici che usano il canto melodico per far prosperare il loro commercio sessuale: quindi si ritorna alla cattiva fama del canto e dei cantanti in genere.
Orfeo, nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, affinché l'equipaggio non ascolti più le Sirene, prende e suona la cetra e intona un canto potente e dal ritmo veloce, tanto che le voci di quelle ritornano alle orecchie dei marinai come sbiadite; quindi Orfeo adotta una tecnica superiore, rispetto al canto delle sirene, e probabilmente canta come un tenore spinto del nostro tempo.
Nel mito di Euridice è difficile intravedere un aspetto agonistico, pur se c'è una corsa. Invece l'aspetto agonistico c'è senza dubbio nella corsa assassina di Atalanta, che uccide i pretendenti che raggiunge in una corsa che potrebbe servire per assurdo a selezionare uno sposo superiore. Ma Atalanta può avere a che vedere col mondo dell'alveare?


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