Le api, il miele e il mondo dell'alveare nel mito



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Miti sudamericani che spiegano la scarsa quantità di miele(1)

Alveare di ape melipona

La cultura delle tribù sudamericane denota delle differenze notevoli rispetto alle culture antiche del Mediterraneo. Quindi i miti di queste culture devono essere collegati ai miti e ai racconti di queste culture. Questo lavoro è stato fatto da alcuni autori e anche da Lèvi-Strauss, ma queste pagine non sono in grado di ospitare le teorie strutturalistiche e astoriche di questo studioso francese. Egli ha avuto successo in quanto le sue osservazioni vertono sulle proprietà delle piante e sul comportamento degli animali: ora gli animali e specialmente le piante hanno dei cambiamenti molto lenti nel tempo(di cui praticamente l'uomo non si può essere accorto), quindi le soluzioni proposte possono anche essere veritiere per culture ferme o quasi ferme in cui i territori sono vastissimi e le popolazioni molto poco numerose o in calo demografico e comunque sono popolazioni che vivono in simbiosi con la natura. Per quanto riguarda il metodo di Lévi-Strauss è interessante riportare un aspetto dell'analisi strutturale da lui propugnata: "La prospettiva dell'analisi strutturale vuole che da quale parti si cominci, prima o poi si urterà contro una relazione di incertezza che fa di ogni mito esaminato una trasformazione locale dei miti che l'hanno preceduto immediatamente e al tempo stesso una totalizzazione globale di tutti i miti, o di una parte di essi, compresi nel campo d'indagine. Questa relazione di incertezza è il prezzo che si deve pagare per tentare di conoscere un sistema chiuso(Dal miele alle ceneri, 1970, pag.382). Mi limiterò invece a presentare qualche mito sudamericano che cerca di spiegare perché c'è scarsa quantità di miele diversamente dai primordi.
Il popolo del Mato Grosso meridionale, gli Opaié-Chavante, in fortissima crisi demografica(erano un migliaio nei primi del 1900 ed erano ridotti nel 1948 a poche decine di individui, aveva un racconto-mito sull'origine del miele e sul metodo da seguire per conservarlo per l'avvenire. Per brevità cercherò di riassumerlo, considerati i diversi punti oscuri del racconto degli Opaié.
"Una volta il miele era cosa nostra del lupo. I figli del lupo erano imbrattati di miele fin dal mattino, mentre il lupo lo negava agli altri animali. Ma un giorno una testuggine terrestre s'incaponì nel proposito di impadronirsi del miele. Entrò nell'antro del lupo e gli chiese e gli richiese del miele, fino a quando il lupo, per levarselo dai piedi, acconsentì. Il lupo aveva escogitato un tranello alla testuggine. La testuggine doveva coricarsi sulla schiena e tenere la bocca aperta, mentre il lupo faceva colare il miele da una zucca appesa sopra. La testuggine beveva in quantità, ma intanto i figli del lupo, su suo suggerimento, ammucchiarono della legna attorno al bevitore. Loro intenzione era quello di mangiarlo, una volta cotto. Fatica inutile: la testuggine continuava a ingozzarsi. Quando la zucca fu vuota la testuggine si alzò, scostò la brace e disse al lupo che doveva dare il miele a tutti gli animali. Il lupo si diede alla fuga. Gli animali, comandati dalla testuggine, lo inseguirono e il préa accese un fuoco di sterpi intorno al posto in cui il pupo si era rifugiato. Ma il lupo si trasformò in pernice e riuscì a scappare, ma la testuggine se ne accorse e organizzò l'inseguimento. Ma ogni volta che la stavano per afferrare quella spiccava il volo. Dopo tanti di questi riavvicinamenti la testuggine saltando sul collo di un animale più alto si avvede che la pernice si trasformava in ape. Dopo qualche mese di inseguimento tutti gli animali erano scoraggiati, ma la testuggine li convinse che erano già a metà strada e che sicuramente dopo altri tre mesi avrebbero raggiunto la pernice. In effetti dopo circa tre mesi arrivarono alla casa delle api, il cui ingresso era custodito da vespe velenose. Diversi uccelli tentarono di forzare il passaggio per la casa, ma le vespe li attaccavano lasciando cadere su di loro quell'acqua che essi hanno. Colpiti da quell'acqua gli uccelli cadevano storditi e morivano. Ma il più piccolo degli uccelli, un picchio (o un uccello mosca), evitò le vespe e prese il miele. La testuggine, poiché il miele era ben poco, decise di darne una talea ad ogni animale affinché fosse piantata ed insieme fosse costruita una casa. Quando ce ne fosse stato abbastanza, sarebbero ritornati. Dopo molto tempo gli animali cominciarono a preoccuparsi per le loro piantagioni di miele e chiesero ad alcuni animali di andare a vedere a che punto fossero. Fu mandata la maritaca, poi il pappagallo, poi l'ara giacintino, ma nessuno di loro raggiunse l'obbiettivo adducendo come scusa la temperatura torrida di quel posto. Infine fu mandato il parrocchetto che volò talmente alto, quasi fino al cielo, che riuscì a raggiungere le piantagioni. Esse trabboccavano di miele.
Dopo qualche tempo il capo degli animali decise di controllare di persona come andavano le cose. E trovò che molti avevano mangiato il miele che avevano ricevuto da piantare, e così non ne possedevano più; altri ne avevano a sufficienza, sepolto a fior di terra e facile da estrarre. Il capo degli animali ritenne che il miele non sarebbe durato a lungo, perché ce n'era pochissimo. Allora lasciò le api nella foresta e disse di aspettare qualche tempo.
Dopo qualche tempo il capo degli animali radunò gli abitanti e disse loro di andare a prendere le asce e di andare a cercare il miele. Infatti, la foreste, diceva, era piena di tutti i tipi di miele, miele bora, mandaguari, jati, mandassaia, caga-fogo ecc... Ogni albero della foresta aveva il miele, e se ne poteva raccogliere con una certa abbondanza, a condizione di prendere quello che si poteva trasportare nelle zucche e negli altri recipienti appositi. Il capo aggiungeva che il miele che non poteva essere portato via doveva essere lasciato sul posto dopo aver richiuso l'apertura (fatta nel tronco a colpi d'ascia), e che si doveva aspettare un lasso di tempo prima di ritornarvi, oppure cercare il miele sugli alberi quando si va a disboscare. Da allora, agendo in questa maniera, c'è miele abbastanza."(D. Ribeiro, Noticia dos Ofaié-Chavante, RMP, n.s. vol.V, San Paolo 1951- in C. Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri, M192, 1970)

Il mito arriva alla situazione attuale nei confronti del miele selvatico: ovvero ce n'è poco e bisogna addattarsi a prenderne dagli alberi quanto ne può portare una zucca, curando di richiudere la breccia aperta nel tronco. Ma inusualmente ai primordi, quando l'animale più astuto e feroce domina, in questo mito, è attribuita la conoscenza dell'agricoltura per talee. Ma allora quel tipo di miele era di una sola specie: probabilmente di una specie, diremmo oggi, che creava dipendenza, per cui non se ne poteva fare a meno e se ne voleva sempre di più. Invece oggi, nel mito, il miele delle varie specie di api è vario e si può trovare quello che più aggrada o che fa meno male. Pure notevole il fatto che in qualche maniera bisogna pure aspettare un qualche tempo prima di ritornare a raccogliere il miele. Questa circostanza forse indica il fatto che il miele fosse raccolto per festeggiare qualche avvenimento calendariale o qualche cerimonia tipo matrimoni, iniziazioni ecc..ecc..
Lévi-Strauss trova che i quattro uccelli mandati verso le piantagioni di miele sono tutti e quattro della famiglia dei pappagalli (il maritaca dovrebbe stare per maitàca) e che l'ultimo, il parrocchetto, quello che riesce nell'impresa grazie a un volo ad altezza superiore alla zona secco-umida, è di dimensione più piccola. Curioso e peraltro forse esemplare in popolazioni poco battagliere o pacifiche che il capo degli animali o colui che si oppone al lupo sia una testuggine terrestre: è basso e quasi striscia per terra, è molto lento, è sicuramente un animale poco offensivo. Ma la testuggine ha una vita media molto elevata, inoltre ci sono delle specie in Sudamerica dalla particolare capacità venatoria pur stando immobili: la testuggine chiamata localmente mata mata (Chelus fimbriatus), se una preda le passa davanti, crea un forte risucchio spalancando la bocca, aspirando così letteralmente il malcapitato. Lévi-Strauss sottolinea che la testuggine terrestre può sopravvivere per vari mesi in ambiente caldo umido e praticamente non può essere incendiata e infatti il lupo non riesce nel suo scopo. Ma aggiunge pure che la tecnica culinaria, diffusa all'interno del Brasile, per mangiare le carni della testuggine è quella di collocarla sulla schiena, viva, in mezzo alla brace e farla cuocere nel suo guscio, quasi si trattasse di una pentola naturale: operazione che può richiedere varie ore prima che la povera bestia soccombi.
Ma il lupo del racconto-mito non è un vero lupo, ma pare che vengono chiamati così delle volpi dalle gambe lunghe e dal pelo lungo (lobo do mato). La volpe in altri miti sudamericani è fortemente attratta dal miele, ma non sa trovarlo e diventa un ingannatore per mangiarlo. In questo mito lo detiene, probabilmente perché nel prologo del mito viene presentato un rovescio della realtà. Le trasformazioni del lupo sono curiose; prima si trasforma in pernice, un uccello dal volo lento, e quindi in teoria perseguibile da un cacciatore esperto, poi si trasforma in ape. Seguendo il ragionamento di Lévi-Strauss il lupo passa, quando si trasforma in pernice, in uno stato che sta tra la vita e la morte(Il crudo e il cotto, pp.270-275). Quindi nell'ultima trasformazione (ape) raggiunge l'oltretomba? Parrebbe di si. E questo oltretomba è costituito dalla boscaglia tropicale torrida, difficile da raggiungere. Quindi il lupo alla fin fine è un benefattore? E che rapporto c'è tra l'ape e le vespe custodi del miele? Le vespe custodi del miele ribadiscono la pretesa del lupo di ritenere il miele cosa nostra, ovvero del clan dominante e dei loro antenati? Sembra che la difesa delle vespe sia affidato a qualcosa che non è di questo mondo. L'acqua salva, rende fertile, fa crescere le piante, è necessaria alla vita, invece presso la casa delle api l'acqua delle vespe porta la morte. Lévi-Strauss nota il paradosso dell'acqua che uccide. Egli stesso ritiene che la vespa aggressiva sia da accostare al fuoco e fra l'altro c'è un'ape, chiamata in vernacolo, caga fogo, proprio perchè rilascia una sostanza caustica; e del resto il pungiglione d'insetto o di vespa, quando colpisce, desta una forte sensazione di bruciore. Lévi-Strauss dice che in questo caso la vespa denota un comportamento anomalo, diverso. Ma l'esempio che porta, cioè la molfetta che ammorba e uccide gli avversari(nei miti M5, M75, M124) non è calzante, in quanto l'agire della molfetta è consuetudinario. Invece potrebbe essere che il racconto opaié voglia mettere l'accento sulla diversità di comportamento di quelle vespe, perché quelle vespe operano nell'oltretomba, nel mondo dei morti, ovvero in un mondo alla rovescia dove l'acqua disincarna il cadavere e ne preserva per qualche tempo solo lo scheletro.
A volte le spiegazioni di Lévi-Strauss non soddisfano. Ci si chiede: "Non potrebbe essere successo che questo mito, in specie per quanto riguarda il personaggio del lupo, non abbia assimilato qualche cosa dai racconti europei arrivati in Sudamerica per il tramite dei conquistatori spagnoli o dei padri missionari?"


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