Le api, il miele e il mondo dell'alveare nel mito



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Il mito di Aristeo ed Euridice


In alto pittura di Maestro dei cassoni Campana o Maestro Ovidio, Euridice morsa da un serpente mentre fugge da Aristeo, Firenze secolo XVI.

Se nel mito di Glauco, seguendo l'operato dei serpenti si ottiene la rinascita, nel mito di Euridice il serpente dà la morte. Il mito non è di facile decifrazione, ma è possibile tentarne qualcuna. Probabilmente se Aristeo è l'apicultore, Euridice rappresenta la quercia. Ma è arduo pensare che Aristeo, che brama Euridice, possa avere tagliato la quercia per un calcolo errato, per ottenere un campo buono al pascolo. Invece è possibile pensare che egli stesso sia il serpente? Sia il suo riflesso? Aristeo, Orfeo ed Atteone sono eroi accomunati dall’inosservanza di un tabù. Attratti profondamente bramano con lo sguardo l’oggetto desiderato in un tempo in cui questo è tabù. Euridice sta ancora nel regno dei morti e Orfeo la guarda, Artemide è la dea inviolabile, nel caso di Aristeo si può dire che l’oggetto del suo desiderio sembra raggiungibile, ma gli sfugge, perché la natura della Driade Euridice non può convivere con la natura distorta di un serpente(Aristeo), amante degli alberi piuttosto che della terra. K. Kerènyi ricorda (Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore 2010, pag.471) come Aristeo non fosse altro che Zeus Milichio(Zeus simile al miele), il dio dei morti che aveva un'epifania sotto forma di serpente, e sicuramente come apicoltore doveva portare una maschera per prendere il miele dall'alveare. Quindi l'apicultore accorto che prende il miele dall'alveare con una maschera protettiva può essere connesso col dio degli Inferi, Hades, che porta una maschera che rende invisibili. Ma il culto antico di Aristeo è ormai lontano e confuso, e la religione di Zeus lo ha attratto presso di sè rendendolo come il figlio del dio olimpico Apollo e di Cirene.
Se si considera che Euridice e Callisto sono due fanciulle nel periodo iniziatico, se si considera che Zeus per avere Callisto si è trasformato in Artemide, cioè ha proceduto a una inversione, si comprende quale sia stato l'errore di Aristeo: avere osato amare una fanciulla nel suo periodo iniziatico, avere bramato una fanciulla troppo giovane, tabuizzata e giustamente associata alla luna, probabilmente nel periodo delle prime mestruazioni. E' possibile che il serpente della terra avesse questo compito ed è possibile che in una tradizione antichissima o coeva e subalterna, inerente un rito di passaggio delle fanciulle, Aristeo, come persona sacra nell'esercizio di una funzione rituale nei confronti delle fanciulle nella fase del margine (non essere impubere e non essere pubere) avesse un compito ritenuto ormai gorgonico ( un marchio che di solito dà la cultura e anche la religione dominante greca ad aspetti di culto ritenuto o antichissimo o in contrasto con la morale o gli usi ritenuti più civili). Quindi, probabilmente, in un prima ipotetico, Aristeo e il serpente erano la stessa persona o meglio si confondevano. Quindi Euridice può essere considerata la fanciulla nel periodo del margine, prima che tale figura fosse soppiantata da Callisto. La spiegazione del comportamento, ritenuto sconsiderato, di Aristeo, può essere data da un mito che fa incontrare la ninfa Callisto, trasformata in orsa da Artemide (o da Era oppure da Zeus) in seguito alla sua perdità di verginità (o ritualmente nel margine pre e post-puberale), con il figlio cacciatore, Arcade, nato dall'unione con Zeus, prima della sua metamorfosi. Arcade, oramai quindicenne, s'imbatté nel corso di una battuta di caccia nell'orsa e, proprio quando stava per ucciderla, intervenne il padre degli dei, trasformando madre e figlio nelle costellazioni dell'Orsa Maggiore e dell'Orsa Minore; oppure, in altra versione ancora, l'inseguiva fin nel sacro recinto di Zeus; gli Arcadi vorrebbero punirli con la morte per la profanazione, ma Zeus traforma Callisto nell'Orsa maggiore e Arcade nel custode dell'Orsa (da Ovidio, Metam., II, 409-530 e Fasti, II, 155-192). E' facile pensare che questa possibile uccisione dell'orsa da parte del figlio adombri un possibile incesto tra madre e figlio. Quindi, probabilmente, con i miti di Euridice e Aristeo e di Callisto e Zeus, la mentalità greca prevalente volle completamente escludere dai rituali concernenti i riti di passaggio delle fanciulle, il rituale della deflorazione e/o della prostituzione pre-matrimoniale, come quella che si svolgeva nel tempio della dea Mylitta, presso gli assiro-babilonesi, descritta da Erodoto(Storie, 1,199); in questi rituali, chiamiamoli di fertilità, in effetti, una fanciulla, che si accoppiava con uno straniero, poteva anche fare incesto con lo stesso padre che l'aveva abbandonata da neonata, oppure con un fratello.
In questa visione virginea del rito di passaggio delle fanciulle, probabilmente, una antica cultura greca si ancorò al mondo dell'alveare, in cui sembrava che le api non si accoppiassero. Quindi le fanciulle sono "orsette" con veste color croco, simili alle api "bionde" e, probabilmente, era loro riservato il miele, cibo naturale, prediletto dagli orsi( gli orsi sono, fra gli animali, quelli che copulano di meno e la figliolanza passa parecchi anni con la madre, mentre l'orso maschio si defila subito dopo l'accoppiamento: quindi per gli antichi l'orsa era probabilmente simile alle api dal punto di vista degli accoppiamenti sessuali), prodotto e consumato dalle api e dall'uomo senza una sua sostanziale trasformazione: cioè nel miele non ci può essere differenza tra il "crudo" e il "cotto", fra natura e cultura: il mondo dell'alveare è simil-divino, attuabile per l'uomo nel mondo altro, probabilmente in un mondo ultraterreno rovesciato, dove al posto dell'oscurità ci sta il sole: ovvero il mondo iniziatico e, in una fase avanzata, anche quello degli eletti.
Come ninfa Driade, Euridice è pure collegabile al mondo dell'alveare perchè le api amano fare il nido nelle parti cave del tronco della quercie e per Esiodo erano prodotte direttamente dal tronco di quest'albero. C'è pure una tradizione agro-pastorale, riportata da Columella (Arte dell'agricoltura, II, 14-16), secondo la quale dove sta la quercia non sta il serpente. Invece Aristeo probabilmente era connesso al serpente come simbolo di autorigenerazione (il serpente che cambia pelle e vive in eterno) e, secondo gli studiosi, nella città romana di Nora (Pula vicino Cagliari) un suo culto è provato dal rinvenimento, all'interno delle strutture cultuali, di alcune statuette votive fittili del II sec. a.C. una delle quali raffigurante un giovane dormiente avvinghiato fra le spire di un serpente. Probabilmente, quando nuove concezioni religiose posero uno steccato tra uomo e animale, quando la divinità assunse definitivamente o quasi un volto umano, allora divinità come Aristeo decaddero, sopravvivendo in territori ai margini delle trasformazioni sociali, per l'appunto in Sardegna. Se prima il morso di un serpente e le sue traccie nella pelle erano la prova di un superamento iniziatico, questo stesso morso, in una società in cui i riti iniziatici hanno tutt'altro scopo che l'ingresso nella tribù, viene ripreso come una fatalità mortale. E nemmeno è peregrino immaginare che incidenti mortali, effettivamente mortali, siano avvenuti nel corso delle iniziazioni tribali presso le società che le praticavano. Ma se quelle morti per quelle culture erano un accadimento considerato non straordinario, ma piuttosto un segno dato dagli antenati, dagli spiriti ancestrali, non così si può dire o sostenere quando un tale evento si fosse verificato in una cultura in cui cominciava ad affievolirsi la credenza degli spiriti ancestrali: mentre, possibilmente, stava prendendo piede una nuova credenza proveniente dall'interno della stessa cultura o da culture vicine dal punto di vista spazio-temporale.


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