Racconti popolari del Piemonte: Tremate, le masche son tornate



La foresta incantata, immagine da computergrafica di Daniele La Grassa

La sepolta viva e la zia perfida

In un altro racconto "La sepolta viva" la cattiva che finisce sul rogo non ha alcun carattere che la colleghi alle streghe, ai demoni, al diavolo, ma è diabolica essa stessa. E' la zia di un principe di Bologna che sogna di sposare la donna più povera di questo mondo e si mette a cercarla e comunica questa sua decisione alla zia. Infine trova una famiglia poverissima composta da una madre e dalla figlia:solo la madre è vestita, mentre la figlia di 15 anni per la miseria è nuda. Il principe sposa con una gran festa questa giovane.Questa sposa riceve tante angherie dalla zia; addirittura la zia modifica le lettere che si scambiano il nipote che sta in guerra e la moglie. Costei gli scrive che ha dato alla luce due bei gemelli, un maschio e una femmina. La zia del principe cambia la lettera e fa in modo che al nipote arrivi la notizia che la moglie avrebbe partorito due mostri... Il principe dal fronte di guerra risponde che i figli, belli o brutti che siano, vengano rispettati e che avrebbe deciso lui il da fa farsi al suo ritorno. Ma ancora una volta la zia cambia il testo della lettera sostituendola. Infatti la sposa apprende dalla falsa lettera che i suoi gemelli debbono essere uccisi. La poverina, disperata, piglia quei figlioletti, li sistema in una barca con 17mila lire per ciascuno cuciti nelle fasce e li abbandona alla corrente del fiume. Poi si chiude nella sua stanza.La zia chiama due muratori e cementa la porta, in modo da cancellarla dal mondo. La barca con i bambini arriva alla ruota di un mulino, il cui padrone era un poveraccio con 12 figli. Il mulinaio compassionevole li raccoglie e li porta a casa e scopre nelle loro fasce il denaro. Così salva il suo mulino, tiene i bambini e una volta cresciuti li manda a scuola. Ma i figli del molinaio non chiamano "fratelli" quei due bambini, ma "bastardini". I due bambini, ormai sui 10 anni di età, chiedono al maestro cosa significa quella parola, lo vengono a sapere e scappano. Si ritrovano in un bosco, dove c'è un palazzo. Entrano e trovano una tavola apparecchiata per due e mangiano e bevono...L'indomani scendono in un giardino pieno di fiori, li colgono e li spargono quà e là...Arriva un colombo e dice:"Quando nascerà un albero da questa vostra seminagione, e sarà alto e farà mele, allora voi ritroverete vostro padre e vostra madre". Quella sera stessa l'albero cresce e subito maturano le mele. La mattina arriva in quel palazzo in mezzo al bosco il padre dei due fanciulli; da dieci anni andava per il mondo per cercarli ed era mal messo. I fanciulli danno alloggio, sfamano e dissetano quell'uomo. Poi i fanciulli confidano all'uomo che sono bastardini e quello gli dice che sta cercando due figli della loro età che aveva perduto e li invita al suo palazzo promettendo loro di farli diventare nobili. Nel palazzo si fa un banchetto e i due fanciulli donano ai convitati le foglie di quell'albero magico cresciuto nel giardino del palazzo nel bosco, mentre alla zia del principe regalano le mele. E la zia appena ne mangia, va fuori di sè e racconta ogni cosa accaduta e svela dove ha murato la sposa del principe. Tutti accorrono per abbattare il muro e la trovano viva. Si celebra una festa memorabile per il fatto che la famiglia si è riunificata. La zia è invece bruciata nel rogo. Questa fiaba è simile ad un tipo molto diffuso in Europa. Tale tipo di fiaba fu riportato per la prima volta in versione letteraria nella novella di Ancillotto re di Provino in Straparola(IV,3). Poi i F.lli Grimm ne riportarono una versione piuttosto agile(I tre uccellini, 96). Questa fiaba piemontese ha un inizio diverso. Infatti la fiaba-tipo parla di tre sorelle di umili natali. La sorella più grande sposa il re e le altre due sorelle invidiose, mentre il re è sul fronte di guerra, scambiano i bambini partoriti dalla sorella a sua insaputa con piccoli di animali. Poi le sorelle invidiose abbandonano o incaricano un complice di abbandonarli alla corrente di un fiume. Infine murano viva la sorella. Le vicende dopo episodi meravigliosi e di varia magia si evolvono a favore della madre murata vita e dei suoi figli che riescono a unirsi al padre e alla madre, mentre le crudeli sorelle vengono bruciate sul rogo. L'origine di questi racconti sta nella considerazione in cui, in certe culture cosidette primitive e non, tenevano i parti gemellari, soprattutti i parti di un maschio e una femmina. Erano considerati eccezionali e quindi straordinari, carichi di una ambigua potenza che, nella maggioranza dei casi studiati dagli etnologi, era ritenuta negativa, portatrice di sciagure. Per cui era necessario, nelle culture in cui i parti gemellari erano ritenuti infausti, procedere all'allontanamento della madre e dei nascituri, oppure all'uccisione rituale di uno o dei due gemelli, oppure procedere con un sacrificio sostitutivo. Ammettendo questa origine etnologica del "motivo dell'esposzione dei gemelli" la fiaba piemontese è di certo più fedele a quella ipotetica di origine rispetto a quelle dello stesso tipo che somigliano alla fiaba dei F.lli Grimm. Nella fiaba dei Grimm non c'è la nascita gemellare, ma la triplicazione di un parto di un solo figlio. Il carattere della triplicazione proviene secondo gli studiosi dai popoli coltivatori. Inoltre nella fiaba piemontese la sposa viene murata e sta come abbandonata per dieci anni. Un pò come la bella addormentata nel bosco. Si tratta di un altro famoso motivo della fiaba e pare possa risalire all'uso agricolo dei primissimi coltivatori di abbandonare la terra già coltivata, ma che non rendeva più, una sorta di maggese lungo passivo, durante il quale la terra coltivata rinselvatichiva e ridiventava fertile.
La morte per rogo dei personaggi crudeli è commisurata alla loro colpa. I colpevoli si sono comportati così crudelmente che fanno paura pure da morti: quindi è giusto, nel racconto, che brucino. Nella fiaba piemontese(raccolta pure questa da G.Ferraro) ci sono delle particolarità non trascurabili. La zia "cattiva" è abbastanza colta ed è capace di falsificare; non ha complici, a parte i muratori, perchè è la stessa madre, disperata, che spinge i suoi piccoli sul fiume; sicuramente il narratore(o narratrice) di questo racconto supponeva che coloro che lo ascoltavano capissero all'istante chi fosse la "zia", almeno quando fu narrata le prime volte, poi certi particolari sfuggono, mentre se ne aggiungono altri più in sintonia con il quotidiano dei suoi fruitori.
Se si vuole tentare di risalire a un tempo in cui aveva un senso collegare la zia al nipote o lo zio alla nipote come parenti contraenti matrimonio endogamico, bisogna risalire alla Grecia al tempo di Esiodo e anche prima.Nelle classi dell'aristocrazia militare , e per evitare l'estinzione dei casati e per non disperdere i patrimoni, c'era l'uso di far sposare lo zio con la nipote, ma anche, compatibimente con l'età, la zia con il nipote. Una zia della mitologia greca, che maltratta e addirittura mura viva una nipote acquisita, come nel caso del racconto de 'La sepolta viva', è Dirce. Costei è la moglie del re di Tebe Lico e ritiene che il marito abbia reso incinta la nipote Antiope(figlia del precedente re di Tebe Nitteo, nonchè fratello di Lico)dei gemelli Anfione e Zeto. I gemelli sono esposti e Antiope viene affidata a Dirce e questa la tiene in prigionia murata viva. Antiope risce a scappare e ripara nella capanna dove vivevano Anfione e Zeto, che erano stati salvati da un mandriano. Ma essi la scambiarono per una schiava fuggiasca e rifiutarono di darle asilo. Dirce, allora, si precipitò su Antiope, in preda alla frenesia bacchica(era una menade seguace di Dioniso) e la trascinò via. Il mandriano che aveva assistito alle due scene dice ai gemelli che aveva allevato: "Guardatevi dalle Moire, perchè avete rifiutato asilo a vostra madre, che è ora nelle mani della sua perfida zia". I gemelli si lanciarono subito all'inseguimento, salvarono la madre Antiope e legarono Dirce per i capelli alle corna di un toro, che la spacciò in pochi minuti. Il corpo di Dirce fu bruciato e le sue ceneri disperse nella sorgente di Ares, sorgente che da allora si chiamò Dircea.
Il mito greco di Dirce è molto complesso e la storia dei due gemelli, rifondatori della città di Tebe, sicuramente è una variante del racconto popolare sugli eroi gemelli esposti alla loro nascita. Dirce è sicuramente mossa da gelosia, mentre nel racconto piemontese non v'è traccia di questo sentimento nella zia. C'è probabilmente nei due racconti un fondo sociale simile. Cioè il matrimonio inteso come mezzo per raggiungere il potere o per tenere unito il patrimonio. Lico si unisce alla nipote Antiope per suggellare che il passaggio del potere è passato dal fratello a lui stesso. Stessa mentalità parrebbe essere quella della zia del racconto piemontese, che si oppone al matrimonio con una fanciulla 'nuda'.
Non è facile individuare chi sia questa "zia" nel racconto piemontese, ma si vedrà appresso di dare una risposta.


Sono disponibili in internet alcune fiabe piemontesi)

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