Racconti popolari del Piemonte: Tremate, le masche son tornate



Termeno, chiesa di san jacopo-figura mostruosa,  fine XII sec.

Il diavolo nei racconti piemontesi

Italo Calvino nelle "Fiabe italiane" inaugura il ciclo delle fiabe piemontesi con il racconto "Il diavolo dal naso d'argento", un racconto delle Langhe riportato dal Carraroli. Il diavolo del racconto piemontese, che ricorda moltissimo il personaggio Barbablù del Perrault e lo stregone che rapisce con la magia le ragazze da marito dei F.lli Grimm(n.46, L'uccello strano), non è posto nel fosco ambiente dei castelli medievali. Le sue vittime non sono le mogli(come in Perrault), ma le ragazze che vanno a servire nel suo gran palazzo, in cui si trova una stanza proibita dove brucia il fuoco dell'inferno. Il racconto piemontese, ricorda il Calvino, è piuttosto scarno ed è stato integrato nelle "Fiabe italiane" con una fiaba bolognese (Carolina Coronedi-Berti, Al sgugiol di ragazù, fiabe popolari bolognesi raccolte da, 27, La fola del diavel,)e una veneziana(D.Giuseppe Bernoni, Fiabe e novelle popolari veneziane, 3, El diavolo). Però lo stesso Calvino assicura che il particolare del naso d'argento l'ha trovato solo nella versione piemontese. Preme a questo punto sottolineare come questo particolare sia un'ancora storica, cioè riporta la fiaba a tempi storici. Nella fiaba riportata dal Calvino la madre della ragazza, che per fame e disperazione vorrebbe andare a lavorare pure presso il "diavolo", ammonisce la figlia prima di decidere se accettare l'offerta che le viene dall'uomo dal naso d'argento:"Guarda che in questo mondo uomini col naso d'argento non ce ne sono; staì attenta, se vai con lui te ne potresti pentire!"
Certo gli uomini non nascono col naso d'argento, però, chissà da quanto tempo, possono farsi un naso posticcio, per via del fatto che, probabilmente, non vogliono essere additati come marchiati. Si, perchè prima del settecento in Europa per infrazioni anche lievi si procedeva non solo alla fustigazione, ma spesso al taglio della lingua, del naso, delle orecchie, della mano(Tommaso Buracchi, Origini ed evoluzioni del carcere moderno, cap.4 - Il settecento riformatore).
Quindi quel naso d'argento poteva nascondere una condanna. E forse pure una pena corporale comminata dal tribunale dell'inquisizione. Questa fiaba finisce col rientro a casa di tutte e tre le sorelle che erano andate a servire il diavolo, con un manchingegno promosso dalle donne. Un diavolo, quindi, irretito dalle donne che prendono pure i quattrini della sua casa; un diavolo che non può reagire perchè quelle donne, la madre e le figlie, piantano una croce davanti all'uscio di casa per non farlo avvicinare. Una versione simile di questa fiaba l'ha raccolta nel Monferrato Giuseppe Ferraro intorno al 1869: tale fiaba è stata inserita nel volume "Fiabe piemontesi, scelte da Gian Luigi Beccaria e tradotte da Giovanni Arpino nel 1982 a Milano.
Si tratta de "La sposa del diavolo". Ivi Il diavolo è un gran signore a cavallo che sposa la più grande di dodici figlie di un uomo disperato per non avere nulla per sfamarle. Le altre undici figlie il diavolo le porta nel suo palazzo come cameriere. In questa fiaba il diavolo non ha un naso d'argento. Ma tiene pure una porta proibita dietro la quale c'è l'inferno. La moglie, cioè la sorella maggiore, curiosa apre la porta proibita. E vede gente che brucia e tra di loro anche la nonna e il nonno. La nonna, vista la nipote, le dice che si trova all'inferno, e tosto le insegna il sistema per sfuggire da quel posto. La ragazza doveva dire al marito, il diavolo, di portare una cassa da morto da suo padre, che era senza legna per il fuoco. La ragazza doveva nascondere furtivamente nella cassa una delle sorelle, ma prima doveva raccomandare al marito-diavolo di non fermarsi mai, altrimenti ella stessa, lo avrebbe redarguito gridandogli "Ti vedo". Il marito-diavolo accetta e porta una cassa al padre della moglie. Costui dice al genero: "Ne vorrei altre di così buona legna". E così il marito-diavolo portò altre casse presso la casa del suocero e ogni volta la sorella maggiore metteva furtivamente nella cassa una sua sorella, istruendola di gridare "Ti vedo" qualora il marito si fosse fermato. E infatti capitò che il marito-diavolo si fermasse per prendere fiato. E ogni volta sentiva una voce gridare "Ti vedo". Ed egli credeva che fosse sua moglie a gridare. "Costei mi vede dapertutto, maledizione", diceva. Portò così 11 casse e le undici sorelle a casa del suocero. Prima che portasse la dodicesima cassa la moglie, dopo aver redarguito il marito-diavolo di non fermarsi, fece un fagotto a sua dimensione e lo sistemò nel letto e solo dopo si infilò furtivamente nella cassa da morto. Il marito-diavolo all'indomani mattina dice, rivolgendosi alla moglie che stava ancora a letto, cioè al fagotto, che porterà al suocero l'ultima cassa da morto. Infatti il suocero gli aveva comunicato che gli occorreva per quell'inverno solo un'altra cassa. E il marito-diavolo era ben contento di aver quasi ultimato le sue fatiche. La moglie non risponde e lui crede che dorma. Compie la dodicesima fatica e ritorna a casa. Cerca di svegliare la moglie e scopre che non è nient'altro che un fagotto. Accortosi del raggiro il marito-diavolo corre dal suocero e gli dice:"Ridatemi quelle dodici ragazze o almeno mia moglie". E Il suocero: "Le casse erano vuote, chissà dove sono scappate quelle mie ragazze, adesso tu mi devi risarcire il danno". Il diavolo cerca di discutere ma poi deve arrendersi, e paga. E così il padre delle ragazze si trovò tanti di quei denari diabolici da diventare marchese senza altre spese.
In quest'altra variante è notevole la considerazione legale del risarcimento del danno, riferimento per la verità abbastanza raro in una fiaba, non però nei racconti popolari "municipali", cioè quei racconti che perdono quasi del tutto l'aureola del meraviglioso e dello straordinario e vi appaiono incrementati i collegamenti al reale.
Questioni legali(per cui sarebbe necessario trovare un avvocato), disperazione, ricorso al diavolo o a persona non conoscente, consigli di terzi e loro attuazione per sfuggire al diavolo sono i temi di due fiabe riportate nel volume citato "Fiabe piemontesi". Le fiabe sono "Il patto col diavolo" e "Le ricevute", racconti raccolti entrambi da Giuseppe Ferraro dopo la metà del XIX secolo. Nel primo racconto ad un uomo muore il fratello che gli doveva una forte somma, ma non ha alcuna carta che lo dimostri e gli eredi non vogliono neppure starlo a sentire. L'uomo si dispera e invoca l'aiuto del diavolo cui promette di vendere la propria anima pur di rientrare in possesso del suo denaro. Il diavolo appare e lo porta all'inferno dove incontra il fratello.Costui gli scrive sulla schiena la cifra del debito. L'uomo torna dall'inferno e con quella scrittura sulla schiena ottiene dagli eredi il suo denaro. Poi il nostro uomo non rispetta il patto col diavolo grazie ai consigli di un prete.
Nel secondo racconto un contadino si trova nei guai perchè non s'è mai fatto rilasciare dal proprietario della cascina che aveva affittato le ricevute dell'avvenuto pagamento. Infatti il proprietario è morto e ora i suoi figli pretendono dal contadino tutti i fitti arretrati. Il contadino si dispera e una persona dall'aspetto di grande uomo chiede la ragione di questo suo disperarsi. Quell'uomo, che era il diavolo, propone al contadino di farlo incontrare col morto sottoterra. Il contadino accetta e il diavolo gli dice:"Metti il tuo piede sul mio piede" e di colpo si trovano all'inferno. Il contadino ritrova il padrone della cascina e gli spiega perchè è venuto a trovarlo. Quello, che nell'inferno stava scrivendo a un tavolino(particolare senza alcuna importanza per la trama, ma sicuramente un indizio per avere una idea della cerchia di cui faceva parte il morto) gli consiglia di dire ai suoi figli di guardare sotto un tino, perchè le ricevute(chissà poi perchè trattenute e non consegnate al pagatore)stanno lì. Ritornato sulla terra il contadino suggerisce ai figli del morto di guardare sotto un tino. E le ricevute si trovano. Da quel giorno il contadino per non tornare all'inferno visse sempre in ginocchio e solo così riuscì a salvarsi.
Le quattro fiabe sopra trattate hanno dei temi comuni, la disperazione, la chiamata in causa del diavolo(non esplicitamente nell'ultimo di questi racconti: "Le ricevute"), il patto col diavolo, il sottrarsi al diavolo ed infine una sorta di profitto per chi ha avuto a che fare col diavolo, pagato caro solo nell'ultimo racconto. Possiamo definire la 'disperazione' con linguaggio proppiano(V.J.Propp ne "La morfologia della fiaba", pubblicato a Leningrado nel 1928, ricondusse il genere dei racconti di fate, studiando come base empirica le cento favole di Afanasev, a una monofiaba avente 8 personaggi ricorrenti e 31 funzioni che costituivano il sintagma narrativo, di cui una era fondamentale, cioè la "mancanza"), la "mancanza" secondaria, essendo la fame quella primaria nelle prime due fiabe, e l'assenza della "carta scritta" nelle ultime due.
Poichè alla fine il diavolo in tutte e quattro le narrazioni esce senza aver raggiunto i suoi fini, cioè la cattura di un'anima umana, sorge spontanea la domanda: ma questo diavolo è veramente il diavolo del vangelo cristiano? Questo personaggio, il diavolo, a mio modesto avviso, non è il diavolo cristiano. Questo diavolo per caso, o per meglio dire a causa della storia e soprattutto della storia della cultura, raccoglie l'eredità dei mostri, degli orchi che per solito nelle fiabe risultano perdenti, in specie nei confronti delle donne. O meglio questi diavoli, specie quelli delle due prime fiabe non sono altro che esseri umani che hanno fama di trattare col diavolo, persone abbienti che amano circondarsi di donne. Nel caso del racconto 'La sposa del diavolo' pare piuttosto colui che paga il 'prezzo della sposa' fatiche e denari, senza poterne usufruire, quindi è una caricatura del diavolo.Quì addirittura il diavolo risarcisce il danno come fosse una persona come un'altra.


Sono disponibili in internet alcune fiabe piemontesi)

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