Racconti popolari del Piemonte: Tremate, le masche son tornate



Maschera di strega

La donna e le streghe nei racconti piemontesi

Ci siamo posti la domanda quale sia il punto di vista popolare in questi racconti sul diavolo in una regione come il Piemonte che ha una storia arrovellata di gruppi eretici, di inquisizione, anche di condanne a morte sul rogo. Le classi predominanti, monaci e signori feudali, ritenevano la donna "caput malorum", causa di tutti i mali per gli uomini. E questa posizione viene sovvertita nei racconti popolari. Il diavolo, presentato negli scarni racconti piemontesi privo di orpelli e di seduzioni tentatrici, ha l'obbiettivo di portare anime all'inferno, ma la donna, caput malorum, per i monaci, gli sfugge grazie a una intelligenza duttile e originale che lascia di stucco. A questo proposito è d'uopo segnalare una fiaba piemontese molto significativa per la tesi portata avanti: "Le donne la sanno più lunga del diavolo"(riportata dall'opera citata "Fiabe piemontesi" che l'ha tratta da "Esercizi di traduzione dai dialetti del Piemonte, 3 voll. Torino 1924 di B.A. Terracini). Il racconto ha il suo centro nel bosco. E nel bosco un contadino trova un sacco e decide di portarlo a casa prima di vedere quello che c'era dentro. Ma il sacco è tanto pesante e non potendolo reggere sulle spalle lo lascia dicendo: "Quì dentro c'è il diavolo!" Pronunciate queste parole, il diavolo in persona saltò fuori dal sacco e intimò al contadino di ritornare nel bosco tra un anno e un giorno per riferirgli da quanti anni egli stesso abitava quel bosco. Se non lo avesse fatto, a detta del diavolo, il contadino sarebbe stato condannato a vivere per sempre nel bosco.
Il contadino, spaventato, ritorna a casa e racconta tutto alla moglie, ma costei gli dice di non preoccuparsi. Trascorso l'anno, la moglie del contadino spenna quattro polli, si spoglia completamente, si strofina del miele addosso, poi si copre il corpo con le piume dei polli spennati.Va nel bosco e comincia a far capitomboli. Il diavolo, che stava su un albero, vedendo quell'insolito essere, scende per accertarsi chi si muovesse a quel modo ed esclama: "Guarda che cosa strana: in quindici anni da che abito in questo bosco no ho mai veduto una cosa simile!". La moglie del contadino, dopo aver sentito il diavolo, scappa a casa e a sera racconta tutto al marito. Quest'ultimo l'indomani si reca nel bosco e dice al diavolo da quanti anni abitava là dentro. Il diavolo si meraviglia di tanta risposta e gli chiede come fa a saperlo. Il contadino gli ricorda la bravata del giorno prima della moglie. Allora il diavolo fuggì dicendo: <<E' proprio vero che le donne ne sanno una più del diavolo!>> . La messa in scena della moglie del contadino per carpire il segreto del diavolo è simile alla messa in scena attuata dalla sorella piu piccola per scappare dalla casa dello stregone nella fiaba dei F.lli Grimm "L'uccello strano": anzi questa fiaba grimmiana, ricordata sopra per la somiglianza con quella piemontese "Il diavolo dal naso d'argento" prende il nome da questo episodio finale.
Anche in questo racconto il diavolo non è il diavolo maligno cristiano, piuttosto è il folletto o lo spirito del bosco, cioè una figura pre-cristiana.
Però, nelle fiabe piemontesi, se il peso della donna è positivo in generale, non possono essere dimenticate le figure femminili negative. Queste figure femminili a volte sono vampiri abitanti nel bosco oppure streghe abitanti in paese, a volte parenti crudeli. La fiaba "I dodici buoi"(Giuseppe Ferraro, op.cit. 117) è simile alla storia della sorella che salva il fratello o i fratelli trasformati in bestie per via di una maledizione come nei Grimm(I sette corvi, 9)o per disattenzione della sorella stessa come nel Pentamerone(Li sette palommielle, IV, 8).
Questa fiaba risale a tempi primordiali o meglio a società cosidette primitive che praticavano la caccia, la raccolta e la pesca e che nei loro riti iniziatori(iniziazioni rituali e/o di passaggio) facevano osservare un periodo di isolamento agli iniziandi in quella che J.V.Propp ha definito la "grande casa". I costumi di quelle società sono tanti lontani dalla cultura popolare europea, molto più vicina alla cultura dei popoli coltivatori, che i narratori che si sono tramandati oralmente questo tipo di fiaba hanno gioco forza modificato la trama per renderla coeva, in sintonia, con i suoi fruitori. Per fare un esempio eccellente di questa tendenza a modificare questo tipo di fiaba accenno a Giovanbattista Basile. Nel cunto "Li sette palommielle" il Basile esibisce il suo miglior repertorio barocco e raggiunge un notevole picco di ilarità. Nel suo cunto l'eroina, Cianna, che aveva ritrovato i fratelli in un bosco nella casa di un orco, si mette nei guai perchè dimentica di spartire, come è suo solito, tutto ciò di cui si ciba. Cianna non divide una nocciola con la gatta. La gatta per dispetto piscia sul focolare e spegne il fuoco. Cianna, inconsapevole del fatto che lei e i suoi fratelli(i suoi fratelli lo sapevano ma l'avevano lasciata all'oscuro) erano inquilini di un orco, si rivolge proprio a quello per avere del fuoco. Da quì iniziano i guai per i fratelli.
La fiaba piemontese introduce invece, come causa scatenante le peripezie dell'eroina, una strega in forma di vecchia abitante nel bosco.Questa vecchia è una vampira. Viene uccisa con decapitazione dai fratelli dell'eroina, ma resuscita. Chiude in cantina l'eroina e prendendone le fattezze si mette al suo posto nella prima notte di nozze col principe. Alla fine, scoperta, viene condannata al rogo. Si è di fronte a relitti culturali che la cultura orale popolare ha tramandato modificandole e adattandole off cours ai nuovi contesti. Questa vampira del bosco si collega alle credenze, sui morti che diventano spiriti-vampiri, provenienti dai paesi slavo-balcanici dove erano molto diffuse. Per queste credenze il cadavere della persona che si sospettava fosse diventata un vampiro, veniva decapitato oppure bruciato affinchè lo spirito non potesse più nuocere.In questa fiaba piemontese la storia si arricchisce e si complica. Perchè la stessa strega o forse un'altra strega(Italo Calvino nel riportare questa fiaba-la n.16-vede all'opera contro l'eroina le "streghe del bosco" non una singola strega) fa diventare buoi i dodici fratelli dell'eroina. Non mi pare che questa strega vampira possa essere avvicinata a quelle streghe piemontesi che finirono in tempi storici effettivamente sul rogo. Essa viene condannata a morire sul rogo seconde le vecchie credenze.Del resto non ha alcuna connessione col diavolo o col "sabba". Comunque è considerole il fatto che la fine sul rogo dei "cattivi" non è frequente nel panorama delle fiabe italiane come lo è nei racconti piemontesi. La vecchia del bosco ha sicuramente un carattere stregonesco, cioè il suo vampirismo, ma la sua pretesa di sostituire la sposa nella prima notte di nozze può essere una sopravvivenza negativizzata di un uso antichissimo di fare stare insieme lo sposo, nel giorno delle nozze, con una vecchia: un uso apotropaico per confondere le forze negative(vedi motivo K1317.2 "vecchia intercetta lettera e prende il posto della ragazza nel letto di un uomo"-dal Motif-Index of Folk Literature di Stith Thompson).
In un altro racconto(Giuseppe Ferraro op.c. "Il figliuolo del re, stregato) le streghe vampire sono tre sorelle che abitano insieme in paese. Queste donne sono fattucchiere perchè usano unguenti, ma sono capaci di trasformare di notte i loro spiriti in pipistrelli che succhiano il sangue agli uomini nel sonno. La loro indipendenza(non sono collegati al diavolo o ad un altro demone, nè ad alcun familiare di sesso maschile), la loro capacità di fare unguenti, la loro capacità di trasformazione le dotano di un "tremendum" formidabile. Il vampirismo, una sorta orrida di lento assassinio, nelle credenze presenti soprattutto nelle tradizioni slavo-balcaniche era opera dei morti che ritornano e delle streghe. Ma il pipistrello vampiro viene dal mondo popolare? Il pipistrello come rappresentazione del demone vampiro non è proprio dei racconti popolari e delle fiabe indoeuropee.
Il pipistrello, per il suo aspetto orrido e insolito, a mezzo tra il topo e l'uccello, nell'antichità greca, era un animale degli inferi ed infatti Ulisse lo incontra quando scende nell'Ade. Per il suo aspetto orripilante e per la sua postura quando va in letargo è stato a volte, nelle credenze popolari, associato al demonio, alle streghe e ai morti che ritornano, senza certezza che potesse essere associato ai vampiri. La "Lamia" greca, una divinità femminile ai margini estremi del pantheon ellenico, sicuramente legata alle credenze popolari e ritenuta dai narratori dei miti classici uno spauracchio per i bambini(proprio come il lupo in una favola di Esopo), aveva un carattere di vampirismo, ma il pipistrello non era tra gli animali a lei collegati. Di certo il grasso del pipistrello e di tanti altri animali cosidetti orrendi erano usati nell'antica Grecia e quindi nell'antica Roma come rimedio per certe malattie dai mediconi e dalle fattucchiere(Plinio il Giovane, Storia naturalis, Libro XXIX)
Il pipistrello comincia ad essere, sicuramente, animale emblematico del vampirismo quando il celebre naturalista Leclerc de Buffon nella seconda metà del Settecento impose il nome vampyrus ad un pipistrello sudamericano che succhia il sangue di piccoli mammiferi. Ma Leclerc de Buffon più che alle sue osservazioni si rifaceva ai racconti che venivano dalla zona tropicale d'America. In effetti il pipistrello che egli chiamò "vampyrus" è un megachirottero che si nutre di frutta, mentre il pipistrello che si nutre anche di sangue è un microchirottero. Nell'ottocento il pipistrello viene associato ai vampiri nei racconti letterari che prendevano spunto dalla vita del conte Dracol o del principe Nosferat. Una ipotesi di diffusione del binomio vampirismo-pipistrello ancor prima del settecento può essere considerata. Tale binomio può essere venuto fuori in modo strisciante e quindi poco a poco pure presso il popolo anche nel XVI secolo dai racconti degli indiani d'America che furono riportati in Europa da soldati e missionari ritornati dal "nuovo mondo". Nei racconti e/o miti degli indiani d'America è facile incontrare un demone vampiro che prende l'aspetto di un pipistrello. Per le considerazioni su esposte ritengo che la fiaba "Il figliuolo del re, stregato" sia stata elaborata in ambiente colto e poi si sia diffusa presso il popolo. Sicuramente ha l'aspetto di una storia "municipale" avente per oggetto le malefatte presunte di streghe. Storie che circolavano sicuramente in tutte le classi e tutti gli ambiti sociali. Nelle credenze popolari di molti paesi del Piemonte le streghe erano chiamate masche ed avevano una doppia vita. Normalissime popolane di giorno, di notte si trasformavano in gatti neri o capre o lupi o pipistrelli e compivano i loro misfatti.


Sono disponibili in internet alcune fiabe piemontesi)

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