La novellatrice Agatuzza Messia.

Via Roma ai primi del XIX secolo in una ricostruzione pittorica di Antonio Mesiti.

Agatuzza Messia, palermitana del "Borgo vecchio", novellatrice-modello di Giuseppe Pitrè. Benchè analfabeta, è più che giusto riconoscerle le grandi doti di narratrice e di interprete di racconti popolari. Nei personaggi dei suoi racconti la microstoria di Palermo dai primi del 700 fino ai primi dell'800. A destra un quadro del pittore palermitano Antonio Mesiti avente come tema la Palermo a fine 800, primi del 900.



Nei racconti popolari l'eroe sconfigge il mostro.

Italo Calvino affascinato dalla figura e dalla tecnica fabulatoria di Agatuzza Messia

Anche Italo Calvino(autore di 'Fiabe italiane', una raccolta di 200 fiabe popolari di tutte le regioni d'Italia, tradotte, a volte reinterpretate, dal vernacolo in italiano) rimane affascinato dalla figura di Agatuzza Messia, fonte primaria dei racconti popolari raccolti e trascritti dal demopsicologo (per usare un termine coniato dallo stesso Pitrè) siciliano. Nella trascrizione dei racconti della Messia, Italo Calvino si preoccupa di conservarne la forza evocativa, la musicalità e tutte quelle sue "trovate" per dare corpo al racconto, "trovate" che non hanno rilevanza nel sintagma-trama, ma che sono un modo di interpretarlo. Per esempio l'eroe con un "compito difficile", che non sa come effettivamente raggiungere l'obbiettivo, di cui non conosce nemmeno l'ubicazione, allora <<cammina di ccà, cammina di ddà>>. E poi tutte quelle espressioni con cui la Messia ci presenta il re, bisognoso e rispettoso delle raccomandazioni del consiglio dei saggi: "Lu re tocca campana di "cunsigghiu" , ecco tutti li cunsigghieri-<<Signuri, chi cunsigghiu mi dati?>>, ed inoltre la contrapposizione tra il villano-zappatore, "omu di terra" ed il re "omu di guerra", oppure "una/o fu e cento si fici" per rimarcare la reazione straordinaria di un personaggio ad un avvenimento o a una notizia, e <<'n tempu chi vi lu cuntu>>, cioè nel medesimo tempo in cui ve lo racconto, <<E cci cunta una di tuttu>>, cioè raccontare tutto in una sola volta e altri concetti espressi con modi di dire sintetici e stringenti che vedremo in seguito.

Le donne degli scrittori Verga e Capuana e le donne della Messia.

In campo letterario nella seconda metà dell'ottocento, presso due scrittori veristi siciliani come Giovanni Verga e Luigi Capuana, i personaggi femminili sono raccontati spesso avvolti in una dimensione drammatica e sono caratterizzate da estrema forza e nel contempo da estrema debolezza. Sono famose le donne fatali del Verga, donne della classe borghese, il cui fascino dipende soprattutto dagli artifici (trucco, abbigliamento), che le trasformano in delle fate. Certo la donna delle classi umili nel Verga ha un'altra caratura. Nedda, anche nella più triste disperazione, ringrazia la Vergine, la Madonna per non aver riservato alla sua bimba morta la sua stessa sorte. Pina la 'Lupa' è la trasgressione, il continuo travalicare la norma, ma senza artifici o trucchi come la donna fatale borghese. Gli amanti prima se li spolpa con I suoi occhi color carbone; un mostro di femminilità, determinato come un essere fallico(nelle fiabe, nei miti esistono queste donne non più giovani, ma solitamente sono delle maghe, delle fattucchiere). Diodata è l'unica che riesce a dare veramente un momento di felicità a Mastro Don Gesuldo, del quale è innamorata, e al quale ha dato due figli; semplice e buona sposerà Nanni l'Orbo, lavoratore buono e onesto come lei, che riuscirà a renderla felice. Delle donne ricordate solo Diodata ha quella forza costruttrice interiore che l'avvicina alle eroine dei racconti di Agatuzza Messia.
Le donne di Capuana hanno tratti neuro-patologici a volte conseguenza di violenze subite. Vedi l'isteria di Eugenia in 'Profumo' , sposa che subisce violenza psicologica dalla suocera Gertrude(lo scontro suocera-nuora è un topos classico del racconto popolare, dove però la trama si evolve sempre a favore della nuora). Nel romanzo omonimo Giacinta, è una donna che, avendo subito una violenza sessuale da bambina, si trova a dover scontare con tutta la sua vita e fino la suicidio la "colpa" che il pregiudizio sociale non le perdona.
Nei racconti di Agatuzza Messia vengono invece tratteggiate delle eroine intraprendenti, coraggiose, che sanno destreggiarsi, che affrontano con determinatezza le avversità e non si arrendono mai.
Evidentemente il contesto di formazione-fruizione delle opere degli scrittori veristi non ha nulla a che vedere col mondo di Agatuzza Messia. Questa novellatrice eccezionale per l'impostazione nel porgere il racconto aveva delle convinzioni forti circa il suo destino, circa il suo ruolo di donna e di madre, di quello che succedeva a Palermo. La Messia non è una ingenua interprete del racconto popolare. Facendo due conti si può ritenere che il Pitrè ragazzino ascoltò i suoi racconti quando già Agatuzza aveva superato l'età di 40 anni. Non era una giovinetta, ma aveva una sua testa, un suo vissuto. Leggendo i suoi racconti, soprattutto se si tengono presenti le varianti precedenti in Giovan Battista Basile, nel Perrault oppure le varianti contemporanee di altri narratori di racconti popolari dell'ottocento, ci si rende conto che Agatuzza Messia ha sviluppato nei suoi racconti la figura paterna come "aiutante", molto spesso al posto della figura materna. Può anche darsi che questo subentro(padre aiutante al posto della madre) sia avvenuto nelle generazioni precedenti che hanno tramandato oralmente i racconti; fatto sta che nei racconti di Agatuzza Messia l'eroina ha una intesa speciale con la figura paterna: verso il padre l'eroina non ha alcuna sudditanza. Poi si andrà nel concreto citando i racconti con questa particolarità.
Perchè la presenza paterna nei racconti della Messia? Nella Sicilia dell'altro ieri era nel linguaggio comune di molte donne, donne lavoratrici, spesso vero capo famiglia, riferirsi al padre buonanima come testimone della loro verità. Spesso le donne se contrariate reagivano sostenendo di essere nel giusto perchè la pensavano come il padre. Spesso dicevano che erano "sputate" come il padre, che avevano la stessa testa del padre. Era un linguaggio comune alla grande maggioranza delle famiglie del popolo, in seno alle quali le figlie erano spinte a imparare un mestiere, un'arte per sostentatarsi. Il matrimonio rimaneva per la donna la maniera per realizzarsi, ma il lavoro per le popolane di Palermo, specialmente per quelle ragazze di famiglie non abbienti non in grado di procurare loro una dote, era una maniera per avvicinarsi di più ad esso.Il frutto del lavoro delle ragazze veniva messo da parte per costituire loro la dote. Molto probabilmente Il trisavolo della Messia viveva già a Palermo, molto probabilmente al "borgo vecchio" dove le giovani ragazze spesso imparavano un mestiere e aiutavano la famiglia.In due racconti della Messia, "Sfurtuna" e "Marvizia" si accenna a piccole fabbriche di confezione di abiti e di camicie.In effetti in "Marvizia" sono le fate a confezionare in una notte un innumerevole numero di camicie, ma la Messia parla tanto bene del processo del lavoro diviso tra le fate-c'erano le fate che sbagnavano le tele, quelle che le tagliavano, quelle che le cucivano e infine quelle che si dedicavano alla stiratura e alla piegatura- e ciò ci induce a credere che in effetti quelle fabbriche esistessero realmente.

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Il racconto cornice da "Lu pappagaddu chi cunta tri cunti" si trova su midi-miti-mici.it


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