La novellatrice Agatuzza Messia.

Via Roma ai primi del XIX secolo in una ricostruzione pittorica di Antonio Mesiti.

Agatuzza Messia, palermitana del "Borgo vecchio", novellatrice-modello di Giuseppe Pitrè. Benchè analfabeta, è più che giusto riconoscerle le grandi doti di narratrice e di interprete di racconti popolari. Nei personaggi dei suoi racconti la microstoria di Palermo dai primi del 700 fino ai primi dell'800. A destra e in basso due quadri ad olio del pittore palermitano Antonio Mesiti aventi come tema la Palermo a fine 800, primi del 900.


La Chiesa di Santa Maria della Catena ai primi del 900 in una ricostruzione pittorica di Antonio Mesiti.

La presentazione che ne fece Giuseppe Pitrè

Per conoscere Agatuzza Messia è bene sentire quello che scrisse di lei Giuseppe Pitrè(Palermo, 21 dicembre 1841 – Palermo, 10 aprile 1916), l'etno-antropologo palermitano, che per mezzo secolo aveva curato, fra l' altro, i venticinque volumi della "Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane"(1871-1913), le ventiquattro annate della rivista "Archivio per lo studio delle tradizioni popolari (1882-1906) e i sedici volumi della collana "Curiosità popolari tradizionali". Dice il Pitrè nella prefazione ai 4 volumi di "Fiabe novelle e racconti popolari siciliani": "le persone da cui ho cercato ed avute tante tradizioni sono state quasi tutte donne. La più valente tra esse è Agatuzza Messia da Palermo, che io riguardo come novellatrice-modello. Tutt'altro che bella, essa ha parola facile, frase efficace, maniera attraente di raccontare, che ti fà indovinare della sua straordinaria memoria e dell'ingegno che sortì da natura.La Messia conta già i suoi settant'anni(ndr-Pitrè scrive questa prefazione nel 1874 quindi si presume che Agatuzza Messia sia nata intorno al 1804) ed è madre, nonna ed avola; da fanciulla ebbe raccontate da una sua nonna, che le aveva apprese dalla madre e questa, a sua volta, da un suo nonno(calcolando circa 22 anni come scarto fra generazioni, si può riportare la nascita del trisavolo di Agatuzza intorno al 1710-n.d.r.), una infinità di storielle e di conti; avea buona memoria, e non le dimenticò mai più. Vi son donne che avendone udite centinaia, non ne ricordano pur una; e ve ne sono che, ricordandosene, non hanno la grazia di narrarle. Tra le sue compagne del Borgo, rione o, come dice il popolo, quartiere di Palermo(oggi Borgo Vecchio, perchè a Palermo circa 40 anni fà è stato costruito un quartiere popolare alla periferia nord, quartiere che si chiama Borgo Nuovo-n.d.r.) essa godeva riputazione di brava contatrice, e più la si udiva, e più si avea voglia di udirla. Presso che mezzo secola fà, ella dovette recarsi insieme col marito in Messina, e vi dimorò qualche tempo: circostanza, questa, degna di nota, giacchè le popolane nostre non uscivano mai dal proprio paese altro che per gravissime bisogne. Tornando in patria(Palermo) essa parlava di cose di cui non potevano parlare le comari del vicinato: parlava della Cittadella, fortezza che non c'era uomo che potesse prendere, tanto che non ci poterono gli stessi Turchi; parlava del Faro di Messina, che era bello ma pericoloso pe' naviganti; parlava di Reggio Calabria, che, affacciandosi ella dalla Palizzata di Messina, pareva volesse toccare colle mani; e rammentava e contraffaceva la pronunzia dei Milazzesi che parlavano, diceva la Messia, tanto curiosi da far ridere. Tutte queste reminescenze son restate vivissime nella sua memoria. La Messia non sa leggere, ma la Messia sa tante cose che non le sa nessuno, e le ripete con una proprietà di lingua che è piacere sentirla. Questa una delle caratteristiche sue, sulla quale chiamo l'attenzione dei miei lettori. Se il racconto cade sopra un bastimento che dee viaggiare, ella ti mette fuori, senza accorgersene o senza parere, frasi e voci marinaresche che solo i marinai o chi ha da fare con gente di mare conosce. Se l'eroina della novella capita, povera e desolata, in una casa di fornai e vi si alloga, il linguaggio della Messia è così informato a quel mestiere che tu credi esser ella stata a lavorare, a cuocere il pane, quando in Palermo questa occupazione, ordinaria nelle famiglie dei piccoli e grandi comuni dell'Isola, non è che dei soli fornai. Non parliamo ove entrino faccende domestiche, perchè allora la Messia è come a casa sua; né può essere altrimenti di una donna che ad esempio di tutte le popolane del suo rione ha educato alla casa e al Signore, come esse dicono, i suoi figli e i figli dei suoi figli.
La Messia da giovane fu sarta; quando la vista per fatica le si andò indebolendo, si mise a fare la "cuttuninara", cioè cucitrice di coltroni d'inverno. Ma in mezzo a questo mestiere che le dà vivere, essa trova tempo per fare i suoi doveri di cristiana e di devota; ogni giorno, d'inverno o d'estate, piova o nevichi, in sull'imbrunire si reca a far la sua preghiera. Qualumque festa si celebri in chiesa, ella è sollecita ad accorrere: il lunedì è al Ponte dell'Ammiraglio per le "Anime de' Decollati"; il mercoledì tu la trovi a S. Giuseppe, a festeggiare la "Madonna della Provvidenza"; ogni venerdì accorre a "San Francesco di Paola", recitando per via il suo solito rosario; e se passa un sabato non passa l'altro che deve andare alla "Madonna dei Cappuccini" e quivi prega co una devozione "che intender non può chi non la prova". La Messia mi vide nascere e mi ebbe tra le braccia: ecco perchè io ho potuto raccogliere dalla sua bocca le molte e belle tradizioni che escono col suo nome. Ella ha ripetuto al giovane le storielle che avea raccontato al bambino di trenta anni fa; nè la sua narrazione ha perduto un'ombra della antica schiettezza, disinvoltura e leggiadria. Chi legge non trova che la fredda, la nuda parola; ma la narrazione della Messia più che nella parola consiste nel muovere irrequieto degli occhi, nell'agitar delle bracce, negli atteggiamenti della persona tutta, che si alza, gira intorno per la stanza, s'inchina, si solleva, facendo la voce ora piana, ora concitata, ora paurosa, ora dolce, ora stridula, ritraente la voce dei personaggi e l'atto che essi compiono. Della mimica nelle narrazioni, specialmente della Messia, è da tener molto conto, e si può esser certi che, a farne senza, la narrazione perde metà della sua forza ed efficacia. Fortuna che il linguaggio resta qual'è, pieno d'inspirazione naturale, a immagini tutte prese agli agenti esterni, per le quali diventano concrete le cose astratte, corporee le soprasensibili, vive e parlanti quelle che non ebbero mai vita o l'ebbero solo una volta."


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Il racconto cornice da "Lu pappagaddu chi cunta tri cunti" si trova su midi-miti-mici.it


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