Una interpretazione della fiaba de "Il flauto magico" di W.A. Mozart(3)


Wolfgang Amedeus Mozart

Sembra che a subire un colpo tremendo, in questa opera, sia il fatalismo, ma il lieto fine della vicenda parallela di Papageno sconvolge questa tesi.
La vicenda di Papageno e di Papagena(la Vecchia) è legata alla credenza dello spirito del grano.

Il ruolo delle ‘tre dame’ nel secondo atto, cioè il compito di far parlare l'iniziato o l'eroe pervenuto nel mondo dei morti, con l'intento di dargli una cattiva fatagione o di farlo diventare una statua, di solito nelle fiabe è ricoperto da un uccello parlante(anche la 'potnia' mediterranea, la 'signora degli animali' viene raffigurata spesso con zampe di uccello, vedi la sumera Lilith, che è anche la regina del regno dei morti). Comunque l'uccello parlante, nelle fiabe, una volta catturato diventa l'aiutante(è dotato di onniveggenza) di colui o colei che è riuscito a non rispondere, a stare zitto a tutte le sue provocazioni verbali, e dà la svolta finale al racconto. Spesso in questi racconti, (vi sono descritte le peripezie di due o più gemelli, di cui spesso uno è una femmina, scambiati alla nascita con cagnolini o altri animali-la parte iniziale è come quella de 'La sepolta viva' dei racconti piemontesi'-poi, grazie alle fate, ritornano al paese paterno, ma il personaggio cattivo, di solito la nonna paterna, li spinge a fare delle prove molto rischiose, fra cui quella di andare a prendere l'uccello che parla) gli oggetti impossibili e magici che i gemelli devono conquistare hanno a che fare con la musica: oltre all'uccello che parla, c'è la mela che suona, l'acqua che balla, l'albero che canta. Sicuramente erano diffuse al tempo di Mozart queste fiabe, ma non si può essere certi che abbiano influito su Mozart e sui librettisti, cioè Emanuel Schikaneder(massone a sua volta, ma espulso dalla loggia di Ratisbona nel 1789, fu anche il baritono nella parte di Papageno nella prima del 1791) e Karl Ludwig Giesecke, altro massone, che collaborò alla stesura del libretto.
Nella tradizione popolare gli uccelli rappresentano i morti e i versi degli uccelli in genere sono nettamente più vicine alle voci femminili e dei bambini, rispetto a quelle degli uomini. Nell'opera 'Il flauto magico' davvero non manca il riferimento agli uccelli. I riferimenti classici al canto e contemporaneamente ai volatili sono Circe, e le Sirene. Questi personaggi mitici sono delle grandi maghe, e una maniera in cui espletano la loro magia è il canto incantatore. Kirke in greco antico è il femminile di falco. Le Sirene avevavo zampe palmate di uccello acquatico. Molti affermano che fossero compagne di Persefone o di Demetra. Fu al momento del ratto di Persefone che le sirene avrebbero preso il volo verso la Sicilia; vennero attribuite loro ali e corpo da uccello per volare alla ricerca della Kore. Esiste un mito, ritenuto tardo, sulle muse greche. Le muse, figlie di Zeus e di Mnemosine, avevano delle rivali. Quest'ultime erano pure 9 e avevano gli stessi loro nomi, ma erano figlie di Pieros(si chiamavano per questo le Pieridi), e provenivano col padre dalla Macedonia. Le Pieridi gareggiarono in una gara sul monte Elicona con le muse figlie di Zeus. Ma perdettero e sarebbero state tramutate in uccelli. Quando le Pieridi cantarono, tutto si oscurò e nessuno le ascoltò. Quando cantarono le muse vere, tutto si fermò: il cielo, le stelle, il mare e i fiumi. Qualcosa di simile produce la musica e del flauto di Tamino e del carillon di Papageno.
Pare che Mozart avesse una grande passione per l’espressione onomatopeica e sopratutto per quella degli uccelli. Sia Papageno, sia Papagena sono connessi fortemente agli uccelli, anzi Papagena è una donna-uccello.
Quando il 4 giugno 1787, a pochi giorni dalla tragica perdita del padre, morì il suo storno, Mozart scrisse per lui addirittura l’ elogio funebre: ‘Qui riposa un caro mattacchione...Non era cattivo, era solo un po’ vivace, qualche volta un bel birbante, quindi non un tontolone...’ .
Molto probabilmente il mestiere di uccellatore al tempo di Mozart era in declino. Per i nobili, nel medioevo e nel rinascimento, l'uccellagione e/o la falconeria, era una occupazione direi status symbol. Naturalmente gli uccellatori, cioè gli esperti nell'addestrare e mantenere gli uccelli predatori, erano tenuti in gran considerazione. Papageno pare un poveraccio che vive alla giornata. La sua condizione probabilmente riflette la caduta della Regina della notte dopo la morte del Re solare. La Regina della notte non partecipa a questo tipo di attività, è semplicemente una consumatrice di volatili. I richiami degli uccelli predatori, nell'ambito della falconeria o meno, sono paragonabili ai canti ammaliatori di Circe(Kirke, falco femmina). Da osservare che l'uccello predatore, come l'aquila, il falco, lo sparviero, ha una forte ambivalenza. E' un essere celeste, ma per la sua aggressività può rappresentare lo spirito che ghermisce le anime, cioè la morte; può rappresentare il traghettatore che porta le anime dalla terra nell'oltretomba celeste; può essere l'emblema dello sposo che porta via la 'promessa'. Numerose divinità egizie hanno testa di uccello predatore. Il collegamento è al sole, alla luna, alla volta celeste. Comunque anche nell'antico Egitto era fiorente la falconeria.
A tratti sembra che a subire un colpo tremendo, in questa opera, sia il fatalismo, l'atteggiamento dei fatalisti. Cioè la convinzione che il destino di ogni individuo è già segnato, che le doti ricevute dal fato, dalle fate, dal destino non possono essere altrimenti acquisite. E la vicenda di Tamino conferma questa tesi. Alle doti naturali, il flauto magico donato dalle 'tre dame', Tamino aggiunge la volontà e la determinazione, oltre alla fede in un un mondo plasmato dall'amore e dalla saggezza. Queste virtù coltivate, non ereditate, non donate, gli consentono di superare le prove iniziatiche. Ma guardando all'opera dall'angolazione della storia di Papageno questa sicurezza viene meno.
Il lieto fine della vicenda parallela di Papageno sconvolge questa tesi. Papageno non supera le prove iniziatiche, ma alla fine trova la felicità nell'incontro con Papagena. Papageno stesso considera superfluo impegnarsi nel superare le prove se poi comunque il destino farà in modo che ognuno incontri la donnetta assegnataci.
Papageno è buffo, eccentrico, sguaiato, irriverente, fanciullesco dagli scherzi grossolani e dalle pose animalesche, proprio come viene raccontato Mozart nella sua vita quotidiana. Probabilmente c'è lo stesso Mozart nascosto dietro la maschera di Papageno/l’uccellatore, che vestito di piume e con una gabbia di uccelli sulle spalle, fischia e canta, tanto da essere scambiato lui stesso per uccello. Papagena per due volte compare a Papageno. Ma appena Papageno le rivolge la parola la ragazza-uccello scompare. Poi suona il carillon, dote donatagli dalle 'tre dame', e Papagena gli appare per sempre.
In definitiva la vicenda di Papageno e Papagena sembra originale. Non c'è nelle fiabe una vecchia donna che si trasforma in una giovane donna, a meno che non sia una strega. Esiste la trasformazione di un uccello in una persona(motivo D350 del modiv-index di S. Thompson). Già di per sè la vecchia nelle fiabe, se non è malvagia, se non è ruffiana, è un valore, rappresenta la saggezza, l'esperienza. Spesso è l'aiutante dell'eroe o dell'eroina. Dopo una buona azione, compiuta dai protagonisti, nei confronti della vecchia, questi vengono premiati con un oggetto magico o con un consiglio che sarà vitale nel corso del racconto.
Però nell'Europa del nord, sicuramente al tempo di Mozart, c'erano delle tradizioni popolari relative alla credenza dello spirito del grano nell' ultimo covone. In occasione della mietitura in moltissimi villaggi si svolgeva tra coloro, uomini e donne, che legavano i covoni di segale o grano, una gara a chi faceva prima il suo lavoro. C'era la credenza, in alcuni casi, che nell'ultimo covone, che veniva legato, andasse a nascondersi lo spirito del grano. In alcune regioni lo spirito del grano o l'ultimo covone si chiamava la Nonna. Così nella Prussia orientale alla mietitura della segale o del grano, dicevano alla donna o all'uomo che legava l'ultimo covone: " Tu hai la vecchia Nonna". Nelle vicinanze di Magdeburgo (Sassonia) facevano a gara a chi avrebbe avuto l'ultimo covone. Si credeva che a chi aveva l'ultimo covone sarebbe accaduto di sposarsi entro l'anno, ma il suo sposo o la sua sposa sarebbe stata vecchia. Oltre che la Nonna, l'ltimo covone, in Germania, in altre regioni, si chiamava pure la Vecchia o il Vecchio e lo vestivano da donna. Coloro che legano l'ultimo covone, hanno la Vecchia o il Vecchio e vengono canzonati. L'uso di chiamare la Vecchia l'ultimo covone esisteva pure in Irlanda, in Scozia, nel Galles, in Svezia(J.G.Frazer, Il ramo d'oro, Dee del grano nell'Europa settentrionale). Papageno è la canzonatura personificata. E nella sua figura può essere visto il debole, l'ultimo per lentezza di comprendonio, in questo caso. E sicuramente, rispetto a Tamino, è il perdente. Nel senso che non supera le prove iniziatiche. Come se fosse arrivato ultimo nella gara per la conoscenza del 'bene supremo'. Quindi a Tamino spetta la giovane Pamina e a Papageno, sarebbe dovuta spettare, la vecchia Papagena. Ma la credenza popolare delle lande dell'Europa settentrionale aveva tono scherzoso, e chi è oggetto di scherzo e sta al gioco riesce molto simpatico. E Papageno sembra stare al gioco della vecchia Papagena.

Sopra lo scenario di Karl Friedrich Schinkel per un allestimento del Flauto magico, 1815


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