Come si e' formato il personaggio della principessa Turandot.


Poster Turandot, edizioni Ricordi da Wikipedia

il personaggio della principessa Turandot.

Il mondo femminile è stato interpretato fin dal sorgere delle società dagli uomini, soprattutto da quegl'uomini che imparavano a memoria le tradizioni e gli usi di ogni popolo, cioè i re-sciamani, il braccio sacerdotale delle culture. La donna, spesso in molte culture, era ritenuta l'anello di congiunzione, la mediatrice fra mondo umano e mondo animale. C'è da dire, comunque, che nelle culture dei cacciatori le bestie erano considerate entità, erano pensate, permeavano il pensiero umano e quindi l'accostamento donna-animale non era dispregiativo. Ma già allora era positivo essere donne giovani e belle, mentre le donne oltre una certa età, non più belle(nonne, vedove o libere)che cercavano o godevano del sesso, erano associate alla 'vecchia libertina' e alla parte demonica incontrollabile degli animali(vedi il ciclo nordamericano della nonna libertina studiato da Levì-Strauss: in uno di questi miti la nonna diventa un'orsa furiosa che uccide il nipote, sposo incestuoso della propria sorella, da cui ha avuto un figlio). Con il patriarcato e quando il matrimonio diventa quasi endogamico: ci si sposa preferibilmente tra cugini, tra pari, lo zio sposa la nipote ecc.ecc. la castità delle fanciulle diventa un bene prezioso, da salvaguardare fino ad una certa età, fino al matrimonio. Nelle antiche culture mediterranee le dee nella loro giovinezza, durante il periodo verginale, vengono rappresentate come donne o adolescenti in corteo con compagne o ninfe coetanee, come la luna attorniata dalle stelle: così Persefone, Artemide, l'etrusca Turan, Nausicaa(che sembra ad Odisseo la dea Artemide), Afrodite.


I racconti persiani

Turandot è l'ultima opera di Puccini ed è opera incompiuta. Il libretto fu scritto da Giuseppe Adami e Renato Simoni ed è tratto da un racconto de Les Mille et un Jour, una raccolta di novelle orientali raccolti e pubblicati dall'orientalista francese Francois Pétis de la Croix(Parigi 1653-1713). Questo studioso di cultura orientale nel corso di uno dei suoi viaggi in oriente, nell'anno 1674 si recò da Baghdad a Isfahan, residenza della dinastia Safawida. Come egli stesso racconta nella prefazione alla sua raccolta, ottenne da un amico derviscio di nome Mokle, capo dell'ordine dei Sufi del luogo, il manoscritto originale persiano. Molto probabilmente il derviscio Mokle aveva trascritto in turco e in prosa testi di commedie di origine indiana del XVI secolo. La traduzione francese del manoscritto da parte di Francois Pétis de la Croix fu pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1710-12 nell'adattamento del poeta Alain-René Lesage(1668-1747). Anche perchè il manoscritto in persiano venne perduto Francois Pétis de la Croix fu accusato di invenzione e/o falsificazione, in un periodo in cui in Francia si pubblicavano innumerevoli racconti pseudo-orientali. La raccolta Mille e un Giorno costituisce un contraltare a Mille e una Notte. Mentre quest'ultima raccolta ruota attorno a un principe prevenuto contro le donne, il complesso dell'azione Mille e un Giorno tratta di una principessa prevenuta contro gli uomini(da Fiabe persiane, Mondadori, 1998 a cura di Inge Hoepfner). Una versione più antica della fiaba si trova nell'epos romantico Haft Peikar (I sette ritratti) del poeta persiano Nezami(1141-1209).
I sette ritratti, ovvero le sette bellezze, rappresentano sette principesse di cui si innamora il re sassanide Bahram Gum. La quarta principessa è la figlia crudele di un re russo o slavo. Nell'opera del poeta persiano è senza nome.
C'è un altro racconto persiano, che ha qualche somiglianza con la storia di Turandot, ma più ancora col mito greco di Atalanta, presente ne 'Le mille e una notte', insieme ad altri racconti che descrivono la furberia e la malizia delle donne. Il racconto è denominato 'L'imbattibile principessa e il finto vegliardo'. In questo racconto, nettamente superiore a quello derviscio per addentellati con la cultura antica mediterranea, la principessa Datmà non vuole sposarsi se non con chi la riuscirà a superare in un torneo a cavallo con lancia e spada. In questo racconto il pretendente veniva reso liberto e per questo era marcato in fronte, ma non ucciso.

Khutulun, figlia più famosa di Kaidu, re dei mongoli

Secondo Marco Polo, la principessa Khutulun(vissuta tra il 1260 circa e il 1306 circa)fu un guerriero superbo; era in grado di far prigionieri i nemici con la stessa facilità con cui un falco strappa da terra un pollo. Khutulun rifiutò di sposarsi. Avrebbe accettato come sposo colui che l'avesse superata in una gara di lotta libera. Chi, pretendente, avesse perso doveva sdebitarsi con 100 cavalli. E così aveva riempito le stalle con ben 10.000 cavalli. Quindi 100 furono i suoi pretendenti. Una notazione numerica di tipo mitico che ci riporta alle 100 lunazioni che spesso nell'antichità costituivano il grande anno lunare. Poi sposò un guerriero del seguito del padre senza lotta. Si dice pure che avesse un rapporto incestuoso col padre. Anche questa diceria è mitica; anche di Enomao, il re di Pisa nel Peloponneso, si diceva che avesse una relazione incestuosa con la figlia Ippodamia. Anche Ippodamia era chiesta in sposa, ma il padre Enomao l'avrebbe concessa come sposa solo a colui che in una corsa con cocchio e due cavalli sarebbe arrivato prima, partendo da Pisa, all'altare di Poseidon vicino a Corinto. Poi vinse Pelope e istituì i primi giochi di Olimpia(non le Olimpiadi che furono istituite dopo nel 776 a.C.), mentre Ippodamia, la domatrice di cavalli, istituì, secondo talune narrazioni mitiche, la prima gara di corsa per ragazze adolescenti.
Si è riportata la storia di Khutulun perchè secondo alcuni studiosi François Pétis de la Croix derivò il racconto sopra accennato dalla storia di Khutulun. Nel suo adattamento diede alla storia il titolo Turandot, volendo dire “la Figlia turca,” la figlia di diciannove anni d'Altoun Khan, l'imperatore mongolo di Cina. Invece di fare sfidare i corteggiatori nella lotta libera, lo scrittore e orientalista francese inserì nella storia il compito, per i pretendenti, di rispondere con esattezza, pena la morte, a tre indovinelli.

La fiaba teatrale del Gozzi, l'alveare, gli eunuchi, il tempio della 'Signora' di Efeso.

Nel racconto citato proveniente dal Mille e un Giorno la principessa Turandot è,per l'appunto, una principessa cinese. In quella che si ritiene la versione più antica della fiaba, Haft Peikar, è una principessa russa o slava. Questa origine dislocata della principessa ci suggerisce che gli arabi-islamici non sentissero propria questa figura di donna. Carlo Gozzi probabilmente aveva delle letture sull'impero mongolo di Cina e di come gli eunuchi(servitori e amministratori nelle corti imperiali cinesi dal VI secolo a.C. fino alla metà del XX secolo, cioè fino a meno di un secolo fa), in qualche periodo, per esempio durante la dinastia Han, avessero una tale potenza o prestigio da mandare a morte i reggenti degli imperatori, quando quest'ultimi erano piccoli e non avevano raggiunto l'età per andare personalmente al potere. E queste notizie sulla Cina mongola lo invogliarono a mettere in scena gli eunuchi, guidati da una maschera allusiva, Truffaldino, già famosa per essere doppia di cervello: inconcludente, indolente quando c'è da fare una cosa giusta, scaltro, attivo e malizioso quando la cosa da fare gli poteva ritornare utile. E Gozzi, nella sua fiaba teatrale, scherzò, satireggiò sui valori della castità e della sapienza. Carlo Gozzi, facendo parlare le maschere Tartaglia e Pantalone, sovraintendenti dell'imperatore, punzecchia Turandot: da questi personaggi in maschera è definita a volte porchetta, a volte cagna. La stessa Turandot dichiara che abborrisce il sesso mascolino, che solo il pensiero di esser soggetta ad un uomo la fa soffrire tremendamente. Ma dichiara pure che tiene superbamente a non essere superata nei cimenti d'acume: il cielo le ha dato questo talento, questa acutezza(?) e vuole con tutte le sue forze che non venga offuscata. La platea a queste affermazioni della 'Signora degli eunuchi'(considerazione dello scrivente), degli eunuchi ovviamente contrari al matrimonio, non poteva non sorridere.
Un mondo simile alle corti imperiali cinesi era stato costituito presso il tempio di Artemide di Efeso(VI secolo a.C.), o meglio della 'Signora di Efeso' , dea della fertilità simile alla dea frigia Cibele. Ad Efeso, la 'Signora' fu associata anche all'ape, come suo animale di culto. In effetti, l'intera organizzazione del santuario, in epoca classica, sembra aver poggiato sull'analogia simbolica di un alveare, con sciami di sacerdotesse chiamate 'api', melissai, e da numerosi sacerdoti eunuchi chiamati 'fuchi', Esseni (Tratto da 'Le Dee e Dei della vecchia Europa: miti e immagini di culto' di Marija Gimbutas). Ma per avere una visione più precisa del tempio della 'Signora' di Efeso è bene riferire che a quel tempo quella che oggi chiamiamo ape regina era considerato il re, il trascinatore dello sciame apiario. Notevole ciò che scrisse Aristotele(La storia degli animali, Trattato della generazione e Le parti degli animali ) sull'alveare: per il filosofo greco 'gli operai(api) erano in buona parte maschi che non accudiscono né la loro prole né tanto meno quella altrui, inoltre c'erano api androgine che “generavano” i fuchi, quest'ultimi alla maniera delle femmine erano disarmati, ridondanti e vergini fino alla morte, mentre il grande Re(Ape regina), più grande sia delle operaie sia dei fuchi e col pungiglione, anche lui androgino, generava il suo successore e gli operai.
Ma prima ancora di Aristotele si credeva che la figliolanza delle api fosse dovuta alle api operaie per partenogenesi, oppure al fatto che le api venissero fuori dalle viscere di animali, tori e giovenche,offerti in sacrificio agli dei e lasciati per 9 giorni in putrefazione(era il concetto della 'bugonia' secondo il mito di Aristeo, figlio di Apollo e di Cirene, ancora un alter ego di Artemide, anche se libica).

La Turandot di Giacomo Puccini

Il personaggio mitologico greco più vicino a Turandot è l'enigmatica Atalanta, probabile alter ego di Artemide(vedi Atalanta, giochi agonistici, sacerdotesse caste).
C'è chi sostiene che Turandot di Puccini rimase incompiuta non a causa dell'inesorabile progredire del male che affliggeva l'autore, bensì per l'incapacità, o piuttosto l'intima impossibilità da parte del maestro di interpretare quel trionfo d'amore conclusivo, che pure l'aveva inizialmente acceso d'entusiasmo e spinto verso questo soggetto. Il nodo cruciale del dramma, che Puccini cercò invano di risolvere, è costituito dalla trasformazione della principessa Turandot, algida e sanguinaria, in una donna innamorata. Nell'opera di Puccini non compaiono gli eunuchi e ci sono invece i 'mandarini', che invece sono presenti insieme a qualche sparuto eunuco nel racconto persiano di Francois Pétis de la Croix.
I librettisti Adami e Simoni presero sul serio il personaggio della principessa Turandot, rispetto alla versione del Gozzi, ma lo resero nevrotico. Soffre, infatti, di una sorta di complesso atavico per lo spregio patito dalla sua antenata Lo-u-ling, personaggio inventato rispetto alla versione di Gozzi. Anche, Liù, serva di Timur, padre di Calaf, è un personaggio inventato. Questa donna che si uccide per non rivelare il nome di Calaf, di cui è segretamente innamorata, fa venire in mente la domestica del musicista, Doria Manfredi, che perseguitata dalla gelosia ossessiva di Elvira Bonturi(moglie di Puccini) si suicidò avvelenandosi. Per Liù il maestro musicò la bellissima aria 'Signore, ascolta' e il canto sublime 'Tu, che di gel sei cinta'(per questo canto Puccini aveva composto pure i versi)'. Inoltre Calaf canta per lei la commossa romanza 'Non piandere Liù'. Le note della regina Turandot sono invece poco famose al di fuori degli addetti ai lavori. Anche il duetto finale Calf-Turandot è poca cosa. Segno che il personaggio Turandot non fu ben digerito. Non mi sembra il caso di tentare una interpretazione etno-antropologica della fiaba Turandot di Puccini, interpretazione possibile invece per la fiaba di Gozzi. Una interpretazione psicoanalitica sarebbe più utile invece per l'opera di Puccini, con il sottofondo di una visione del mondo legata al futurismo di Marinetti. Una filosofia di vita, questa del futurismo, i cui temi fondamentali sono l'amore del pericolo, il culto per il coraggio e l'audacia e quindi il valore del superuomo.
Nella fiaba teatrale di Gozzi il passaggio di Turandot dall'indifferenza verso l'uomo e dalla crudeltà mentale verso l'innamoramento e la pietà è graduale. Turandot è aiutata in questo processo dalla schiava Zelima e dal padre Altoum oltre che dalla pervicacia di Calaf nel proclamare il suo amore. Mentre nella Turandot di Puccini la principessa ancora al III atto è nettamente contraria all'amore di Calaf: "Cosa umana non sono! Son la figlia del Cielo libera e pura. Tu stringi il mio freddo velo ma l'anima è lassù!". Nell'opera di Puccini è risolutivo il bacio passionale che Calaf strappa a Turandot. Il calore del bacio passionale disgela, trasforma la principessa. Da mostro di gelo a donna. Nell'opera di Puccini il bacio di Calaf a Turandot è un passo avanti, verso una maggiore considerazione della donna, rispetto al racconto persiano, simile alla storia di Turandot, presente ne 'Le mille e una notte', insieme ad altri racconti che descrivono la furberia e la malizia delle donne. Il racconto è denominato 'L'imbattibile principessa e il finto vegliardo'. In questo racconto il protagonista, dopo essere stato sconfitto in duello dalla principessa Datmà ed essere diventato un suo liberto, fa finta di essere un vecchio tremante, si avvicina alla principessa che non sta in guardia. Ella crede che il vecchio si comporti come si era comportato con le ancelle, invece quello che sembrava un vecchio la scaraventa a terra e ne coglie il fiore: della serie 'o mi sposi, o mi sposi'. Nel racconto derviscio riportato da Francois Pétis de la Croix la principessa risulta travagliata, nel dubbio se corrispondere o meno all'amore di Calaf ed ha una crisi di pianto. Prende la risoluzione di prendere come sposo Calaf quando sente sicuro il suo amore. E cioè quando comprende come Calaf abbia resistito alle profferte d'amore di una sua schiava. La schiava è una principessa e la sua famiglia è stata perseguitata dalla malasorte. Nel lungo colloquio con Calaf, nel tentativo di sedurlo e convicerlo a fuggire insieme questa schiava viene a conoscere il nome del principe e quello di suo padre. E' lo stesso Calaf a pronunciarli, mentre crede di parlare tra sè e sè. Questa schiava si comporta come la schiava Adelma nella fiaba del Gozzi. Con la differenza che il suo suicidio nell'opera di Gozzi è evitato per il pronto intervento di Calaf, mentre nel racconto derviscio muore suicida.
Qualcuno ha scritto che il Calaf di Puccini è un Edipo lirico. Se questo qualcuno vi vede un Edipo è per via del fatto che anche Calaf, come Edipo, indovina enigmi. Ma il racconto di Turandot in tutte le sue versioni è molto differente dal mito di Edipo, la storia molto travagliata di una successione al trono in quel di Tebe nell'antica Grecia. Certo, come già accennato sopra, un tentativo di interpretazione psicoanalitica si può fare, ma quì si preferisce non andare oltre. Siamo convinti che Freud interpreta il suo tempo e non si può ridurre il pensiero umano, il linguaggio dei racconti, dei miti, delle fiabe tramandate da millenni, agli schemi freudiani. C'è tanto nei racconti, perchè ci dobbiamo accontentare del poco che ci suggerisce Freud.
Un dato antropologico della versione pucciniana di Turandot sta nel fatto che Calaf è il 13.mo pretendente di Turandot nell'anno corrente. Questo dato non c'è in altre versioni, se non consideriamo il mito di Atalanta in collegamento con il molto simile mito di Pelope(nel mito Pelope è il 13.mo pretedente di Ippodamia). Forse i librettisti avevano dato l'idea a Puccini di rappresentare il principe Calaf come un principe mediatore tra la morte del vecchio ciclo e la vita del nuovo ciclo, come è ed era inteso il 13.mo mese in vari calendari come quello ebraico e quello cinese, entrambi calendari lunisolari, cioè calcolati su base sia solare che lunare. Ma sicuramente non se ne fece nulla, oppure Puccini accolse il suggerimento, ma sviluppò l'opera basandosi sull'amore sconfinato di Calaf. Il suo amore inaugurava un nuovo ciclo e trionfava sulla freddezza, sul vano discorso, sulla crudeltà mentale.


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"La cacciatrice Atalanta e la principessa Datmà."

"Atalanta e i giochi agonistici, i culti oracolari e le sacerdotesse caste."


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