Commento al MEMORIALE di Paolo Volponi


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Nota introduttiva: Memoriale e Paolo Volponi: un romanzo e un autore da riscoprire. Memoriale fu il primo romanzo di questo scrittore appassionato, veemente, colto, fornito di un linguaggio di grande spessore. Il romanzo destò tanto clamore alla sua uscita nel 1962 e resta sempre d'attualità perchè narra le peripezie di un umano, di un nato da donna che più umano non poteva essere.
Non siamo critici letterari e ce ne rallegriamo perchè il linguaggio dei critici è diventato talmente arduo e sofisticato che solo gli addetti ai lavori possono intenderlo.
Per fortuna "Memoriale" è un romanzo dalle diverse sfaccettature e quindi ha diverse chiavi di lettura. Per le nostre modeste conoscenze e perchè ci siamo portati abbiamo scelto una lettura di tipo psicanalitico e nel contempo abbiamo prediletto il senso di una differenziazione culturale tra terra-tradizionale-popolare e fabbrica-moderno-dominante.
Ci risulta che Paolo Volponi era studioso di psicoanalisi e di tradizioni popolari.


Albino Saluggia, il piò umano tra gli umani, e la fabbrica dove egli lavora, sicuramente tra le piò attrezzate per ciò che riguarda la medicina del lavoro, dopo periodi alternati di convivenza e di separazione, alla fine devono separarsi definitivamente. Il senso della libertà innata di Albino, la sua personalità, immune da ogni tipo di condizionamenti, non gli consentono di continuare a lavorare per conto di una impresa organizzata verticisticamente.
La novità del romanzo di Paolo Volponi è l’aver fatto esordire nel panorama delle opere letterarie che si interessavano all’industria e alle fabbriche la storia di un operaio, di un campione di umanità dal punto di vista della sua caratteristica inconfutabile, la debolezza umana, sottraendosi sia ai modelli di tipo ideologico che avevano interessato la sinistra e la sua avversione alle fabbriche dei padroni sfruttatori, sia a quelli di tipo sociologico che cercavano con l’autocritica di ipotizzare la formazione di fabbriche meno alienanti.
Vittorini in "Menabo 4"(Rivista di letteratura diretta dallo stesso Vittorini e da Italo Calvino ed edita da Einaudi) parlava nel 1961 di un mondo industriale che non possediamo e che ci possiede esattamente come il "naturale". Esso ha ereditato da questo il vecchio potere di determinarci fin dentro alla nostra capacità di trarne dei vantaggi, e deve quindi subire una trasformazione ulteriore che lo privi appunto del potere di ondizionare le nostre scelte e determinarci. Vittorini auspicava una letteratura che potesse procedere a questa trasformazione del mondo industriale, che portasse avanti un progetto di libertà dal mondo industriale alienante.
Nel 1962 irrompe "Memoriale" il primo romanzo di Paolo Volponi, che fino ad allora aveva ottenuto riconoscimenti solo come poeta. Il romanzo sbaragliò le discussioni di allora sui rapporti tra letteratura e industria e Pier Paolo Pasolini, apprezzando il grande potere rivelatore del suo autore, riconobbe in Volponi l’artista capace di risolvere per la via maestra della creazione letteraria e poetica l’antinomia tra intelligenza del tempo (cioè il comprendere tutto ciò che accade nel presente) e fedeltà alle origini (cioè ai valori delle società tradizionali).
Paolo Volponi non lo dichiara, probabilmente per rendere piò efficace il suo intento narrativo e piò nascosta l’ambiguità del suo procedere, ma Albino Saluggia è fortemente ancorato al mondo popolare. Non può essere altrimenti, considerato che ad Avignone, fino all’età di 13 anni, non ha avuto modo di conoscere la dottrina cristiana dalla fonte ufficiale della chiesa e della parrocchia, come dichiara lui stesso nel romanzo, ma solo attraverso i valori della sua comunità, il gruppo di famiglie italiane. E questo gruppo certamente e per necessità di sopravvivenza e per quello spirito di coesione proprio delle minoranze ha nutrito tutti i suoi componenti di quei valori tradizionali che si è portato con sè dai luoghi di origine.
Paolo Volponi ripropone un conflitto fra mentalità arcaico-contadina e mentalità moderno-industriale. Ma il punto di vista non è piò, adesso, quello dell’osservatore scientifico, bensì appare interiorizzato dall’io narrante, in cui il passaggio dalla condizione contadina a quella operaia è mediato dal periodo di collegio presso i Salesiani e dall’esperienza della guerra e della prigionia. Il rapporto tra l’uomo e la fabbrica perde ogni carattere scientifico, e torna a essere parziale, provvisorio, sfuggente come ogni cosa umana. Fin dalle prime pagine il lettore viene messo a conoscenza oltre che della sua debolezza anche di un altro aspetto del protagonista, del suo io-mistico, cioè di una personalità per niente attratta dalle cose del mondo, di una personalità capace di afferrare i propri mali, stringerli, rimpicciolirli e nasconderli in fondo all’anima per non sentirli piò o avvertirli appena. Quest’aspetto del protagonista immette nel racconto una dimensione ambigua che deve essere ritenuta senz’altro positiva. Tanto che alla fine Albino Saluggia abbandonando ogni velleità di ottenere un qualcos’altro dalla vita (dopo qualche anno di fabbrica si era dato da fare per ottenere la qualifica) si conforta componendo versi (Volponi, in questo accomunamento con se stesso, certamente rende positivo il suo personaggio).
Albino Saluggia nel corso della sua autonarrazione qualche volta si sofferma e comincia a esprimere giudizi e valutazioni sulla fabbrica e su tutti quelli che vi lavorano. E’ come se entrasse nel merito della discussione riaccesa un anno prima da Vittorini sul Menabò 4. Alcune sue osservazioni sono sicuramente notevoli e ancora attuali. La fabbrica nella sua struttura verticistica aggioga l’uomo, annulla i suoi sentimenti, il legame con la sua terra, e gli fa dimenticare il suo destino ultimo. Cresce in coloro che lavorano in fabbrica un orgoglio sempre piò profondo per l’organizzazione, per le macchine e per tutto l’apparato che riesce a fare cose mai viste e pensate da un uomo. In fabbrica ci si può spingere a pensare che gli uomini possano cambiare persino nelle loro storie e ad avere sempre piò bisogni che vanno bene al di là dell’accontentarsi di vivere bene, tutti insieme e liberi. E ancora, in fabbrica, ci si può spingere a pensare a un uomo non piò fatto a somiglianza di Dio, nella sua terra, ma piò somigliante e legato alle macchine, addirittura a una razza diversa. Per la sua struttura verticistica in fabbrica si sviluppa la smania dei premi, dei passaggi di categoria e l’ambizione di essere ben voluti dai capi; tutto ciò determina che si sospenda ogni giudizio, che si assuma la difesa dell’interesse dell’azienda anche contro il proprio e quello degli altri che lavorano. I lavoratori, ad ogni livello, perdono ogni loro identità, e si comincia a credere di diventare una parte della fabbrica e la fabbrica conta per loro e piò di loro. Sono presi da orgoglio soprattutto gli uomini che nelle fabbriche hanno fortuna e stanno meglio; costoro, i piò condizionati, sono alla fine piò infelici. Vi sono invece altri che cadono, che non riescono a seguire l’industria, che lavorano con pena fino al momento in cui sono scacciati o fino alla ribellione; comunque meglio per loro che restano uomini!
Queste riflessioni concordano col discorso di Vittorini che afferma che il mondo industriale ci determina profondamente, ma in questo romanzo, ciò viene disatteso da una personalità nevrotica, sfuggente e in ultima analisi ribelle come quella di Albino Saluggia, che fino alla fine non si adatta a vivere nel mondo industriale moderno. Un' architrave su cui poggia il racconto è la diversa concezione della malattia che si ha nel mondo popolare rispetto a quella del mondo industriale moderno. Nel mondo popolare al centro della malattia ci sta il malato: il malato decide di curarsi, il malato decide a chi rivolgersi per essere curato, e il malato decide pure, pur se indisposto o febbricitante, di andare a faticare. Ciò avviene non solo per bisogno (non si chiama il medico che vuole essere pagato di piò, si continua a lavorare perchè altrimenti nei campi tutto va in malora), ma soprattutto per evitare di porsi la domanda sull’origine vera della malattia, sulla sua origine spirituale (colpe proprie, colpe di parenti, maledizioni, spiriti maligni, fatture, iettatura ecc… ecc). Quando la malattia diventa tanto seria da rendere inabile al lavoro allora si ricorre al medico e piò spesso al mago. Albino segue questo ragionamento: "Io lavoro, riesco a svolgere i compiti assegnatimi, quindi io sto bene". Nella fabbrica, invece, la malattia e la sua gravità li decidono i medici. E così anche la cura. La diagnostica di laboratorio offre prove oggettive e inconfutabili. Il malato deve stare a casa o in ospedale per curarsi e, una volta guarito, tornare in fabbrica senza rischi di rilassamento nel lavoro e di nervosismo tra i colleghi. Il malato non decide alcunchè, tutto è deciso da altri.
Albino, una volta che in fabbrica gli scoprono la malattia, secondo la sua logica diversa si aspetterebbe parole di conforto, come nel mondo popolare un parente prossimo o un amico sosterebbe una persona dalla salute malferma ma ancora efficiente o quasi dal punto di vista del lavoro. Si aspetterebbe parole di fiducia, di coraggio a proseguire nel lavoro perchè lo stare oziosi e il pensarci sempre aggraverebbero il male. Le proposte dello staff medico della fabbrica di allontanarlo dal lavoro, magari di farlo andare al sanatorio per farsi curare lo allarmano. Il protagonista sente queste proposte come tentativi di mandarlo via dalla fabbrica per sostituirlo con qualche altra persona vicina o amica dei medici della fabbrica. Da questo momento inizia a roderlo la mania di persecuzione che lo porteràa considerare suoi nemici, oltre che i medici, anche le autorità, il nuovo capo reparto, i dirigenti ed anche la proprietà della fabbrica.
Altra chiave di lettura del romanzo è quella psicoanalitica. Dalle sue fantasie e da tutta la sua vita si può arguire che Albino Saluggia non ha superato il complesso d'Edipo. Questa mancanza lo castra dal punto di vista delle relazioni umane, in particolar modo delle relazioni con le donne.
Il personaggio centrale della sua storia è la madre, con la quale ha un rapporto d'amore e d'odio. Volponi nel disporre la struttura psicanalitica al racconto non è affatto esplicito,  anzi con maestria fa in modo che tutti i significanti psicanalitici restino inconsci ad Albino. La scena chiarificatrice è quella vissuta da Albino nelle rive del lago di Candia allorquando un luccio divora davanti ai suoi occhi un pesce piò piccolo. Siamo di fronte a una scena che in termini psicanalitici richiama la "scena primaria", cioè quella in cui un bambino viene a conoscenza per la prima volta del fatto sessuale. Evidentemente se questo primo approccio è corretto, se cioè la "scena primaria" è sostenuta da personaggi che vogliono bene al bambino, è presumibile che il trauma causato da questa scena apparentemente violenta non lascerà segni negativi(la presunta violenza del fatto sessuale può essere acuita dalla connessione ad esso del sangue mestruale della madre, lasciato inavvertitamente su qualche panno in giro per la casa). Albino è roso da un dubbio sul comportamento della madre quando ad Avignone la sera, mentre il padre era già a letto, vedeva un giovane muratore. Albino  ricorda di non aver curiosato e di non aver visto quello che temeva. Può anche avere rimosso. Volponi sapientemente non lascia trapelar nulla. Però l'emozione, la paura che desta in Albino la scena del luccio divoratore e il suo grido d'aiuto e l'accorrere a salvarlo di un uomo avanti negli anni, muto e con indosso una giacca che aveva l'odore di quella paterna, fa presumere che egli abbia visto ciò che temeva e che poi l'abbia rimosso. Volponi imbastisce una tela sottile su questo nodo cruciale del romanzo  e un lettore accorto può tracciare alcune convergenze tra i personaggi. Per esempio tra Grosset, il capo reparto cui si lega Albino, e il padre di Albino:   Grosset è tradito dalla moglie, il padre di Albino forse. Tra Gualatrone e quel giovane muratore che ad Avignone si vedeva la sera con la madre di Albino: entrambi sono simpatici ad Albino ed entrambi hanno successo con le donne. Tra Giuliana, addetta a servire nei tavoli della mensa della fabbrica dove lavora Albino e la madre di quest'ultimo. In quest'ultimo caso è rispolverato un classico della psicoanalisi freudiana. La fantasia nevrotica non potendo cogliere l'inconscio o ciò che vi è stato represso scarica la tensione con una fabulazione che di quel represso coglie semplicemente degli aspetti. Così la sorprendente Giuliana, con la quale Albino fantasticava di aprire una relazione, si fa scopare in aperta campagna di giorno da un semisconosciuto(potente come il luccio che divora il pesce piccolo) sotto un ponte e sotto lo sguardo, direi autolesionista, del protagonista. Ciò che da piccolo ricorda di non aver fatto(spiare la madre e il giovane muratore) lo fa ora con la sua compaesana Giuliana. Albino spia Giuliana, ma incosciamente sta spiando la madre. In questo dire e non dire, in questa sfuggevolezza del personaggio Albino che rimarca nel contempo la sfuggevolezza del suo inconscio sta il capolavoro di Paolo Volponi. Lo scrittore riesce a tenere sulla spada di Damocle dell'inconscio-verità   il suo personaggio Albino Saluggia facendogli sopportare e sopportando egli stesso delle grandi sofferenze: perchè chi scava a tale livello i suoi personaggi non può esserne che compartecipe.
Ecco spiegato cosa intendesse Volponi per sofferenza dello scrittore. Per un'altra via Volponi arriva alle stesse conclusioni di Jacques Lacan per cui l'analisi è "avvento della verità nella parola", ma tale verità si origina nel non detto, nella discontinuità, nei vuoti della cultura, nell'assenza...e rinvia a una diversità totale. E la diversità costruita da Volponi addosso al suo personaggio è un macigno per la società dei benpensanti che non riescono a guardare coi loro occhi oltre un palmo di naso.
   L’utopia del ritorno alle origini(la terra che produce senza essere coltivata), il visionarismo e la diversità del personaggio Albino Saluggia  sono tutti indizi, indicazioni che fanno presagire il pessimismo dell’autore, nelle future sue opere, circa la possibilità di migliorare le condizioni di vita degli uomini nelle fabbriche. Nonostante ciò è intravista per il protagonista una svolta, una crescita, questa volta reale, alla fine del romanzo, svolta che si può intuire dall’espressione del protagonista: "A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto".


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