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Canti di lavoro:
Canto di filatrici di lino, n. 35 CMPS di Alberto Favara



Foto tratta dal museo virtuale di Librizzi(Messina) in cui su una tavola ricamata di lino sono posati : la pianta essiccata del lino, i semi del lino in una scadela, il fuso adoperato per filare il lino, del lino cardato e del lino filato.

Canto di filatrici(n.35 del CMPS)

Sopra il canto così come lo abbiamo sistemato nel karaoche col free softweare Karakan. A sinistra un filmato dove si può ascoltare la musica e leggere il testo.

Da Erice questi versi cantati dalle filatrici mentre compivano il loro lavoro di routine. Invero della musica originaria c'è solo il primo rigo musicale che, anche solo, valeva la pena di essere ascoltato. Partendo da questo ho sistemato il secondo rigo. Primo e secondo rigo poi si alternano ancora altre tre volte. Il Favara l'ha raccolta da Antonina Vario di Erice.
Cantano le donne, ma nei panni dei loro uomini, dei loro mariti che si pregiano di avere delle mogli che sanno filare il lino. Poi il canto ammonisce contro l'avarizia, ridicolizzando i "sparagnatura", dato che la morte può sopraggiungere da un momento all'altro e costringere ad abbandonare tutto quello che si ritiene di nostra proprietà.

Il testo in siciliano prima e la traduzione in italiano poi:
Cori cuntenti mi pozzu chiamari.
E ora chi appista pisa di linu.
C'è me' mugghieri chi sapi fiilari.
E ogni se' misi lu so' fusu è chinu chinu.
Sparagnatuura nun si po' truvari,
Sparagna l'acqua e si viivi lu vinu.
Quattru cent'anni mi pozza campari,
E l'ultimu jornu dumani matinu.


Cuore contento mi posso sentire.
E una volte battute le mazzette di lino.
C'è mia moglie che le sa filare..
E ogni sei mesi il suo fuso è pieno.
Risparmiatori non se ne possono trovare.
Se si risparmia l'acqua, e si beve il vino.
Si può vivere quattrocento anni,
E l'ultimo giorno pure domattina.


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Canti di lavoro:
Canto di pescatori di corallo, n. 580 del CMPS di Alberto Favara


Sopra il video con l'interpretazione del canto da parte del Gruppo Aulos, sotto il canto così in formato midi-karaoke.

Canto di pescatori di corallo(n. 580 del CMPS)

Questo è un motivo cantato pure dai marinai corallieri di Napoli. In alto mare, mentre i pescatori virano girando l'argano, nel contempo cantano in cadenza col gesto di lavoro. Intanto i pescatori in acqua risalgono dai fondali riportando del corallo che viene messo subito nella sacca apposita.
La scoperta dei banchi di corallo esistenti nel mare di Sciacca, avvenuta in più riprese dal 1875 al 1880(I.Scaturro, Storia della città di Sciacca, Napoli 1926, vol.II pag.538-39), unita ai banchi di minori dimensioni del mare di Trapani, provocò una straordinaria affluenza di barche nelle coste, appunto di Sciacca e Trapani(città in cui il Favara raccolse il canto in questione). Barche in special modo provenienti da Napoli, dove già da tempo si praticava quella pesca e quell'industria. Si venne così formando un gergo siculo-partenopeo, del quale è un esemplare il presente canto di lavoro

Il testo in siciliano:
Ohè Nicò ohè Nicò! Mitti curallu russu 'ncoppa'a bascul.
Ohè Nirà ohè Nirà! E viri comu'assumma lu curà.
Ohè Nicò ohè Nicò! E sinni jamu 'ncoppa'a sicca no?.
Uttacata ut uttacata ut! E coomu su' belli'i maccarrù!
E issi issi è e issi issi è! E viri comu'a ssumma lu curà!
E tiirà e tiira! E viri comu'a ssumma'u sciarabbà!
O tira o tira! E viri comu'a ssumma lu curà!
Ohè Nicò ohè Nicò!
Metti corallo rosso dentro la cesta.
Ohè Nirà ohè Nirà! E vedi come s'ammassa il corallo!
Ohè Nicò ohè Nicò! E ce ne andiamo sopra la secca, no?
Uttacata ut uttacata ut! E come sono belli i maccheroni!
E issi issi è e issi issi è! E vedi come s'ammassa il corallo!
E tiirà e tiira! E vedi come s'ammassa questo bene del mare!
O tira o tira! E vedi come s'ammassa il corallo!


Canti di lavoro:
Cantu di li jenchi,n. 306 del CMPS di Alberto Favara


Cantu di li jenchi(n.306 del CMPS)

Sopra il canto così come lo abbiamo sistemato nel file midi-karaoche.
In alto esemplare di razza di vacche siciliane detta cinisara

Così commentava questo canto il Favara nella conferenza "Il ritmo nella vita e nell'arte popolare di Sicilia"(riassunta più tardi in un art. della Rivista d'Italia del 15 gennaio 1923: "Verso la fine di autunno si aggiogano all'aratro i giovenchi selvatici. Dopo la rapida ribellione attraverso la terra nuda, l'animale vien preso al laccio, il boaro e i suoi aiutanti gli impongono successivamente con gesti tradizionali il giogo, la percia, il mansile e infine il vomere, nella liturgia immutabile degli antichi padri siculi. L'animale dà di fianco, abbassa il capo, indietreggia con lunghi muggiti, rimpiangendo la libertà perduta. Allora incomincia l'anninniata, una salmodia grandiosa e solenne, sotto il cui influsso la lotta rude si trasforma in un rito religioso. Il canto ammonisce, minaccia, suade: il lavoro è la legge, o povero animale; se non tiri dritto, verrà la morte e il tuo corpo sarà diviso nel sacrificio, o povero animale. La cantilena continua, continua tutto il giorno e tutta la settimana, il giovenco l'ascolta; essa forma uno schema giambico di impulsi in avanti:'Addizza e sfaccia!'
La melodia penetra come un lubrificante nell'organismo e ne modera gli sforzi. Nel fascino armonioso il giovenco si va acquetando, i suoi movimenti disordinati vengono a poco a poco raccolti e diretti allo scopo: 'a picca a picca l'armalu s'addizza'. Alfine si apre nella madre terra, dalle cui viscere è salito il fremito della melodia, il solco nero e fecondo, principio di ogni umana cultura. Il boaro diceva: ' I giovenchi sono come i bambini; si debbono acquetare col canto'. Allora io riconobbi l'identità dell'anninniata di li jenchi con la Ninna nanna che le donne di Salemi cantano ai loro piccini e che avevo già descritta nella mia raccolta. Il vecchio boaro irsuto guardava con occhio limpido nella profondità delle cose; egli aveva la saggezza che dà il contatto diretto con la natura".
Il canto che riportiamo è stato raccolto dal Favara a Salemi da 'Zu Petru La Grassa' cui a sua volta l'aveva tramandato suo zio Jacu La Grassa.
Il rullo dei tamburi è stato aggiunto dall'autore di queste pagine.

Il testo in siciliano prima, con la traduzione in italiano poi:
Addizza addizza l'armaleeedu
Siddu ch'addizzi ti meettu lu nomu Galantomu
Rullo Tamburi - Oh oh!
E si'un addizzi la vucciria è ddooocu
E siddu addizzi ni vutamu cu laa criata Galantomu
Rullo Tamburi - Oh oh!
Ci'emu'a' purtari la nova ala patrunaaa
Chi st'armaleddu si 'mpaia e lavura Galantomu
Rullo Tamburi - Oh oh!


Raddrizzati raddrizzati piccolo animale.
Se ti raddrizzi ti metto il nome Galantomu.
Rullo Tamburi - Oh oh!
E se non ti raddrizzi la Vucciria (il famoso mercato della Vucciria a Palermo) è pronta.
Se ti raddizzi lo riferiamo alla serva (della padrona), Galantomu!
Rullo Tamburi - Oh oh!
Le portiamo la notizia alla padrona
Che questo piccolo animale impara e lavora, Galantomu!
Rullo Tamburi - Oh oh!


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