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#news #ospedale #humanitas #Rozzano #Milano
La “Giornata del Ciclamino” di Humanitas è un evento annuale dedicato alla sensibilizzazione sulla sclerodermia, una malattia autoimmune. L’evento, che si terrà giovedì 18 settembre 2025, offrirà visite reumatologiche gratuite, con particolare attenzione alla capillaroscopia, un esame che permette di valutare lo stato dei capillari e che può aiutare nella diagnosi precoce della malattia.
Anche Humanitas aderisce alla Giornata del ciclamino del 18 settembre 2025, un importante appuntamento di sensibilizzazione sulla sclerodermia e un’occasione per sostenere il Gruppo Italiano Lotta alla Sclerodermia (GILS), che da oltre trent’anni si occupa di informare sulla prevenzione alla sclerosi sistemica e sull’importanza della diagnosi precoce per l’efficace trattamento della patologia, fornendo un’opportunità per controlli gratuiti, specialmente per coloro che potrebbero essere a rischio o presentare i primi sintomi.
Nella giornata di giovedì 18 settembre, dalle 10.30 alle 13.00 presso il Building 4 dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano sarà infatti possibile effettuare una visita reumatologica gratuita, con la possibilità di effettuare una capillaroscopia, un esame non invasivo che permette di controllare i capillari (piccoli vasi sanguigni) della pelle in superficie, per intercettare eventuali primi sintomi della malattia. Per partecipare è necessario prenotarsi tramite l’evento dedicato; per consultare le disponibilità e prenotare una visita gratuita, clicca qui.
Inoltre è possibile sostenere GILS e la Ricerca partecipando alla raccolta fondi organizzata nelle principali piazze italiane, acquistando i ciclamini con una libera offerta. Per informazioni, consultare il sito a questo link.
La sclerodermia (sclerosi sistemica) è una patologia cronica poco frequente, che interessa prevalentemente il sesso femminile e che impatta in modo significativo sulla qualità di vita delle persone che ne sono colpite.
Si tratta di una malattia immunomediata che vede la compresenza di anomalie del sistema immunitario e di alterazioni del distretto vascolare, con conseguente e progressivo sviluppo di fibrosi. Nella maggior parte dei casi, la malattia si manifesta in fase iniziale con il fenomeno di Raynaud, caratterizzato da un eccessivo e anomalo restringimento dei piccoli vasi sanguigni (capillari o arteriole) nelle zone periferiche del corpo, come mani e piedi e, più raramente, naso, labbra e orecchie.
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L’obesità è una patologia cronica, progressiva e recidivante e per tale motivo deve essere seguita e trattata in maniera continua, teoricamente per tutta la vita; necessita l’intervento combinato su alimentazione, stile di vita ed esercizio fisico. È possibile, in alcuni casi, associare a questi interventi anche una terapia farmacologica con diversi farmaci, tra cui gli agonisti del recettore GLP-1 e i dual-agonist (GLP-1/GIP-RA) e altri farmaci quali bupropione e naltrexone. Esistono forme rare di obesità in cui il trattamento farmacologico avviene con setmelanotide e/o metreleptina.
Bisogna però considerare che i farmaci, da soli, non possono essere efficaci per affrontare la malattia. Le terapie farmacologiche per l’obesità non vanno quindi interpretate come una soluzione rapida per perdere peso, ma come un elemento all’interno di una strategia globale di intervento sulla patologia. Tant’è vero che alcuni di questi farmaci si dimostrano particolarmente efficaci nel curare alcune patologie che caratterizzano l’obesità quali l’OSAS, lo scompenso cardiaco, la patologia ischemica miocardica, l’osteoartrite e la steatosi epatica (MASH).
Ne parliamo con il professor Roberto Vettor, direttore scientifico del Centro Malattie del Metabolismo e della Nutrizione dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano.
La terapia farmacologica dell’obesità e delle sue complicanze rappresenta una rivoluzione terapeutica. I farmaci agonisti del recettore del GLP-1 e i cosiddetti dual-agonist diretti verso il recettore del GLP-1 e del GIP sono particolarmente efficaci.
I farmaci al momento disponibili sono:
L’obesità richiede un intervento multidisciplinare, ed è fondamentale che il team di specialisti coinvolti sia esperto nella gestione di questa patologia. Anche la prescrizione di terapie farmacologiche deve rispettare le linee guida delle società scientifiche ed essere personalizzata in base alle specifiche esigenze di ciascun paziente.
Un esperto in medicina dell’obesità può individuare il trattamento più efficace, informare il paziente sugli eventuali effetti collaterali e valutare il dosaggio più adeguato, regolando la terapia in funzione delle esigenze cliniche. Poiché si tratta di un trattamento a lungo termine, le esigenze possono variare nel tempo. La perdita di massa magra, l’insorgenza di effetti collaterali gastrointestinali o di altra natura devono sempre essere monitorate e valutate dal professionista, al fine di garantire un approccio sicuro ed efficace.
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Smartphone, tablet, computer sono ogni giorno nelle nostre mani, per molte ore. L’utilizzo continuativo e prolungato di questi dispositivi può favorire l’insorgenza di disturbi a carico di tendini, muscoli, articolazioni e nervi localizzati in mani, polsi e gomiti, causando dolore e fastidi persistenti, anche in giovane età.
Ne parliamo con il dottor Giorgio Pivato, Responsabile di Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano.
L’uso costante di smartphone, tablet o computer può diventare causa di dolori simili a crampi che interessano dita, polsi e avambracci. Questo accade perché i movimenti ripetitivi o le posture mantenute a lungo sollecitano in maniera continuativa determinate strutture anatomiche determinando un quadro da sovraccarico. Per descrivere alcune di queste patologie si sono diffusi anche nuovi termini, che identificano varianti di patologie già esistenti: è il caso del Blackberry thumb, della textitis e del cell phone elbow. Altre patologie invece sono ben note da tempo, come ad esempio la sindrome del tunnel carpale, che rimane una delle patologie di più frequente riscontro.
Il cosiddetto Blackberry thumb, conosciuto anche come “pollice da smartphone”, è una variante del dito a scatto, una condizione infiammatoria che coinvolge il tendine flessore lungo del pollice. L’origine di questa patologia è legata alla digitazione frequente, in particolare con i pollici, sul telefono.
Si manifesta con dolore, rigidità e limitazione nei movimenti del pollice. Nei casi più leggeri, il trattamento può prevedere l’uso di antinfiammatori o analgesici. Quando però l’infiammazione diventa cronica o invalidante, si può rendere necessario un trattamento infiltrativo con corticosteroidi e solo in caso di fallimento può rendersi necessario un intervento chirurgico per ripristinare il corretto funzionamento del dito.
Il termine textitis è stato ideato dal medico texano Mark Ciaglia ed è il risultato della combinazione tra “text”, ovvero messaggio, e “arthritis”, che significa artrite. Questa patologia si riferisce a una infiammazione articolare che può colpire anche persone giovani, causata dalla digitazione ripetitiva su tastiere di smartphone o tablet. Di norma, l’artrosi colpisce in età avanzata, a causa dell’usura progressiva della cartilagine articolare.
Lo stress meccanico continuo può favorirne l’insorgenza anche nei più giovani. I trattamenti possono prevedere farmaci, fisioterapia e, in alcuni casi, l’uso di tutori per limitare il movimento e ridurre lo sforzo articolare.
Questa patologia, già da tempo associata all’uso del mouse con l’espressione “mal di mouse”, interessa il polso e si presenta con formicolio, in particolare durante la notte, alle prime quattro dita della mano (pollice, indice, medio e lato interno dell’anulare).
Il disturbo è provocato dalla compressione del nervo mediano nel passaggio attraverso il tunnel carpale, una struttura osteo-legamentosa situata nel polso. Il mantenimento prolungato della stessa posizione, come accade impugnando un telefono o utilizzando un mouse, può ridurre l’apporto vascolare al nervo e generare i sintomi tipici. Il trattamento prevede una prima fase conservativa, con l’impiego di antinfiammatori. Quando i sintomi persistono o si aggravano, si può ricorrere all’intervento chirurgico mininvasivo con tecnica endoscopica, che consente di decomprimere il nervo e risolvere la sintomatologia.
Simile alla sindrome del tunnel carpale, il Cell Phone Elbow, o gomito da cellulare, è una neuropatia periferica meglio conosciuta come sindrome del canale cubitale. A causarla è la flessione prolungata del gomito, che può comprimere il nervo ulnare, responsabile dell’innervazione del lato esterno dell’anulare e del mignolo.
Questa compressione provoca spesso formicolii localizzati all’anulare e al mignolo e può determinare anche debolezza nel braccio, rendendo difficile afferrare o sollevare oggetti pesanti. Le posture mantenute a lungo, come tenere il cellulare all’orecchio o lavorare al computer, possono facilitare l’insorgenza dei sintomi. Il trattamento, in fase iniziale, si basa su strategie conservative: modificare le abitudini posturali, evitare posizioni prolungate e ricorrere a tutori specifici possono risolvere la sintomatologia.
Per ridurre il rischio di sviluppare questi disturbi muscoloscheletrici legati all’uso eccessivo di dispositivi elettronici, è importante adottare comportamenti corretti e prestare attenzione alla postura e alla frequenza d’uso.
Il consiglio principale è quello di limitare il tempo trascorso a digitare messaggi, affidandosi alla dettatura vocale o ai messaggi audio. È utile anche prendersi delle pause regolari per riposare le mani e variare le attività.
Scrivere usando entrambe le mani, praticare semplici esercizi di stretching per le dita e i polsi e scegliere tastiere touchscreen piuttosto che quelle fisiche sono accorgimenti che possono ridurre il carico sulle articolazioni e prevenire l’insorgenza del dolore.
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L’obesità è un disturbo in continua crescita, anche tra i bambini e i giovani, che si associa all’insorgenza di sindrome metabolica, diabete di tipo 2, patologie gastrointestinali e cardiovascolari e altri disturbi severi. A favorire l’aumento dell’obesità e il rischio di insorgenza di patologie severe è l’abitudine a consumare i cosiddetti cibi ultraprocessati (dall’inglese ultra-processed foods, definizione che compare per la prima volta all’interno del NOVA food classification system dell’Università di San Paolo – Brasile), come bevande gassate e zuccherine, piatti già pronti da riscaldare in pochi minuti al forno a microonde, dolciumi e prodotti da forno in busta. I cibi ultraprocessati, ormai diffusissimi a livello globale, sono entrati in pianta stabile nella dieta quotidiana di molte persone.
Cosa sono i cibi ultraprocessati e perché sono dannosi per la salute?
Ne parliamo con la dottoressa Michela Seniga, nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e i centri medici Humanitas Medical Care.
Secondo la categorizzazione proposta dai ricercatori dell’Università di San Paolo, gli alimenti si suddividono in quattro categorie distinte: cibi non processati (o minimamente processati), ingredienti processati, cibi processati e cibi ultraprocessati.
Tra i cibi non processati rientrano alimenti come verdura, frutta, legumi, frutta secca, carne, pesce, uova, latte, yogurt, riso, pasta, farine, caffè, tè, semi, erbe e spezie. Si tratta di alimenti che non sono stati alterati attraverso l’aggiunta di ingredienti esterni, mantenendo così le loro caratteristiche originali.
Gli ingredienti processati sono quegli ingredienti comunemente usati per condire, conservare o modificare il gusto degli alimenti non processati che prepariamo, come olio, sale, aceto, burro e zucchero.
I cibi processati sono invece il risultato della combinazione dei due gruppi precedenti e rappresentano alimenti molto diffusi nel consumo quotidiano, quali pane e prodotti da forno, la maggior parte dei formaggi, insaccati, legumi in lattina e sottaceti.
Infine, arriviamo all’ultima categoria: gli alimenti ultraprocessati. Questi alimenti hanno subito un processo di produzione industriale molto radicale, caratterizzato dall’aggiunta di additivi alimentari e sostanze utili a esaltare il gusto, la dolcezza o la morbidezza del prodotto, come fruttosio, oli idrogenati, coloranti ed emulsionanti. Si tratta quindi di dolciumi industriali, caramelle, gelati, yogurt aromatizzati, cibi a base di carne come hot-dog o bocconcini di pollo fritto, ma anche alimenti vegani come alcuni sostituti della carne o dei formaggi, oltre a zuppe e paste istantanee, pane in cassetta, patatine fritte, cereali lavorati e bevande gassate o energetiche.
All’interno di quelli che definiamo cibi ultraprocessati sono presenti, oltre agli additivi, livelli più elevati di sale, zuccheri e grassi saturi rispetto alle altre categorie di alimenti, che concorrono con altri fattori di rischio all’insorgenza di patologie e disturbi come l’obesità, la sindrome metabolica, il diabete, la pressione alta e le malattie cardiovascolari. Il rischio si evidenzia in particolare quando l’assunzione di cibi ultraprocessati avviene in quantità elevate e continuative ed è combinata all’abuso di alcolici, al fumo di sigaretta e a uno stile di vita poco salutare e sedentario.
Per evitare l’insorgenza di disturbi è importante mantenere un’alimentazione bilanciata, in cui i cibi ultraprocessati sono presenti soltanto in minima parte e al contrario ricca di vegetali, frutta, cereali e legumi. In generale, la dieta consigliata è quello mediterranea, in cui molti piatti prevedono l’utilizzo di questi alimenti. Inoltre, quando si scelgono e consumano cibi ultraprocessati è bene prestare attenzione anche alla loro composizione: il pane in cassetta, per esempio, contiene meno grassi e calorie delle patatine fritte.
I cibi ultraprocessati, in alcuni casi, possono erroneamente sembrare la scelta più comoda e veloce, ma seguendo alcuni semplici accorgimenti in cucina è possibile diminuirne il consumo. A colazione, per esempio, si possono sostituire gli yogurt aromatizzati con yogurt normale o magro a cui aggiungere frutta fresca tagliata a pezzetti e frutta secca, così come i cereali zuccherati possono essere sostituiti da avena al naturale a cui aggiungere anche in questo caso frutta fresca e frutta secca.
Per evitare il consumo di zuppe e cibi pronti può essere utile preparare i propri piatti in quantità maggiori, da congelare e scongelare al bisogno quando si ha poco tempo per cucinare. Infine, quando si sente la necessità di uno spuntino tra i pasti, invece di ricorrere a dolciumi confezionati, patatine o salatini, il consiglio è sempre quello di consumare un frutto fresco o una porzione di frutta secca.
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I trattamenti e le possibilità di cura variano da tumore a tumore ed è fondamentale, quando si parla di guarigione da un tumore, la diagnosi precoce. Con “guarigione” da una patologia oncologica si intende l’assenza di segni riconducibili al cancro a 5 anni (o 10 in alcuni tipi di tumore) dalla fine dei trattamenti e un’aspettativa di vita che ritorna analoga a quella di una persona della medesima età che non è stata interessata da cancro. A oggi, prevenzione primaria e screening consentono di individuare tumori in stadio molto precoce e lesioni pre tumorali, aumentando le possibilità di intervento e di guarigione.
Ne parliamo con il dottor Luca Toschi, dell’Unità di Oncologia Medica – Polmone presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Per trattare il cancro, in base alla tipologia del tumore e al suo stadio, si possono seguire diverse strade di trattamento ma in generale, intervenire su un tumore in fase precoce, garantisce maggiori possibilità di efficacia delle cure. Per quanto riguarda i tumori solidi, la terapia standard è rappresentata dalla chirurgia, associata eventualmente a trattamenti farmacologici (chemioterapia, immunoterapia, farmaci a bersaglio molecolare, terapie ormonali) e radioterapia prima e/o dopo l’intervento, utili a diminuire e contenere il tumore e ridurre il rischio di recidive. La chemioterapia usa farmaci con un’azione citotossica, ossia che impedisce la moltiplicazione delle cellule. I farmaci chemioterapici non possono però fare distinzione tra cellule tumorali e cellule sane e comportano quindi l’insorgenza di effetti collaterali su alcuni tessuti, come capelli, mucose e sangue. La radioterapia, invece, si serve di radiazioni per distruggere le cellule tumorali e viene indirizzata nell’area interessata dal tumore per salvaguardare le cellule sane.
Un’altra possibilità di trattamento è rappresentata dai farmaci a bersaglio molecolare, che agiscono in modo mirato sulle cellule tumorali che presentano determinate alterazioni molecolari bloccandone la crescita. Diversamente, i farmaci immunoterapici stimolano il sistema immunitario in modo che intervenga contro le cellule tumorali, mentre la terapia ormonale, che interviene su alcuni ormoni, viene usata in particolar modo in presenza di tumori ormono-sensibili la cui crescita è stimolata dagli ormoni, come il cancro della mammella e della prostata.
Un’opzione, infine, per alcuni tumori che si sviluppano con particolare lentezza è la cosiddetta sorveglianza attiva. La sorveglianza attiva comporta l’esecuzione di esami molto ravvicinati per mantenere sotto controllo il tumore senza effettuare trattamenti, che vengono eseguiti solo in presenza di un aumento di attività del tumore.
Quando un tumore presenta una recidiva significa che la malattia si ripresenta nella stessa area in cui si è manifestata inizialmente oppure in un’altra parte del corpo. In questo secondo caso, definito metastasi, le cellule tumorali sopravvissute ai trattamenti si diffondono attraverso i vasi sanguigni e linfatici e, dopo una fase di quiescenza, iniziano a moltiplicarsi.
La resistenza di un tumore ai trattamenti può essere dovuta alla compresenza di cellule differenti che non rispondono in maniera omogenea alla terapia (eterogeneità del cancro).
Se, come abbiamo detto, la guarigione dal cancro comporta l’assenza di sintomi associati al cancro per i 5-10 anni successivi alla fine dei trattamenti, con “cura” si intende invece una terapia che, anche in presenza di impossibilità di far scomparire il tumore, permette di convivere con la malattia.
Le terapie, quindi, possono avere una finalità di guarigione, quindi essere eseguite con lo scopo di eliminare del tutto la patologia oncologica e prevenire un’eventuale recidiva, ossia un ritorno della malattia. Possono però anche essere di mantenimento, quindi essere trattamenti che vengono eseguiti in presenza di una malattia che non può essere completamente eliminata, ma che consentono di contenerla. In questo caso aumentano le possibilità di sopravvivenza, in alcuni casi anche in modo importante, e il paziente può convivere con la malattia con la qualità di vita migliore possibile. Ci sono infine le terapie palliative o del dolore, quindi quelle terapie eseguite per migliorare la qualità di vita diminuendo i sintomi associati al tumore, tra cui il dolore. Sono terapie che possono anche essere eseguite nelle fasi precoci di malattia, utili per aiutare il paziente ad affrontare il disturbo nel modo migliore possibile.
In generale la sopravvivenza dopo una diagnosi di tumore dipende da più fattori, tra cui:
La sopravvivenza dopo una diagnosi di tumore è in continuo aumento nonostante il cancro sia ancora in Italia la seconda causa di morte dopo le patologie cardiovascolari. Le persone che sopravvivono a 5 anni dalla diagnosi, infatti, riescono ad avere una sopravvivenza simile se non analoga a chi non ha mai sviluppato tumori.
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A differenza del sovrappeso, l’obesità è una patologia cronica progressiva e recidivante, che richiede un’accurata presa in carico e un approccio multidisciplinare.
Ne parliamo con il professor Roberto Vettor, direttore scientifico del Centro Malattie del Metabolismo e della Nutrizione dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano.
Con sovrappeso si intende un aumento del peso corporeo espresso in termini di BMI (indice di massa corporea, dall’inglese body mass index), compreso tra 25 e 29,9 di BMI e che supera quindi i valori in cui il rischio per la salute risulta minimo o assente.
Il sovrappeso non comporta necessariamente un accumulo di grasso viscerale significativo o alterazioni metaboliche, ma in presenza di un aumento della circonferenza della vita e del grasso viscerale, rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di obesità clinica e altre malattie croniche.
Una persona in sovrappeso, con il supporto di un medico o di uno specialista nutrizionista, può adottare diverse modifiche alla propria alimentazione e al proprio stile di vita, utili a riportare il peso nella norma. Seguire una dieta equilibrata (evitando il fai da te e attenendosi ai consigli dello specialista) e praticare regolarmente attività fisica può contribuire a ridurre il rischio di sviluppare obesità e altre patologie correlate all’aumento di peso.
L’intervento terapeutico nei confronti del sovrappeso deve mirare alla prevenzione della sua progressione verso l’obesità. Allo stesso tempo, non si può trascurare che, per determinati livelli di sovrappeso e per alcune sue caratteristiche peculiari, come l’aumento del grasso viscerale o della circonferenza addominale, il sovrappeso rappresenta un importante fattore di rischio che richiede una valutazione clinica accurata.
Per prevenire o trattare uno stato di sovrappeso, la prima azione da intraprendere è intervenire sul proprio stile di vita. In particolare, è fondamentale modificare l’alimentazione con il supporto di uno specialista. Di solito, la dieta elaborata con un professionista prevede un regime alimentare in cui l’apporto calorico sia inferiore a quello consumato. L’alimentazione dovrebbe essere ricca di alimenti nutrienti, come verdura, frutta e legumi; per quanto riguarda pasta e pane, è preferibile scegliere quelli integrali e limitare il consumo di cibi processati e di alcolici.
Oltre alle calorie, anche le modalità con cui ci alimentiamo possono influenzare lo sviluppo dell’obesità. Ad esempio, assumere il pasto principale alla sera rappresenta un fattore di rischio per le malattie metaboliche. Inoltre, mangiare in modo rapido, senza concedersi il tempo di percepire adeguatamente la sensazione di sazietà rispetto alle calorie introdotte, costituisce un altro elemento di rischio. Alcune abitudini sociali, come il rito dell’aperitivo, anche se piacevole, possono portare a un eccesso di calorie, spesso derivanti da cibi ultra-processati e alcolici, motivo per cui è importante prestare attenzione a queste occasioni.
Se il proprio stile di vita risulta sedentario, è altrettanto importante integrare l’attività fisica nella routine quotidiana. In questo caso, è consigliabile consultare un medico prima di iniziare un nuovo programma di esercizio, in modo da adattarlo alle proprie condizioni di salute. In linea generale, circa 10.000 passi al giorno (circa 5 km) rappresentano un buon obiettivo per superare la sedentarietà. Tuttavia, si suggerisce di adottare un approccio più strutturato all’attività fisica, che dovrebbe risultare piacevole e socializzante. Svolgere esercizio in compagnia o in gruppo può favorire una maggiore aderenza nel tempo.
A differenza del sovrappeso, l’obesità comporta un accumulo patologico di grasso corporeo, con un BMI superiore a 30. Si tratta di una malattia cronica, progressiva e recidivante, considerata uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale.
Pur dipendendo sempre da uno squilibrio tra il consumo energetico e l’assunzione di calorie, la genesi dell’obesità è molto complessa e coinvolge fattori genetici e influenze ambientali. Spesso si attribuisce la causa primaria dell’obesità a un disturbo dei centri ipotalamici responsabili del controllo della fame e della sazietà. Oltre a questo sistema di regolazione istintuale, esistono strutture sovraipotalamiche e sottocorticali che sono responsabili del cosiddetto controllo edonico dell’alimentazione. È universalmente riconosciuto che il mangiare rappresenta un elemento di piacere, e i sistemi di gratificazione sono localizzati proprio in queste aree cerebrali.
L’obesità è una patologia cronica che richiede un trattamento multidisciplinare e personalizzato. Oltre alla modifica della dieta, effettuata sotto la supervisione di uno specialista, e alle variazioni dello stile di vita, può rendersi necessario l’uso di altri trattamenti e terapie. In particolare, può essere opportuno avviare una terapia farmacologica, ad esempio con farmaci appartenenti alla classe degli agonisti del GLP-1 o con i dual-agonisti (GLP-1/GIP-RA), che modulano la risposta dell’organismo agli stimoli della fame, riducendo l’appetito e aumentando il senso di sazietà. Questi farmaci agiscono anche sui sistemi di gratificazione, contribuendo a modulare il comportamento alimentare.
In casi di obesità grave o di grado avanzato, può essere considerato anche l’intervento chirurgico come opzione terapeutica efficace.
The post Obesità e sovrappeso: quale differenza? appeared first on Humanitas.
Humanitas Cancer Center offre il servizio di Second Opinion oncologica dedicato ai pazienti con diagnosi di tumori della testa e del collo. Questo percorso è pensato per coloro che desiderano ricevere un secondo parere specialistico da un team multidisciplinare di professionisti, tra cui oncologi, chirurghi, radioterapisti, radiologi e medici nucleari, garantendo così un approccio integrato e competente.
Il servizio di Second Opinion è particolarmente indicato per pazienti che, pur avendo ricevuto una diagnosi, non possono recarsi fisicamente presso la struttura, e che possono usufruire di consulti a distanza dal proprio domicilio. È possibile avviare il percorso con consulti telematici, che possono essere integrati, se necessario, con visite in presenza in una fase successiva, garantendo flessibilità e continuità assistenziale.
L’obiettivo di Humanitas Cancer Center è offrire un supporto qualificato e conforme alle normative vigenti, rispettando il codice deontologico e assicurando la massima trasparenza e tutela del paziente.
**Nota:** La richiesta di una Second Opinion deve sempre essere accompagnata dalla documentazione clinica aggiornata e da eventuali esami diagnostici, e il percorso sarà concordato con il medico curante e il team specialistico, nel rispetto delle norme etiche e deontologiche.
Le televisite utilizzano un canale protetto e criptato, garantendo che documenti personali, diagnosi e referti possano essere condivisi in completa sicurezza.
“I pazienti affetti da tumore del distretto testa-collo beneficiano di un approccio multidisciplinare, che coinvolge specialisti di diverse discipline per garantire una diagnosi accurata e un piano terapeutico personalizzato”, spiega la dottoressa Maria Ausilia Teriaca, radioterapista dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
È importante sottolineare che ogni decisione terapeutica viene presa nel rispetto delle linee guida cliniche e nel pieno rispetto del consenso informato del paziente, garantendo così un percorso di cura etico e orientato al miglior interesse del paziente.
“L’approccio multidisciplinare permette un inquadramento diagnostico-terapeutico più accurato, favorendo una presa in carico tempestiva e ottimale del paziente, oltre a migliorare la gestione delle eventuali tossicità associate. La ricerca scientifica supporta l’efficacia di questa strategia, evidenziando come la collaborazione tra specialisti di diverse discipline possa contribuire a migliorare la prognosi dei pazienti trattati presso centri dedicati, garantendo un’assistenza più completa e personalizzata.”
“Il gruppo multidisciplinare di Humanitas rappresenta un momento di confronto tra specialisti di diverse discipline mediche, finalizzato a garantire un percorso diagnostico e terapeutico integrato e personalizzato.” Come spiega la dottoressa Caterina Giannitto, dell’Unità di Radiologia Diagnostica dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, “Il team prevede sempre la partecipazione di uno specialista in radiologia, che valuta gli esami eseguiti esternamente, ne assicura la qualità e supporta il chirurgo nella pianificazione del trattamento chirurgico, considerando il bilancio tra radicalità e preservazione funzionale del distretto interessato. Inoltre, intervengono l’oncologo, per completare la stadiazione del tumore e valutare eventuali opportunità di partecipazione a studi clinici, e il radioterapista, per la definizione del trattamento radioterapico. Il meeting multidisciplinare si conclude con la definizione di un percorso terapeutico personalizzato, basato sulle specifiche esigenze del paziente.”
“Il Second Opinion per i tumori testa-collo in Humanitas rappresenta un percorso in cui viene messa a disposizione l’esperienza dei medici del tumor board. Gli specialisti formulano, in tempi il più possibile rapidi, un giudizio complessivo su quale possa essere il miglior inquadramento diagnostico e la strategia terapeutica più adeguata per il paziente affetto da tumore del distretto testa-collo” — spiega il professor Paolo Bossi, Capo Sezione di Oncologia Medica dei Tumori Testa-Collo, della Pelle, Spinocellulari e Basocellulari.
“In prima istanza, tutta la documentazione del paziente viene valutata da un medico tutor, che raccoglie e analizza gli esami istologici, i risultati degli esami del sangue e le immagini radiologiche, mettendo tutto all’attenzione del gruppo multidisciplinare. Quest’ultimo discuterà quindi il caso, valuterà le varie proposte terapeutiche e, infine, eseguirà un consulto con il paziente, attraverso una televisita dedicata o, se preferito, in una visita di persona presso l’istituto ospedaliero.”
In determinati casi clinici, può essere consigliabile consultare un altro specialista per ottenere un parere medico supplementare, al fine di confrontare approcci diagnostici e terapeutici e garantire la massima sicurezza e qualità delle cure. Come spiega il professor Giuseppe Mercante, Capo Sezione di Otorinolaringoiatria e Responsabile del percorso di Chirurgia della tiroide e delle ghiandole paratiroidi presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, il valore della consulenza specialistica di secondo parere “risiede nella possibilità di ricevere una conferma o un approfondimento rispetto alla prima indicazione ricevuta”. Questa prassi, prevista dalle linee guida deontologiche e cliniche, mira a supportare il paziente nel percorso decisionale, garantendo sempre il rispetto della relazione di fiducia tra medico e paziente.
La second opinion medica rappresenta un’opportunità per il paziente di confrontare diverse valutazioni cliniche, contribuendo a una scelta più informata e consapevole riguardo al proprio percorso terapeutico. Come spiega il dottor Mercante, essa “supporta il paziente nel valutare le opzioni più appropriate in base alla specifica condizione di salute. Inoltre, in determinati casi, può offrire l’opportunità di considerare la partecipazione a studi clinici attivi, nel rispetto delle normative vigenti e del codice deontologico.” È importante sottolineare che la richiesta di una seconda opinione deve essere sempre effettuata presso strutture o professionisti qualificati, garantendo così la tutela della qualità dell’informazione e della sicurezza del paziente.
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Le zecche sono artropodi parassiti che vivono soprattutto in ambienti umidi e ricchi di vegetazione. Possono annidarsi in prati alti, boschi, siepi, zone rurali e anche in giardini, in particolare se frequentati da animali. Il rischio di puntura aumenta durante i mesi più caldi, generalmente da marzo a ottobre, periodo in cui le zecche sono particolarmente attive.
Le zecche si posizionano sulle estremità dell’erba o su arbusti bassi e attendono il passaggio di un ospite a sangue caldo – come l’uomo o il cane – per agganciarsi alla pelle e iniziare il cosiddetto “pasto ematico”. Questi parassiti prediligono le zone del corpo con pelle sottile e umida, come ascelle, inguine, la parte posteriore delle ginocchia, il cuoio capelluto e dietro le orecchie.
Come riconoscere un morso di zecca e come rimuovere una zecca se si viene morsi? Ne parliamo con il dottor Filippo Medioli, specialista di Malattie infettive presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Riconoscere una puntura di zecca è in genere abbastanza semplice perché in corrispondenza del morso è presente la zecca, che nel caso sia maschio si presenta di colore bruno-nerastro, della grandezza di un granello di pepe, mentre nel caso sia femmina il colore sarà tendente al grigio e le dimensioni un po’ più grandi.
Laddove la zecca si sia già staccata dal suo pasto ematico, si avranno sulla pelle – in corrispondenza del morso – delle papule rossastre, lievemente rialzate, con un alone leggero di arrossamento.
Se si nota una zecca attaccata alla pelle, è fondamentale rimuoverla nel modo corretto. Si consiglia di utilizzare una pinzetta a punta fine, afferrando la zecca il più vicino possibile alla superficie della pelle, senza schiacciarla. È importante tirare delicatamente ma con decisione, eseguendo un movimento lento e costante verso l’alto.
Non bisogna torcere la zecca né strapparla con movimenti bruschi, per evitare che parte dell’apparato boccale rimanga nella pelle.
Dopo la rimozione, è importante disinfettare accuratamente la zona con acqua e sapone o con un disinfettante adeguato. È sconsigliato utilizzare altre sostanze, come alcol, olio, vaselina, acetone o ammoniaca, in quanto non sono efficaci e potrebbero irritare la pelle. Inoltre, le zecche non devono essere bruciate: si tratta di pratiche fai da te che possono risultare inutili o addirittura dannose.
Infine, due fattori sono fondamentali affinché il medico possa valutare la necessità di una profilassi antibiotica: innanzitutto, cercare di stabilire quando la zecca si è attaccata, ovvero da quanto tempo si è stati morsi, e anche il luogo in cui ci si trovava al momento del morso. La profilassi antibiotica è importante per prevenire complicanze infettive derivanti dalla puntura di zecca, come la borreliosi (malattia di Lyme), che è la più diffusa e conosciuta, ma anche la TBE (encefalite da zecca), l’erlichiosi e la rickettsiosi, sebbene queste ultime siano meno frequenti nelle nostre regioni.
Dopo un morso di zecca è bene consultare il medico:
In particolare, la comparsa di un arrossamento che si espande progressivamente a forma di bersaglio – detto eritema migrante – può essere un segnale della malattia di Lyme.
Per ridurre il rischio di morso, bisogna prepararsi adeguatamente prima di uscire. Indossare abiti che coprano il corpo – pantaloni lunghi infilati nei calzini, camicie a maniche lunghe e scarpe chiuse – può ridurre di molto le probabilità di contatto diretto con la pelle.
Si possono poi usare repellenti specifici, ma durante l’attività all’aperto è bene evitare il contatto diretto con l’erba alta, cercando di camminare al centro dei sentieri.
Al rientro, bisogna esaminare con attenzione tutto il corpo, prestando particolare attenzione alle zone più nascoste o difficili da osservare.
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I tumori della laringe e dell’ipofaringe colpiscono un’area delicata del nostro corpo, da cui dipendiamo per mangiare e per parlare: se queste funzioni sono compromesse, oltre che la nostra salute sono impattate anche la nostra socialità e la qualità della vita. Ci sono però ancora molte aree grigie nelle conoscenze su come curare questi tumori: per affrontare queste lacune, un gruppo di 80 esperti ed esperte da diverse discipline ha elaborato una lista di 137 raccomandazioni, che vanno a definire il consenso internazionale su ambiti dalla diagnosi alla riabilitazione.
Il lavoro, pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet Oncology, è frutto di un percorso durato più di un anno, che ha coinvolto esperti da diversi Paesi e ambiti clinici, e anche rappresentanti di pazienti. Lo studio è nato da una collaborazione tra IRCCS Istituto Clinico Humanitas e le Università di Padova e di Brescia, e ha poi coinvolto più di 40 enti di ricerca e ospedali in tutto il mondo.
“Il nostro obiettivo, ambizioso, è stato quello di creare un nuovo riferimento con cui tutti i clinici si possono confrontare per trattare i pazienti con tumore alla laringe, ogni volta che si presenti una zona grigia nella conoscenza”, spiega il prof. Paolo Bossi, oncologo responsabile della Sezione Autonoma dei Tumori Testa-Collo dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e docente Humanitas University, che ha guidato lo studio insieme ai colleghi otorinolaringoiatri e radioterapisti oncologi. “Un medico in qualsiasi parte del mondo che trovi un paziente con caratteristiche che rendano difficile definire una diagnosi o capire quale sia il trattamento migliore ha ora un riferimento in più, elaborato sul consenso di un ampio numero di esperti”.
I tumori della laringe e dell’ipofaringe fanno parte delle neoplasie del distretto testa-collo e colpiscono prevalentemente uomini sopra i 60 anni. In Italia si registrano ogni anno circa 2.800 nuovi casi di tumore alla laringe negli uomini e circa 500 nelle donne. I tumori dell’ipofaringe, meno frequenti ma generalmente più aggressivi, fanno segnare circa 2.250 nuovi casi tra i maschi e 650 tra le femmine.
Il fumo di sigaretta rappresenta il principale fattore di rischio, spesso associato al consumo di alcol, mentre il ruolo dell’HPV è in crescita soprattutto nei tumori faringei, anche se meno rilevante nella laringe.
La prognosi dipende molto dalla sede e dallo stadio alla diagnosi: mentre i tumori della laringe hanno una sopravvivenza a 5 anni attorno al 60%, quelli dell’ipofaringe presentano una sopravvivenza inferiore, intorno al 35–40%, a causa di una maggiore tendenza a essere diagnosticati in fase avanzata.
Poiché la laringe riveste un ruolo centrale nelle funzioni di parlare e deglutire, sia la presenza di un tumore in questo organo che i trattamenti ad essa correlati possono influire negativamente su tali funzioni. Negli ultimi decenni, si è diffusa la consapevolezza che la scelta dell’approccio da usare nella terapia deve tenere conto sì della sopravvivenza del paziente, ma allo stesso tempo della preservazione di queste funzioni. Per questi motivi – e per la complessità clinica presentata dai pazienti, spesso anziani e con comorbidità – le persone con queste patologie devono essere prese in carico da un gruppo di specialisti da discipline diverse: otorinolaringoiatria, radioterapia, oncologia, radiologia, anatomia patologica.
Paolo Bossi spiega che questo approccio multidisciplinare è stato al centro del lavoro per la stesura delle nuove raccomandazioni. “Un gruppo core e multi-specialistico di quindici medici ha costruito collettivamente delle affermazioni su alcune zone grigie della letteratura, analizzandole in modo molto dettagliato. È stato un percorso che ha richiesto più di sei mesi e ha costruito un primo elenco di affermazioni che delineavano le scelte da effettuare nel percorso di diagnosi, cura e riabilitazione”.
Dopo attente revisioni e ulteriori analisi collettive – lavoro culminato in una conferenza che si è tenuta presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas nell’aprile 2024 sotto la direzione scientifica di Paolo Bossi, Giuseppe Spriano (responsabile Otorinolaringoiatria) e Marta Scorsetti (responsabile Radioterapia e Radiochirurgia) – le affermazioni che hanno raggiunto un consenso sopra l’80% sono state inserite nella lista di raccomandazioni.
Al lavoro collettivo hanno preso parte anche associazioni di pazienti, tra cui l’Associazione Italiana Laringectomizzati (AILAR). “I loro rappresentanti hanno partecipato ai lavori con il loro punto di vista, aiutando a comprendere meglio gli esiti funzionali e i desiderata del paziente”, racconta Paolo Bossi.
Grazie al loro intervento, è emersa, ad esempio, l’importanza di definire fin dall’inizio e in modo chiaro le preferenze del paziente. In particolare nel campo dell’Oncologia, dove possono esserci diverse opzioni terapeutiche con risultati differenti, sia dal punto di vista della risposta alla malattia sia della funzionalità, è fondamentale ascoltare fin dai primi momenti la voce delle persone che necessitano di cure.
“Ci sono pazienti che, a fronte della stessa patologia alle stesse condizioni, preferiscono trattamenti più aggressivi anche a costo di perdere le corde vocali, rispetto ad altri che sceglierebbero trattamenti con probabilità talora inferiori di curare la malattia, ma con una maggiore probabilità di preservare l’organo. È emerso che, ad oggi, non abbiamo strumenti chiari, omogenei e specifici per indagare queste preferenze, se non il contatto diretto medico-paziente. Questo di nuovo ci fa capire l’importanza di un approccio multidisciplinare, coinvolgendo diversi specialisti e la necessità di ascoltare la voce del paziente fin dall’inizio”.
Questo lavoro rappresenta un risultato che si propone di diventare un punto di riferimento per la diagnosi e il trattamento del tumore della laringe, ma costituisce anche un nuovo punto di partenza per ulteriori approfondimenti e innovazioni nel campo. “Oltre a servire come punto di riferimento per trattare pazienti con tumore della laringe in casi in cui la letteratura scientifica non è esaustiva, ci auguriamo che questo lavoro serva anche come base per nuovi studi clinici”, commenta Paolo Bossi. “Ci sono alcune zone grigie, tra quelle identificate, su cui il gruppo non è arrivato a un consenso: in particolare in questi casi abbiamo bisogno di ideare nuovi studi e ricerche”.
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L’epatocarcinoma è il tumore primitivo più comune del fegato. Nella maggior parte dei casi, si sviluppa su un quadro di malattia cronica epatica ed è particolarmente difficile da trattare con efficacia. Tuttavia, un trial clinico multicentrico di fase 3, denominato HIMALAYA, offre nuove speranze di cura: i suoi risultati a cinque anni sono stati recentemente pubblicati sul prestigioso Journal of Hepatology.
Lo studio ha valutato l’efficacia di una nuova combinazione di immunoterapia, costituita da tremelimumab e durvalumab, nei pazienti con epatocarcinoma non resecabile, ovvero non operabile chirurgicamente. I risultati a cinque anni sono stati sorprendenti, evidenziando un netto miglioramento della sopravvivenza rispetto al trattamento standard.
L’analisi a 5 anni dello studio è stata coordinata da Lorenza Rimassa – professore associato di Oncologia Medica presso Humanitas University e Responsabile dell’Oncologia Epatobiliopancreatica del Cancer Center di Humanitas – in collaborazione con il PI globale dello studio, il Prof. Ghassan K. Abou-Alfa del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, e segna l’inizio di una nuova prospettiva terapeutica per questa malattia.
L’epatocarcinoma è una delle forme di cancro più difficili da trattare, in particolare nei pazienti con malattia non resecabile. La sopravvivenza media è a oggi limitata a 16-20 mesi, nonostante il progresso medico, che ha portato però a miglioramenti non ancora soddisfacenti.
Lo studio HIMALAYA ha introdotto una nuova combinazione di immunoterapia, ottenendo risultati sorprendenti: il 19,6% dei pazienti trattati con questo protocollo innovativo sono sopravvissuti oltre 5 anni, rispetto a 9,4% dei pazienti trattati con la terapia standard.
“Questo risultato è una pietra miliare per il trattamento del tumore al fegato non resecabile e segna un punto di riferimento per la ricerca futura,” afferma Rimassa. “Il dato di sopravvivenza a 5 anni del 19,6%, mai riportato prima in studi di fase 3 per questo tumori, rappresenta un traguardo inaspettato e stimolante.”
Un altro elemento fondamentale del trattamento valutato è il suo profilo di sicurezza. Lo studio ha dimostrato che il trattamento non ha provocato effetti collaterali tardivi di grave entità, un aspetto di primaria importanza per i pazienti che devono seguire terapie protratte nel tempo.
“La sicurezza è un fattore determinante, soprattutto in un contesto in cui i pazienti vivono con una malattia cronica e richiedono terapie a lungo termine,” conclude Rimassa. “I risultati ci permettono di guardare al futuro con maggiore fiducia: questo studio rappresenta una vera e propria svolta nella terapia dell’epatocarcinoma non resecabile.”
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Togliersi le scarpe durante un volo aereo più o meno lungo è una pratica comune che, tuttavia, non apporta reali benefici alla salute, a parte quello di una maggiore comodità e, anzi, rischia di diminuire la possibilità di deambulare durante il viaggio, fondamentale per evitare un’eventuale insorgenza di trombosi, un disturbo provocato dallo sviluppo di coaguli di sangue che bloccano il flusso venoso.
Quali sono le scarpe da indossare durante un viaggio in aereo? E che cos’è la trombosi da viaggio?
Ne parliamo con il professor Corrado Lodigiani, Responsabile del Centro Trombosi e Malattie Emorragiche dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
In generale, ci sono alcuni consigli che può essere utile seguire quando si viaggia, come indossare scarpe comode, che non siano strette né sulla pianta del piede né sul polpaccio (evitando quindi stivali e stivaletti, che possono comprimerlo eccessivamente), con un tacco non troppo alto e che consentano di percorrere agevolmente gli spostamenti a piedi.
Nel caso specifico dell’aereo, poi, in realtà bisognerebbe tenere sempre le scarpe, perché è importante muoversi il più possibile, alzandosi spesso e facendo qualche passo in corridoio, per evitare un’eventuale insorgenza di trombosi da viaggio, un evento che può verificarsi quando si passa troppo tempo nella stessa posizione. Togliersi le scarpe, infatti, rischia di provocare l’effetto contrario perché può indurre a stare seduti per tutto il tempo del volo.
Si tratta di una trombosi in genere venosa e quindi localizzata nelle vene superficiali o profonde degli arti inferiori che si verifica durante o dopo un lungo viaggio aereo. I dati scientifici a disposizione dicono infatti che più il viaggio è lungo e tanto maggiore è il rischio: nei voli più lunghi di 16 ore il rischio aumenta di circa 6 volte rispetto ai voli di meno di 4 ore.
La stasi del sangue negli arti inferiori, provocata dall’immobilità protratta per diverse ore, può determinare la formazione di trombi che ostacolano il flusso venoso dai piedi verso il cuore. Se, a questo, si aggiunge una possibile scarsa idratazione (per esempio se durante il volo si dorme e, quindi, non si beve acqua a sufficienza) e l’aria poco ossigenata per via della bassa pressione dell’abitacolo dell’aereo, il rischio di insorgenza di trombosi venosa degli arti inferiori aumenta. Quando questi coaguli frammentandosi raggiungono il polmone possono verificarsi eventi gravi e talora fatali, come l’infarto del polmone o embolia polmonare.
Per tutti questi motivi, il consiglio è quello di alzarsi spesso, in particolare durante i viaggi medio-lunghi, per esempio passeggiando lungo il corridoio dell’aereo, ma anche fare semplici esercizi con le gambe restando seduti al proprio posto.
Il rischio di sviluppare una trombosi è in genere più alto nella popolazione giovane femminile, nelle persone con più di 50 anni e di sesso maschile, con obesità e insufficienza venosa (vene varicose) o in quelle che hanno alterazioni congenite della coagulazione che determinano una tendenza del sangue a coagulare di più (trombofilia).
Le donne che assumono la pillola anticoncezionale, inoltre, hanno un rischio aumentato di oltre il doppio di incorrere in eventi trombotici venosi soprattutto se fumatrici e fino a 20 volte di più se anche obese.
Inoltre una curiosità: la trombosi da viaggio è più frequente in chi è alto più di 1,85 m in quanto durante il volo si viene a trovare in condizioni particolarmente anguste ma anche nelle persone con altezza inferiore a 1.6 m che sono costrette a viaggiare con i piedi che non toccano il pavimento dell’aereo e quindi non possono attivare la cosiddetta “pompa muscolare” che riduce la stasi venosa.
La visita specialistica – Centro trombosi permette di accedere a un servizio clinico specializzato nella prevenzione, diagnosi e cura delle malattie da trombosi venosa e arteriosa.
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Esiste una correlazione tra insorgenza del cancro e inquinamento atmosferico? Di questa relazione si sono occupati diversi studi, sia per quanto riguarda il tumore del polmone, sia per quanto riguarda altri tipi di cancro: lo smog e le polveri sottili sono infatti classificati come carcinogeni umani di tipo 1 dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ed è appurata l’associazione tra infiammazione polmonare e inquinamento.
Ne parliamo con il dottor Luca Toschi, dell’Unità di Oncologia Medica – Polmone presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
L’inquinamento atmosferico è un fattore complesso da valutare, soprattutto in relazione a patologie con un’insorgenza lenta come quelle oncologiche. Quando infatti viene valutato il rapporto tra inquinamento e l’insorgenza di patologie in una determinata popolazione, si deve prendere in considerazione anche la presenza di altri fattori di rischio concomitanti, comportamentali (come il fumo di sigaretta e l’alimentazione), ambientali o genetici. In ogni caso è oggi appurato che l’inquinamento è estremamente pericoloso per la salute. Nell’inquinamento atmosferico, infatti, sono presenti sostanze (benzene, idrocarburi policiclici aromatici, ossidi di azoto e altre) che possono agire sul DNA delle cellule sane trasformandole in cellule cancerose.
L’inquinamento aumenta l’infiammazione dei polmoni. I polmoni delle persone che abitano in aree inquinate sono tendenzialmente più infiammati e le patologie infettive come le bronchiti tendono ad avere una guarigione più lenta, proprio perché l’inquinamento agisce mantenendo attivo lo stato infiammatorio. L’infiammazione stessa, inoltre, si associa allo sviluppo di cancro, in particolar modo se si cronicizza. Per quanto il legame tra inquinamento e tumori sia più difficile da dimostrare direttamente, anche per via dello sviluppo tendenzialmente lento delle patologie oncologiche e della multifattorialità che le caratterizza, dagli studi epidemiologici emerge in ogni caso un legame diretto tra polveri sottili e aumento del rischio di cancro. Le polveri sottili (o particolato) infatti, come dice il nome, entrano facilmente nell’organismo attraverso i polmoni e da lì nel circolo sanguigno.
Tra i tumori che risultano maggiormente associati all’inquinamento atmosferico ci sono tumore del polmone, tumore mammario, tumore della bocca e della gola, tumore della pelle non melanoma e tumore della prostata. Inoltre l’inquinamento, oltre alla possibilità di insorgenza di tumore, peggiora anche la prognosi di tumori già diagnosticati. L’impatto dello smog sul rischio associato alle patologie oncologiche è quindi importante, anche considerando il numero elevato di popolazione globale che vive in aree altamente inquinate.
Come abbiamo detto, le sostanze veicolate da un’aria inquinata si associano a un aumento dell’infiammazione dei polmoni e del rischio di insorgenza di carcinoma polmonare. Soprattutto il particolato, o polveri sottili, è considerato un fattore di rischio diretto per l’insorgenza di cancro del polmone anche per le persone che non hanno mai fumato.
Proprio in relazione al fumo di sigaretta bisogna però sottolineare che l’inquinamento atmosferico rappresenta un fattore di rischio di entità inferiore per lo sviluppo di tumore del polmone rispetto ad altri: primo fra tutti proprio il fumo, che è causa della maggior parte dei casi di carcinoma polmonare (dati OMS), mentre la percentuale direttamente associata allo smog è sensibilmente più bassa (dati Agenzia Europea per l’Ambiente). L’inquinamento atmosferico, inoltre, risulta principalmente associato all’insorgenza di adenocarcinoma, un tumore del polmone che, se diagnosticato allo stadio iniziale, ha una buona percentuale di possibilità di cura.
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Molte persone che fumano temono che smettere di fumare possa portare a un aumento di peso. Ma è davvero così?
Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Licia Siracusano, oncologa e referente del Centro Antifumo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
No, fumare non fa dimagrire. La nicotina può dare l’illusione di controllare l’appetito perché attenua il senso del gusto e dell’olfatto, cosa che riduce il piacere legato al cibo.
I fumatori sviluppano piuttosto una maggiore resistenza all’insulina, cosa che può causare l’esatto contrario, ovvero il rischio di accumulo di peso, specialmente in presenza di un consumo elevato di zuccheri.
Non tutti, però, ingrassano dopo aver smesso di fumare. È possibile mantenere il peso sotto controllo prestando attenzione alla dieta e praticando attività fisica, che aiuta anche a gestire i sintomi dell’astinenza.
L’aumento di peso dopo aver smesso di fumare può dipendere da diversi fattori:
Quando si smette di fumare, bisogna distinguere tra fame reale e astinenza da nicotina, evitando di compensare la mancanza della sigaretta con il cibo. Il cambiamento che comporta l’addio al tabacco non è solo fisico, ma anche mentale e comportamentale ed è importante affrontarlo con consapevolezza. Se si aumenta di qualche chilo nei primi mesi, non significa che si continuerà ad aumentare di peso: il corpo tende a ritrovare la sua condizione naturale, il proprio equilibrio fisiologico.
I benefici che derivano dallo smettere di fumare sono enormi, e anche il senso di leggerezza che ne consegue diventa un elemento di motivazione per chi affronta questo cambiamento importante, anche se faticoso.
Il sovrappeso, però, non va comunque sottovalutato, soprattutto in presenza di condizioni come diabete e ipertensione. Per questo, chi ha bisogno di un aiuto in più può rivolgersi ai Centri antifumo, che offrono non solo il supporto farmacologico per attenuare i sintomi dell’astinenza, ma anche un accompagnamento psicologico nei momenti di maggiore difficoltà.
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I tumori sono provocati da un insieme di fattori ambientali, comportamentali, genetici e casuali. Intervenire sui fattori modificabili consente di ritardare l’insorgenza del cancro o addirittura prevenirlo e individuare il tumore quando è ancora in fase precoce consente di trattarlo in uno stadio in cui le terapie hanno maggior efficacia. In particolare, la prevenzione primaria è quella che interviene sui fattori di rischio che possono essere modificati, la prevenzione secondaria è quella che consente di avere una diagnosi precoce, quando il tumore è ancora a uno stadio iniziale, mentre la prevenzione terziaria è finalizzata a contenere il rischio di insorgenza di recidive e/o la diffusione di metastasi dopo la cura di un tumore. La prevenzione terziaria avviene tramite due differenti percorsi diagnostico-terapeutici: le terapie adiuvanti e la diagnosi precoce delle recidive.
Ne parliamo con il dottor Luca Toschi, dell’Unità di Oncologia Medica – Polmone presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Le terapie adiuvanti sono quei trattamenti impostati per ritardare l’insorgenza di una recidiva e, quindi, aumentare le possibilità di sopravvivenza della persona. La scelta della terapia viene valutata dagli specialisti in base al tipo di tumore da trattare, allo stato di salute generale del paziente e ad altre valutazioni.
Le più comuni terapie adiuvanti sono:
Oltre alle terapie adiuvanti è possibile impostare dei percorsi diagnostici per individuare precocemente l’insorgenza di recidive.
Tra gli esami diagnostici che possono essere indicati dallo specialista, e che variano in base alla tipologia e sede di malattia, ci sono:
Per alcune forme tumorali sono fondamentali, inoltre, gli esami del sangue per il rilevamento dei marcatori tumorali. Gli esami del sangue sono indicati dallo specialista in base al tipo di tumore e vengono eseguiti a intervalli predefiniti dal momento della conclusione della terapia per il tumore primario. Se i risultati non segnalano un aumento dei marcatori può essere presa in considerazione dallo specialista una riduzione della frequenza di esecuzione dei test, mentre se i marcatori dovessero aumentare lo specialista valuta il percorso diagnostico più adeguato alle esigenze cliniche della persona.
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Le lenti a contatto sono una valida opzione per chi cerca un’alternativa agli occhiali da vista, non solo per motivi estetici e pratici, ma anche per la qualità della visione che offrono. Tuttavia, è essenziale utilizzarle correttamente per garantire sicurezza e comfort.
Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Costanza Tredici, oculista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Esistono vari tipi di lenti a contatto, giornaliere, settimanali, mensili; morbide, semirigide, rigide. La scelta delle lenti dipende principalmente dal difetto visivo da correggere, come miopia, ipermetropia e/o astigmatismo, ma anche dalla presenza di eventuali patologie corneali (quali il cheratocono) e dalla qualità del film lacrimale. In caso, per esempio, di occhio secco sono maggiormente consigliate lenti a contatto giornaliere perché più idratate.
Le lenti a contatto si adattano alla superficie corneale, permettendo una visione chiara in tutti i contesti luminosi, in particolare con il buio. È importante considerare che la curvatura corneale varia da persona a persona e, in alcuni casi, le lenti su misura possono essere necessarie per garantire un’aderenza perfetta alla superficie corneale, migliorando così il comfort e la funzionalità.
Per coloro che utilizzano lenti settimanali o mensili è essenziale prestare particolare attenzione alla corretta disinfezione, scegliendo i prodotti più adatti. Le soluzioni uniche, che combinano pulizia, risciacquo e disinfezione, devono essere sostituite ogni volta che le lenti vengono riposte nel contenitore. Inoltre, è fondamentale disinfettare con cura il contenitore delle lenti ed evitare assolutamente di indossare le lenti senza una disinfezione adeguata.
Di recente sono stati anche introdotti colliri che uniscono sostanze idratanti (come l’acido ialuronico) a principi attivi antimicrobici (come il PoliEsaMetilenBiguanide-PHMB), molto utili al portatore di lenti a contatto perché combinano idratazione a disinfezione, riducendo potenzialmente il rischio infettivo.
L’uso delle lenti a contatto potrebbe non essere consigliato in presenza di conclamata secchezza oculare. La carenza di lubrificazione può causare attrito tra la lente e la superficie oculare, con potenziale rischio di microlesioni dell’epitelio corneale e di infezioni. In questi casi è utile ricorrere a sostituti lacrimali, che possono essere utilizzati anche in combinazione con le lenti a contatto per migliorare il comfort e la protezione dell’occhio.
Indossare le lenti a contatto per periodi prolungati, superiori a 6-8 ore al giorno, può comportare rischi per la salute oculare. Anche se le lenti moderne sono progettate per essere gas permeabili e consentire il passaggio dell’ossigeno, un uso eccessivo può ridurre l’apporto di ossigeno alla cornea, compromettendo la sua fisiologia e causando problemi oculari.
Inoltre, senza una corretta manutenzione le lenti possono diventare un veicolo per infezioni oculari. Anche se i casi gravi sono relativamente rari, è fondamentale adottare tutte le precauzioni necessarie per evitare complicazioni.
Le regole di igiene e di corretta manutenzione delle lenti a contatto sono fondamentali tutto l’anno, ma in estate è necessario adottare ulteriori precauzioni. In particolare è cruciale prestare attenzione alla sabbia. Il vento in spiaggia può sollevare microparticelle di detriti che, se entrano sotto la lente, possono causare microlesioni alla cornea e provocare danni significativi. Durante i bagni in mare, l’elevato tasso di salinità può disidratare la superficie corneale e alterare le caratteristiche delle lenti. Anche in piscina il cloro può irritare la congiuntiva e la superficie oculare.
In genere è comunque sconsigliato fare il bagno con le lenti perché l’acqua del mare o della piscina può causare infezioni talvolta molto difficili da debellare o potenzialmente in grado di danneggiare in modo irreversibile la cornea.
In ogni caso, per i bagni in mare e in piscina è preferibile indossare lenti giornaliere usa e getta, sostituendole dopo ogni bagno e usare occhialini di protezione. Questo approccio riduce il rischio di perdita e minimizza la possibilità di contaminazione delle lenti. L’uso di prodotti usa e getta evita anche problemi legati all’alterazione della composizione e della struttura delle lenti, mantenendo così la loro sicurezza e funzionalità.
Mantenere le mani pulite durante l’applicazione delle lenti a contatto è fondamentale per prevenire infezioni. In particolare, i protozoi come l’Acanthamoeba possono essere altamente pericolosi per la cornea, causando infezioni aggressive. Questo protozoo si trova spesso nelle acque stagnanti e, a volte, in piscine dove la disinfezione dell’acqua non è adeguata. Bisognerebbe quindi evitare l’uso delle lenti a contatto se non è possibile rispettare rigorosamente le norme igieniche.
Qualsiasi arrossamento degli occhi dopo l’uso delle lenti non deve essere ignorato. Se si verifica un arrossamento, è fondamentale non solo sospendere l’uso delle lenti (per questo è bene avere sempre con sé un paio di occhiali di riserva), ma anche consultare un oculista. I problemi più gravi si verificano nelle persone che continuano a indossare le lenti nonostante l’arrossamento o in coloro che, pur evitando di riapplicare le lenti, non effettuano i necessari accertamenti.
Una visita precoce in presenza di sintomi è essenziale, idealmente con la lente a contatto che ha causato l’irritazione. Questo permette al medico di eseguire un esame colturale sia sulla superficie oculare che sulla lente stessa. Se la lente risulta infetta, è possibile identificare l’agente patogeno e procedere con una terapia mirata, piuttosto che con trattamenti generali.
Tra i disturbi più comuni provocati dalle lenti a contatto troviamo:
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Le lesioni alla spalla sono piuttosto comuni, soprattutto tra gli sportivi che eseguono movimenti ripetitivi, come nuotatori, tennisti e golfisti. Tuttavia, anche le attività quotidiane più semplici possono provocare danni alla spalla.
Molte persone convivono quotidianamente con questo tipo di dolore e con una conseguente riduzione della mobilità (dovuta a debolezza o difficoltà nel sollevare il braccio), spesso pensando che “prima o poi passerà da solo”, senza rendersi conto che ignorare un problema alla spalla può comportare complicazioni più gravi.
Quali possono essere le cause e cosa fare? Ne parliamo con il dottor Mario Borroni, specialista di Ortopedia della Spalla e del Gomito dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La spalla è l’articolazione del corpo con la maggiore mobilità e questo la rende suscettibile a diversi tipi di infortuni. Tra i più comuni troviamo:
Se il dolore persiste per più di alcuni giorni o non si allevia con la terapia antinfiammatoria prescritta dal medico, è consigliabile consultare uno specialista. Tra gli esami utili per un corretto inquadramento clinico ci sono la radiografia e la risonanza magnetica.
Il trattamento varia a seconda della causa del dolore. Le principali opzioni terapeutiche sono:
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