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News Ospedale Humanitas di Rozzano(Milano)

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Ottobre: mese della prevenzione dentale
Data articolo:Thu, 15 Oct 2026 14:38:58 +0000

Le patologie orali sono tra le problematiche di salute più diffuse al mondo: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che interessino circa 3,7 miliardi di persone. In Italia, secondo la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), circa 9 milioni di adulti, il 15,7%, soffrono della forma grave di parodontite.

Parodontite, cuore e diabete: perché la salute della bocca riguarda tutto il corpo

La parodontite è associata a malattie cardiovascolari e respiratorie

Il consensus della Federazione Europea di Parodontologia e dei medici di famiglia europei (EFP–WONCA Europe) ha concluso che la parodontite è collegata a malattie cardiovascolari, diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva e apnee ostruttive del sonno, anche a parità di altri fattori di rischio come il fumo. Lo stesso documento indica che il trattamento della parodontite migliora alcuni indicatori di rischio cardiovascolare.

Diabete e parodontite si influenzano a vicenda

L’OMS descrive il legame tra diabete e malattia parodontale come reciproco: il diabete ne favorisce lo sviluppo e la progressione. Il consensus EFP–WONCA aggiunge che curare la parodontite migliora gli esiti del diabete, per questo nelle persone con diabete la salute delle gengive rientra nella gestione complessiva della malattia.

I primi segnali: gengive che sanguinano o gonfie

Secondo l’OMS, la malattia parodontale si manifesta all’inizio con gengive che sanguinano o si gonfiano (gengivite). Nelle forme più gravi la gengiva si stacca dal dente e dall’osso di sostegno, e i denti possono diventare mobili fino a cadere.

La differenza tra le due fasi è decisiva: la SIdP ricorda che la gengivite è completamente reversibile se adeguatamente trattata, mentre la distruzione dei tessuti causata dalla parodontite è irreversibile, anche se la malattia può essere bloccata.

Ogni quanto fare un controllo odontoiatrico

La Fondazione AIRC indica almeno una visita odontoiatrica all’anno per verificare la salute di denti e mucose, un’abitudine che diventa essenziale dopo i 60 anni. La frequenza delle sedute di igiene professionale va poi definita in base al rischio individuale: tra i principali fattori l’OMS indica la scarsa igiene orale e il fumo, a cui si aggiunge il diabete.

Ottobre, mese della prevenzione: la visita di controllo nei centri Humanitas

Ottobre è in Italia il mese dedicato alla prevenzione dentale, un’iniziativa arrivata nel 2026 alla quarantaseiesima edizione. I centri odontoiatrici all’interno delle strutture Humanitas propongono una visita di controllo che comprende l’esame di denti, gengive e mucose e la definizione dell’eventuale percorso più appropriato.

Chi ha diabete o patologie cardiovascolari può segnalarlo durante la visita: il consensus EFP–WONCA raccomanda una stretta collaborazione tra professionisti della salute orale e medici nella gestione di questi pazienti.

I centri propongono anche percorsi di prevenzione che permettono di fissare in anticipo l’intero ciclo di sedute di igiene, anche per più componenti della famiglia o per un’altra persona.

Prenota il tuo appuntamento cliccando qui:

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A cura di mmaestri
KEEP THE BEAT, MAKE THE DIFFERENCE: il 16 ottobre insieme per la Giornata mondiale della rianimazione cardiopolmonare
Data articolo:Tue, 13 Oct 2026 09:46:57 +0000

La vita ha il suo ritmo. Un ritmo che spesso diamo per scontato, finché qualcosa non lo interrompe. È proprio in quei momenti che essere pronti, conoscere i gesti giusti e sapere come agire può fare la differenza.

Dal 12 al 18 ottobre, in occasione della Settimana VIVA, Humanitas promuove un momento di sensibilizzazione dedicato alla rianimazione cardiopolmonare, rivolto ai professionisti dell’ospedale e ai cittadini.

Ti aspettiamo il 16 ottobre dalle ore 10:00 alle ore 17:00 presso il Building 2 di Humanitas, piano 1 per partecipare all’iniziativa:

KEEP THE BEAT, MAKE THE DIFFERENCE

Quando ogni secondo conta, puoi essere tu a salvare una vita

L’obiettivo è condividere conoscenze e strumenti pratici per sapere come comportarsi quando ci si trova di fronte ad un arresto cardiaco, fuori e dentro l’ospedale. Dalle principali manovre di primo soccorso alla rianimazione cardiopolmonare, fino alle informazioni da fornire e ai contatti da chiamare in caso di necessità: gesti, conoscenze e strumenti che possono diventare preziosi quando ogni secondo conta.

Questa giornata quest’anno ha un significato ancora più profondo per la nostra community. I professionisti Humanitas dedicheranno il progetto alla collega Silvia Bonalumi, scomparsa improvvisamente. Il suo sorriso e la sua energia ci hanno dato la spinta per incontrarci e ricordare ciò che ci unisce: siamo una comunità che cura e in cui ognuno di noi può essere un supporto concreto di fronte a una difficoltà.

Perché quando il ritmo cambia, essere nel cuore dell’azione significa sapere cosa fare, per fare la differenza.

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A cura di mmaestri
Trombosi, come si cura e previene
Data articolo:Tue, 13 Oct 2026 07:31:22 +0000

La trombosi venosa è una malattia cardiovascolare che interessa i vasi sanguigni venosi. I danni che comporta sono importanti e in alcuni casi possono avere esito infausto: la trombosi venosa, infatti, determina un’occlusione parziale o totale del vaso, che drena il sangue da un organo, che quindi va incontro a sofferenza. Se riconosciuta precocemente è possibile intervenire in modo efficace e ridurre l’incidenza di sviluppo di complicanze severe.

Cerchiamo di capire che cos’è la trombosi venosa, come si manifesta e come si può curare e prevenire. Ne parliamo con il dottor Corrado Lodigiani, Responsabile del Centro Trombosi e Malattie Emorragiche dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Che cos’è la trombosi venosa?

La trombosi venosa è un evento piuttosto comune che si verifica in 1 ogni 1000 persone di età inferiore a 65 anni e 1 ogni 100 persone con più di 65 anni.

I vasi venosi non portano il sangue verso gli organi, come le arterie, ma trasportano il sangue “sporco” dagli organi verso i polmoni, dove si ossigena e rinnova. Se, quindi, nella trombosi arteriosa si verifica un mancato afflusso di sangue a un organo, che muore (infarto), nella trombosi venosa il sangue non refluisce correttamente con una conseguente sofferenza degli organi coinvolti. In presenza di trombosi, nelle vene, infatti, si forma un coagulo di sangue (trombo) che occlude il vaso sanguigno e interrompe la circolazione. Questo coagulo anomalo è composto da globuli bianchi, globuli rossi e piastrine (quindi le cellule del sangue) unite in un agglomerato da una sorta di maglia stabilizzata dalle proteine della coagulazione del sangue. La trombosi venosa si verifica in genere alle braccia o alle gambe, più raramente possono essere coinvolte le vene profonde dell’addome o quelle cerebrali.

Se la trombosi colpisce le vene profonde abbiamo una trombosi venosa profonda, altrimenti – se a essere coinvolte sono le vene superficiali – si parla di trombosi venosa superficiale o meno correttamente di tromboflebite.

In alcuni casi il trombo si frammenta producendo emboli, ossia frammenti che possono raggiungere organi lontani dal punto originario del trombo comportando l’insorgenza di eventi potenzialmente severi come l’embolia polmonare e in casi più rari infarto cerebrale (ictus). In ogni caso, se la trombosi venosa viene individuata tempestivamente, è possibile intervenire con successo.

Quali sono le cause della trombosi venosa?

La trombosi venosa profonda avviene più frequentemente nelle persone con vene varicose, obesità, tumori, traumi, o può manifestarsi a seguito di operazioni chirurgiche, di una prolungata immobilità, per esempio in caso di ricoveri ospedalieri, durante la gravidanza e soprattutto il puerperio (i 45 giorni successivi al parto).

Anche l’utilizzo di pillola contraccettiva o della terapia ormonale sostitutiva dopo la menopausa possono favorire l’insorgenza di trombosi, soprattutto in persone con altri fattori di rischio. Un’altra causa è quella genetica: si parla in questo caso di trombofilia, ossia di un’anomalia geneticamente determinata di alcune proteine della coagulazione. In presenza di trombofilia, la persona sarà predisposta all’ipercoagulabilità del sangue e, quindi, a un maggior rischio che si formino coaguli di sangue dove non si dovrebbero costituire. La trombosi venosa superficiale (tromboflebite) è invece spesso la conseguenza di un’iniezione endovenosa o di un prelievo di sangue.

Con quali sintomi si manifesta la trombosi venosa?

La trombosi venosa alla gamba, che è la forma più comune di questa patologia, si manifesta con aumento volumetrico dell’arto colpito, dolore più o meno intenso simile a quello di un crampo, intorpidimento, arrossamento e difficoltà motoria. Se si tratta di una tromboflebite può comparire sulla pelle un cordone duro e dolente, di colore rosso, in corrispondenza di una vena. Non sempre i sintomi sono così chiari: talvolta si ha solo dolore e una leggera differenza della circonferenza tra una gamba e l’altra.

La trombosi venosa al braccio è più rara invece, colpisce maggiormente le persone che compiono sforzi intensi con le braccia sollevate in alto, come certi atleti o per esempio i tecnici degli impianti di condizionamento dell’aria. Può manifestarsi con gonfiore, dolore, arrossamento del braccio o della mano. Quando a essere colpita è una vena di quegli organi che chiamiamo “centrali” (come cervello, intestino o fegato) il dolore sarà molto importante e potrebbero verificarsi delle alterazioni al normale funzionamento dell’organo. Per esempio la trombosi venosa cerebrale in genere si presenta con cefalea e alterazioni di tipo neurologico.

Come si effettua la diagnosi di trombosi venosa?

In presenza dei sintomi descritti è consigliabile recarsi in pronto soccorso. La diagnosi si avvale nel caso degli arti dell’ecocolordoppler: l’esame più semplice e rapido per confermare o escludere la presenza del trombo nella vena.

È importante andare tempestivamente in pronto soccorso qualora si presentino dolore al petto, mancanza di respiro, tachicardia, tosse con tracce di sangue: è possibile infatti vi sia un’embolia polmonare. La trombosi venosa profonda diventa particolarmente grave quando provoca embolia polmonare (fino al 90% dei casi di trombosi venosa profonda prossimale se non diagnosticata e quindi non curata in fase acuta). Una parte del coagulo formatosi in una vena si stacca e raggiunge il cuore e da qui il polmone, bloccando in tutto o in parte la circolazione fino a causare un infarto polmonare, ossia la morte di una porzione del polmone, con importanti conseguenze respiratorie, talvolta anche fatali.

Come si cura la trombosi venosa?

Una diagnosi tempestiva è fondamentale per impostare una cura corretta e immediata. La terapia è in genere farmacologica, a base di anticoagulanti, farmaci in grado di fluidificare il sangue. La terapia va impostata al più presto possibile e proseguita per almeno 3-6 mesi non solo per prevenire l’insorgenza dell’embolia polmonare ma anche della sindrome post trombotica agli arti inferiori, una condizione dolorosa e invalidante che si manifesta con gonfiore, varici, macchie scure sulla pelle, ulcere cutanee e talora difficoltà di deambulazione.

Solo in caso di embolia polmonare grave con alto rischio di mortalità si devono usare farmaci trombolitici, che agiscono direttamente sui trombi sciogliendoli in pochi minuti: è questo un trattamento molto invasivo che può comportare emorragie e, dunque, va effettuato sotto continuo monitoraggio.

Come prevenire la trombosi venosa?

La trombosi venosa è una patologia severa ma per fortuna prevenibile piuttosto semplicemente. Infatti, anche nel caso vi sia una predisposizione genetica, lo stile di vita e l’alimentazione giocano un ruolo molto importante nella prevenzione. Sovrappeso e obesità sono tra i maggiori fattori di rischio per l’insufficienza venosa e quindi la trombosi ed è dunque fondamentale un’alimentazione controllata e la pratica quotidiana di attività fisica, anche a bassa intensità come la camminata o la bicicletta per almeno 30-40 minuti consecutivi 3-4 volte alla settimana.

Le donne che sono predisposte alla trombosi venosa per nota trombofilia, in particolare in presenza di sovrappeso od obesità, non dovrebbero assumere la pillola concezionale e dopo la menopausa la terapia sostitutiva soprattutto per bocca se non dopo aver consultato un esperto in emostasi e trombosi. È inoltre consigliabile indossare calze elastiche durante il giorno e tenere gli arti inferiori un po’ sollevati durante il riposo per evitare l’insorgenza di insufficienza venosa. La prevenzione più efficace è però la profilassi farmacologica anticoagulante in caso di interventi chirurgici, traumi agli arti inferiori, periodi di allettamento o significativa limitazione della mobilità in chi sa di avere una predisposizione genetica o altri fattori di rischio per la trombosi venosa.

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A cura di mmaestri
Il dolore nelle malattie reumatologiche: manifestazioni e cure
Data articolo:Mon, 12 Oct 2026 09:06:57 +0000

Le malattie reumatologiche colpiscono milioni di persone e si manifestano con dolore ad articolazioni, ossa e muscoli associato ad una componente variabile di infiammazione. Capire dove nasce, quando compare e che cosa modifica il dolore aiuta nella diagnosi: sintomi simili possono dipendere da meccanismi diversi e richiedere trattamenti differenti.

Ne parliamo con il professor Carlo Selmi, Responsabile dell’Unità Operativa di Reumatologia e Immunologia Clinica in Humanitas e docente di Humanitas University.

Per descrivere il dolore si usano classificazioni che rispondono a domande diverse. Innanzitutto ci occupiamo principalmente di dolore cronico, ovvero un sintomo che persiste da almeno qualche settimana ma spesso da anni. Dolore infiammatorio e dolore meccanico indicano soprattutto il modo in cui il sintomo si comporta durante la giornata e con il movimento. I termini nocicettivo, neuropatico e nociplastico descrivono invece il meccanismo che lo produce. Le due classificazioni non sono sovrapponibili ma hanno entrambe grande importanza.

I tipi di dolore

Il dolore infiammatorio tende a essere più intenso a riposo, di notte o al risveglio. Spesso si associa a rigidità mattutina prolungata, gonfiore e calore dell’articolazione e può migliorare con un movimento graduale. È un quadro tipico delle artriti, anche se nessun singolo sintomo basta da solo per formulare la diagnosi.

Il dolore meccanico aumenta soprattutto con il carico e l’uso dell’articolazione e si attenua con il riposo. La rigidità al mattino è in genere breve, spesso inferiore a 30 minuti. È frequente nell’artrosi, che può comunque presentare fasi di infiammazione e gonfiore. La distinzione orienta la valutazione, ma non sostituisce visita ed esami quando indicati.

Il dolore nocicettivo nasce quando i recettori del dolore vengono attivati da un danno reale o potenziale dei tessuti. Può dipendere dall’infiammazione di un’artrite oppure dalle alterazioni articolari dell’artrosi ed è generalmente molto ben localizzabile. Il dolore neuropatico deriva invece da una malattia o lesione del sistema somatosensoriale e si caratterizza per parestesie, ovvero formicolii nel territorio di distribuzione del nervo coinvolto, come nella sindrome del tunnel carpale. Quello più recentemente identificato, ovvero il dolore nociplastico dipende da un’alterazione della nocicezione, senza che un danno tissutale o una lesione nervosa spieghino pienamente intensità, diffusione e persistenza dei sintomi. I meccanismi possono coesistere.

Artrite e artrosi sono malattie diverse

La parola artrite indica un’infiammazione dell’articolazione. Può dipendere da meccanismi autoimmuni o infiammatori cronici, come l’artrite reumatoide o l’artrite psoriasica, ma anche da infezioni o dalla deposizione di cristalli, più spesso con manifestazioni acute. Il sistema immunitario e la membrana sinoviale hanno spesso un ruolo centrale. Una diagnosi precoce è importante perché, nelle artriti infiammatorie, i farmaci di fondo o DMARD possono controllare la malattia e limitare il danno articolare.

L’artrosi è una patologia dell’intera articolazione: coinvolge cartilagine, osso, membrana sinoviale e strutture circostanti. Non è soltanto una conseguenza dell’età o una semplice usura. Familiarità, sovrappeso, traumi e sovraccarico aumentano il rischio. Il trattamento mira a ridurre il dolore e mantenere la funzione con esercizio, controllo del peso, terapia fisica, farmaci o infiltrazioni quando appropriati e, nei casi avanzati, chirurgia protesica.

La biopsia sinoviale nei casi selezionati

Nella maggior parte dei pazienti la diagnosi si basa su visita, esami di laboratorio e tecniche di imaging. In centri selezionati come Humanitas, grazie all’esperienza della Prof.ssa Elisa Gremese, quando vi è una specifica indicazione, può essere eseguita una biopsia sinoviale: si prelevano piccoli campioni della membrana che riveste internamente l’articolazione, di norma con una procedura mini-invasiva guidata dall’ecografia o mediante artroscopia. L’analisi del tessuto può aiutare nei quadri dubbi o complessi, nella diagnosi differenziale e, in situazioni selezionate, nell’orientare una strategia terapeutica più personalizzata. Non è un esame di routine per ogni dolore articolare.

Fibromialgia e dolore nociplastico

La fibromialgia è il principale esempio di dolore nociplastico. Il dolore è cronico, diffuso e persistente, può essere descritto come sordo, gravativo o urente e si associa spesso a una marcata sensibilità agli stimoli: anche una pressione lieve può risultare dolorosa. Sono frequenti stanchezza, sonno non ristoratore e difficoltà di concentrazione, con sintomi che possono variare nel tempo.

Il dolore nociplastico non è immaginario o soltanto psicologico: i sistemi che elaborano e modulano i segnali dolorosi sono diventati più sensibili. Può associarsi a dolore nocicettivo. Una persona con artrosi o artrite può sviluppare una componente nociplastica se il dolore diventa diffuso e persistente e non segue più soltanto l’attività della malattia o il carico.

La gestione della fibromialgia e della componente nociplastica è multimodale. Comprende educazione, esercizio graduale e personalizzato, cura del sonno e, quando utili, interventi psicologici e farmaci ad azione centrale. Gli analgesici e gli antinfiammatori tradizionali possono risultare poco efficaci se il meccanismo nociplastico è predominante; la scelta terapeutica va quindi adattata al profilo del singolo paziente.

La valutazione del dolore guida la cura

La valutazione reumatologica considera sede, durata, andamento nelle 24 ore, rigidità, gonfiore, rapporto con movimento e riposo e impatto quotidiano. Tiene conto anche di sonno, fatica e distribuzione dei sintomi. Distinguere il meccanismo prevalente evita di attribuire ogni dolore all’infiammazione o alle immagini radiologiche. Nelle artriti attive serve controllare precocemente la malattia; nel dolore meccanico sono centrali funzione e carico; quando prevale la componente nociplastica occorre un programma integrato. La diagnosi può riconoscere forme miste e modificare il trattamento nel tempo evitando l’abuso di farmaci mediante autoprescrizione.

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A cura di mmaestri
Malattia di Crohn: che cos’è e quali sono i sintomi
Data articolo:Thu, 08 Oct 2026 09:35:53 +0000

Precedentemente nota come morbo di Crohn, la malattia di Crohn è una delle principali malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI o IBD, Inflammatory Bowel Disease).

È una patologia cronica che può avere un impatto significativo sulla qualità di vita. Una diagnosi tempestiva e un trattamento adeguato sono importanti non soltanto per controllare i sintomi, ma anche per ridurre l’infiammazione e prevenire, nel tempo, la comparsa di complicanze e danni intestinali.

Approfondiamo l’argomento con il professor Alessandro Armuzzi, Responsabile dell’Unità Operativa di Malattie infiammatorie croniche intestinali dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano.

Che cos’è la malattia di Crohn?

La malattia di Crohn è una patologia caratterizzata da un’infiammazione cronica dell’apparato gastrointestinale. Può interessare qualsiasi tratto, dalla bocca all’ano, anche se più frequentemente coinvolge l’ultima parte dell’intestino tenue, chiamata ileo, e il colon.

L’infiammazione può interessare l’intera parete intestinale e, se non adeguatamente controllata, nel tempo può determinare complicanze quali restringimenti dell’intestino (stenosi), fistole e ascessi.

Quali sono le cause della malattia di Crohn?

Le cause esatte della malattia di Crohn non sono ancora completamente conosciute. Si tratta di una patologia multifattoriale, nella quale interagiscono predisposizione genetica, sistema immunitario, microbiota intestinale e fattori ambientali.

Nelle persone predisposte si sviluppa una risposta immunitaria alterata nei confronti di componenti normalmente presenti nell’intestino, che contribuisce al mantenimento dell’infiammazione.

La familiarità aumenta il rischio di sviluppare la malattia, ma la malattia di Crohn non è una patologia ereditaria in senso stretto. Anche alcuni fattori ambientali, tra cui il fumo di sigaretta, l’alimentazione e più in generale lo stile di vita, possono contribuire al rischio di sviluppare la malattia e influenzarne l’andamento.

Quali sono i sintomi della malattia di Crohn?

I sintomi possono essere differenti a seconda della sede, dell’estensione e dell’attività della malattia. Tra i più frequenti troviamo:

Quando è presente un interessamento perianale possono inoltre comparire fistole o ascessi nella regione intorno all’ano.

La malattia di Crohn può essere associata anche a manifestazioni che interessano altri organi, in particolare articolazioni, cute, occhi e, più raramente, fegato e vie biliari. Queste manifestazioni possono talvolta precedere la comparsa dei sintomi intestinali.

Perché è importante una diagnosi precoce?

Una diagnosi tempestiva permette di impostare precocemente una strategia terapeutica personalizzata e di ridurre il rischio che l’infiammazione persistente provochi danni strutturali all’intestino.

I sintomi iniziali possono essere poco specifici e, in alcuni casi, sovrapporsi a quelli di condizioni molto più comuni, come la sindrome dell’intestino irritabile. Per questo motivo, in presenza di diarrea persistente, perdita di peso, anemia, dolore addominale ricorrente o altri sintomi suggestivi è opportuno rivolgersi allo specialista.

Come si diagnostica la malattia di Crohn?

La diagnosi deriva dall’integrazione di diversi elementi e non da un singolo esame.

Lo specialista gastroenterologo può richiedere:

  • esami del sangue
  • esame della calprotectina fecale, un importante marcatore di infiammazione intestinale
  • ileocolonscopia con biopsie
  • ecografia delle anse intestinali
  • risonanza magnetica dell’intestino, quando indicata.

Gli esami consentono non soltanto di formulare la diagnosi, ma anche di definire la sede, l’estensione e la severità della malattia e di individuare eventuali complicanze.

Malattia di Crohn: come si cura?

Negli ultimi anni le possibilità di trattamento della malattia di Crohn sono aumentate considerevolmente.

La scelta della terapia viene personalizzata sulla base di diversi fattori, tra cui sede ed estensione della malattia, gravità dell’infiammazione, presenza di complicanze, caratteristiche del paziente, terapie precedentemente utilizzate e loro eventuale efficacia o tollerabilità.

Nelle forme che lo richiedono possono essere utilizzati corticosteroidi per periodi limitati, soprattutto per ottenere rapidamente il controllo dei sintomi e dell’infiammazione. In pazienti selezionati trovano inoltre impiego farmaci immunomodulatori.

Per le forme da moderate a gravi sono oggi disponibili numerose terapie avanzate, caratterizzate da differenti meccanismi d’azione. Tra queste rientrano:

Farmaci biologici:

1) anti-TNF, come infliximab e adalimumab

2) vedolizumab, che agisce selettivamente sul traffico dei linfociti verso l’intestino

3) ustekinumab, diretto contro le interleuchine 12 e 23

4) guselkumab, mirikizumab e risankizumab, diretti selettivamente contro l’interleuchina 23 (IL-23).

Piccole molecole:

1) upadacitinib, una terapia orale appartenente alla classe degli inibitori selettivi di JAK.

La disponibilità di farmaci con meccanismi d’azione differenti consente oggi di personalizzare maggiormente il trattamento sulla base delle caratteristiche della malattia, delle terapie già effettuate e delle caratteristiche del singolo paziente.

L’approccio treat-to-target

La gestione moderna della malattia di Crohn segue sempre più una strategia definita “treat-to-target”, cioè trattamento per obiettivi.

L’obiettivo non è soltanto migliorare o eliminare i sintomi, ma ottenere anche un controllo oggettivo dell’infiammazione e ridurre il rischio di progressione della malattia e di sviluppo di danno intestinale.

Per questo motivo durante il follow-up vengono valutati periodicamente sintomi, esami del sangue, calprotectina fecale e, quando necessario, endoscopia ed esami di imaging. In base ai risultati, il trattamento può essere confermato, ottimizzato o modificato.

Quando è necessaria la chirurgia?

Nonostante i notevoli progressi delle terapie farmacologiche, in alcuni pazienti può essere necessario ricorrere alla chirurgia, in particolare in presenza di stenosi, fistole, ascessi o altre complicanze, oppure quando la malattia non risponde adeguatamente alle terapie mediche.

La chirurgia non deve essere necessariamente considerata come l’ultima possibilità terapeutica: in alcune situazioni può rappresentare, all’interno di un percorso multidisciplinare, la strategia più appropriata.

Humanitas centro di riferimento per la malattia di Crohn

La gestione della malattia di Crohn richiede un approccio specialistico e multidisciplinare, con l’integrazione di competenze gastroenterologiche, chirurgiche, radiologiche, nutrizionali e di altre specialità quando necessario.

In Humanitas i pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali sono assistiti presso il Centro medico-chirurgico per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, diretto dai professori Alessandro Armuzzi e Antonino Spinelli.

Il paziente viene seguito dalla diagnosi durante tutte le fasi del percorso di cura, attraverso controlli clinici, esami di laboratorio, endoscopia, imaging e trattamenti medici o chirurgici quando indicati.

L’obiettivo è definire per ogni paziente una strategia personalizzata che permetta di controllare l’infiammazione, prevenire le complicanze e preservare nel lungo periodo la qualità di vita.

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A cura di mmaestri
Malattia di Crohn o sindrome dell’intestino irritabile?
Data articolo:Thu, 08 Oct 2026 07:09:14 +0000

La malattia di Crohn è una malattia infiammatoria cronica intestinale che si sviluppa in persone predisposte attraverso l’interazione tra fattori genetici, alterazioni della risposta immunitaria, microbiota intestinale e fattori ambientali, tra cui il fumo di sigaretta e alcuni aspetti dell’alimentazione.

L’infiammazione può interessare l’intera parete intestinale e, se non adeguatamente controllata, nel tempo può causare ulcere, stenosi, fistole o ascessi.

Una diagnosi tempestiva è importante perché permette di iniziare precocemente un trattamento adeguato, controllare l’infiammazione e ridurre il rischio di progressione del danno intestinale.

Ne parliamo con il professor Alessandro Armuzzi, Responsabile dell’Unità Operativa di Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Malattia di Crohn o intestino irritabile: quali sono le differenze?

La malattia di Crohn e la sindrome dell’intestino irritabile (IBS) possono condividere alcuni sintomi, come dolore addominale, alterazioni dell’alvo e gonfiore.

Si tratta però di due condizioni profondamente diverse.

Nella malattia di Crohn è presente una infiammazione organica dell’intestino, che può provocare lesioni della mucosa e, nel tempo, complicanze strutturali.

La sindrome dell’intestino irritabile è invece un disturbo dell’interazione intestino-cervello e non è caratterizzata dalle lesioni infiammatorie tipiche della malattia di Crohn.

Alcuni sintomi e segni devono quindi far sospettare maggiormente una malattia infiammatoria intestinale. Tra questi:

  • diarrea persistente, soprattutto se presente anche durante la notte
  • sangue nelle feci
  • febbre o febbricola
  • perdita di peso non intenzionale
  • anemia
  • aumento degli indici di infiammazione
  • fistole o ascessi perianali.

La presenza di questi elementi non significa necessariamente avere la malattia di Crohn, ma rende opportuno un approfondimento specialistico.

È inoltre possibile che alcuni pazienti con una malattia infiammatoria intestinale ben controllata presentino contemporaneamente sintomi funzionali simili a quelli della sindrome dell’intestino irritabile. Per questo motivo è importante distinguere i sintomi dovuti a infiammazione attiva da quelli non associati a infiammazione.

Come si distinguono malattia di Crohn e intestino irritabile?

La diagnosi viene formulata integrando sintomi, esami di laboratorio, esami delle feci, endoscopia e, quando necessario, tecniche di imaging.

Tra gli accertamenti più utilizzati vi sono:

  • esami del sangue, per valutare eventuali segni di infiammazione, anemia o carenze
  • calprotectina fecale, un biomarcatore non invasivo particolarmente utile per identificare la presenza di infiammazione intestinale
  • ileocolonscopia con biopsie, fondamentale quando vi è il sospetto di una malattia infiammatoria cronica intestinale
  • ecografia intestinale ed entero-risonanza magnetica, quando indicate, per valutare la parete intestinale, l’estensione della malattia e possibili complicanze.

Nella sindrome dell’intestino irritabile questi esami non evidenziano le caratteristiche lesioni infiammatorie della malattia di Crohn.

Non tutti i pazienti con sintomi intestinali necessitano però degli stessi accertamenti: il percorso diagnostico viene stabilito dal medico in base ai sintomi, all’età, alla storia clinica e alla presenza di eventuali segnali di allarme.

Le terapie per la malattia di Crohn

Una volta diagnosticata e caratterizzata la malattia è importante impostare una terapia adeguata, con l’obiettivo non soltanto di controllare i sintomi ma anche di spegnere l’infiammazione e prevenire la progressione del danno intestinale.

Oggi sono disponibili numerose opzioni terapeutiche, che vengono scelte in modo personalizzato in base alla gravità e alla localizzazione della malattia, alla presenza di complicanze e alle caratteristiche del singolo paziente.

Tra queste vi sono:

  • corticosteroidi, utilizzati per periodi limitati in determinate fasi della malattia
  • immunomodulatori in pazienti selezionati.

Farmaci biologici:

1)  anti-TNF, come infliximab e adalimumab

2)  vedolizumab, che agisce selettivamente sul traffico dei linfociti verso l’intestino

3)  ustekinumab, diretto contro le interleuchine 12 e 23

4)  guselkumab, mirikizumab e risankizumab, diretti selettivamente contro l’interleuchina 23 (IL-23).

Piccole molecole:

1) upadacitinib, una terapia orale appartenente alla classe degli inibitori selettivi di JAK.

Le terapie avanzate (farmaci biologici e piccole molecole) agiscono su specifici meccanismi coinvolti nell’infiammazione e hanno ampliato significativamente le possibilità di trattamento della malattia di Crohn.

La strategia terapeutica viene oggi sempre più impostata secondo un approccio treat-to-target: oltre al miglioramento dei sintomi, vengono valutati periodicamente biomarcatori, endoscopia e/o imaging per verificare che l’infiammazione sia effettivamente sotto controllo.

Il ruolo dell’alimentazione

Anche l’alimentazione può avere un ruolo nella gestione della malattia di Crohn.

In alcuni pazienti possono essere utilizzate strategie nutrizionali specifiche, come la nutrizione enterale esclusiva o, in casi selezionati, la Crohn’s Disease Exclusion Diet (CDED) associata a nutrizione enterale parziale.

Non esiste tuttavia una dieta unica valida per tutti i pazienti con malattia di Crohn. L’alimentazione deve essere personalizzata in funzione dell’attività e della localizzazione della malattia, dello stato nutrizionale e dell’eventuale presenza di stenosi o precedenti interventi chirurgici.

Le diete restrittive intraprese autonomamente non sono raccomandate e, quando la dieta viene utilizzata con finalità terapeutiche è opportuno che sia impostata nell’ambito di un percorso specialistico.

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A cura di mmaestri
Femore rotto: sintomi e trattamenti
Data articolo:Wed, 07 Oct 2026 13:13:42 +0000

Il femore è l’osso della coscia ed è il più lungo e voluminoso del corpo. Si tratta di un osso particolarmente resistente ma può essere soggetto a rottura a qualsiasi età, per esempio in caso di traumi violenti nelle persone giovani e osteoporosi negli anziani. Una frattura del femore è molto dolorosa e si associa a una limitazione della funzionalità di tutta la gamba, impedendone i movimenti e il carico. Per questo bisogna richiedere velocemente assistenza medica.

Ne parliamo con il dottor Lorenzo Di Mento, Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Frattura del femore: perché è così delicata?

Nelle persone giovani queste fratture sono causate da traumi ad alta energia e coinvolgono la parte lunga della diafisi del femore. Le fratture del femore interessano tuttavia spesso anziani e grandi anziani e in questi casi, generalmente, sono a carico del femore prossimale e non sono dovute a impatti ad alta energia ma sono causate da semplici cadute.

Negli anziani, le fratture del femore possono comportare un dolore molto alto, sanguinamento e la necessità di allettamento, con uno squilibrio importante delle abitudini di vita. Inoltre, in questi pazienti, è più elevato anche il rischio di sviluppare complicazioni anche gravi legate sia alla frattura, sia all’intervento chirurgico per trattarla.

Frattura del femore: i sintomi

Il primo sintomo che si sviluppa alla rottura del femore è il dolore, che accompagna tutte le fratture, a prescindere dal quadro clinico.

In presenza di una frattura del collo del femore (frattura intracapsulare), se la lesione è stabile la persona può riuscire a mantenere in posizione seduta o a camminare, ma avvertendo dei sintomi dolorosi che rendono comunque necessario in breve tempo l’accesso in Pronto Soccorso.

Se, invece, la frattura coinvolge la parte più laterale del femore prossimale (frattura extracapsulare), oltre al dolore in genere è presente anche una deformità. In particolare, l’arto risulta accorciato e ruotato verso l’esterno e qualsiasi tipo di movimento, anche passivo a opera di terzi, provoca un dolore molto elevato. In questo caso è bene chiamare immediatamente il 112.

Frattura del femore: i trattamenti

Le fratture del femore comportano quasi sempre un trattamento chirurgico, necessario per permettere una precoce mobilizzazione del paziente dal letto. Pazienti anziani o grandi anziani, infatti, non devono passare un tempo eccessivo sdraiati ed è importante tutelare la possibilità di mettersi anche in posizione seduta.

Nell’anziano in caso di fratture mediali l’intervento chirurgico comporta una sostituzione protesica, mentre in caso di fratture laterali si tende invece a stabilizzare l’osso con un chiodo endomidollare. Nel giovane si tende, quando possibile, a privilegiare sempre la sintesi (con viti, placca o chiodo). 

Visita specialistica ortopedica

La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.

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I sintomi dello stiramento muscolare
Data articolo:Wed, 07 Oct 2026 10:38:38 +0000

Lo stiramento muscolare è un disturbo a livello del muscolo, che si osserva quando non è presente a una vera e propria lesione delle fibre ma vi è stata comunque una loro eccessiva sollecitazione. Lo stiramento (o elongazione muscolare) può provocare un accumulo locale di metaboliti tossici, con conseguente difficoltà di corretto rilassamento del muscolo sottoposto a uno sforzo eccessivo. La sintomatologia dello stiramento muscolare è quindi sostanzialmente funzionale e si manifesta come dolore localizzato nell’area del muscolo coinvolto.

Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, docente di Humanitas University e Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

I sintomi dello stiramento muscolare

Lo stiramento muscolare si manifesta con un dolore improvviso che compare in relazione a uno specifico movimento. Il dolore torna poi a manifestarsi ogni volta che si effettua il movimento che ne è stato causa. Altri sintomi che possono associarsi allo stiramento muscolare sono il dolore al tatto nell’area coinvolta, la sensazione di rigidità e la difficoltà a compiere i movimenti abituali (limitazione funzionale).

Da cosa è provocato lo stiramento muscolare

Le cause dello stiramento muscolare possono essere varie e, in genere, associate a movimenti: spesso compare durante l’attività fisica o la pratica sportiva. In particolare, ciò può avvenire in assenza di una preparazione fisica adeguata, per l’assenza di riscaldamento prima dell’attività, per l’esecuzione di movimenti improvvisi a cui il muscolo non è preparato, o ancora per un’attività fisica eccessivamente prolungata, che provoca un affaticamento del muscolo con una conseguente riduzione del controllo nell’esecuzione dei movimenti.

Anche il mancato rispetto dei tempi di recupero previsti dopo uno sforzo intenso o in seguito a un infortunio può aumentare il rischio di stiramenti, così come la presenza di eventuali squilibri posturali.

Stiramento muscolare: come si recupera

Nelle prime fasi è essenziale sospendere l’attività sportiva; può essere utile applicare ghiaccio all’area interessata (per periodi non superiori a 15-20 minuti consecutivi) e assumere, se necessario, una terapia con farmaci antidolorifici. Se il dolore persiste, però, bisogna fare riferimento al medico, che, dopo una valutazione clinica, potrebbe prescrivere accertamenti diagnostici, come l’ecografia, per escludere eventuali lesioni muscolari.

In assenza di tali lesioni, è prevedibile una sospensione delle attività di circa due settimane: durante questo periodo è essenziale seguire le indicazioni ricevute e, se indicato dal medico fisiatra, può essere utile ricorrere a sedute fisioterapiche per ottimizzare la ripresa funzionale e dell’attività sportiva in sicurezza, riducendo il rischio di recidiva o di lesioni muscolari più importanti.

Per evitare l’insorgenza di uno stiramento o di una lesione muscolare, la prevenzione è fondamentale: è essenziale eseguire sempre il riscaldamento prima della pratica sportiva, non eseguire movimenti improvvisi e bruschi quando il muscolo è freddo e, se si è stati soggetti a infortunio, riprendere le attività dopo un adeguato periodo di riposo e di fisioterapia. In generale, è comunque fondamentale scegliere attività sportive adatte alla propria condizione fisica, con la dovuta attenzione alla propria preparazione fisica e al proprio livello di allenamento.

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Dermatite atopica: sintomi e cause
Data articolo:Wed, 30 Sep 2026 07:20:24 +0000

La dermatite atopica, o eczema atopico, è una patologia infiammatoria cronica della cute ad andamento recidivante. Comporta sintomi a carico della pelle, come eczema, presenza di papule e secchezza cutanea, e può interessare persone di tutte le età. La dermatite atopica può avere un’influenza particolarmente negativa sulla qualità della vita, in particolare a causa del continuo prurito che provoca e che può interferire con le attività quotidiane e con il riposo notturno.

Ne parliamo con il dottor Mario Valenti, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Dermatite atopica: i sintomi

La principale caratteristica della dermatite atopica sono le chiazze eritematose, rosse e pruriginose. Il fastidio provocato da queste chiazze ha un notevole impatto sulla qualità della vita delle persone con dermatite atopica, che sono costantemente disturbate dal prurito.

La dermatite atopica, infatti, rende difficile prendere sonno e svolgere le normali attività scolastiche, professionali e quotidiane, compromettendo la vita socio-relazionale del paziente. Dopo aver diagnosticato il disturbo è quindi fondamentale individuare una strategia terapeutica che sia il più efficace possibile per contenere i sintomi.

Dermatite atopica: le cause

La dermatite atopica è una patologia cutanea immunomediata caratterizzata da una commistione di varie cause scatenanti. Si possono infatti identificare fattori genetici predisponenti, fattori ambientali o deficit di barriera cutanea. A queste cause si associa una forte attivazione immunologica (cascata infiammatoria) che provoca le principali manifestazioni della patologia, come eritema e prurito.

La dermatite atopica può peggiorare in associazione a stress psicofisico e cambi di stagione, ma è sempre provocata da un’attivazione immunologica alla base.

La cura della dermatite atopica

Per la dermatite atopica sono disponibili varie terapie, da valutare in base alla severità della malattia. Inizialmente si propende per la terapia locale, con creme emollienti ed eventualmente creme steroidee. Se la terapia locale risulta inefficace, può essere associata a terapie sistemiche, con steroidi sistemici e ciclosporine.

Oggi è anche possibile ricorrere a terapie biologiche o a piccole molecole, come i JAK inibitori, indicate nelle forme più gravi e refrattarie della patologia. Questi farmaci, infatti, agiscono sulla caratteristica attivazione infiammatoria, responsabile delle manifestazioni associate alla dermatite atopica, come il prurito.

Si può prevenire la dermatite atopica?

La dermatite atopica non può essere propriamente prevenuta, ma può essere attenuata seguendo alcune strategie. Il consiglio è quello di utilizzare creme emollienti, per ricostruire la normale barriera cutanea, e detergenti oleosi non schiumogeni che garantiscono una minore irritazione cutanea. Utile inoltre usare indumenti ipoallergenici, preferibilmente di cotone, e detersivi e detergenti per la casa appositi.

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Prevenzione oncologica e cardiovascolare: perché iniziare prima dei sintomi
Data articolo:Mon, 28 Sep 2026 07:37:36 +0000

Quando si parla di salute, è comune pensare ai controlli soltanto quando compaiono sintomi. In realtà, molte patologie – in particolare quelle oncologiche e cardiovascolari – possono svilupparsi inizialmente in modo silenzioso, senza segnali evidenti.

È proprio per questo che la prevenzione ha un ruolo così importante: consente di monitorare il proprio stato di salute, individuare eventuali fattori di rischio e, quando necessario, approfondire tempestivamente il quadro clinico.

Da dove inizia la prevenzione?

La prevenzione inizia dai comportamenti quotidiani. Non fumare, praticare attività fisica con regolarità, seguire un’alimentazione equilibrata, contribuiscono a ridurre il rischio di numerose patologie e a proteggere la salute nel tempo.

A questi aspetti si aggiunge un altro elemento fondamentale: la possibilità di accedere a un percorso strutturato, con controlli mirati e indicazioni chiare sui successivi passaggi da seguire.

Prendersi cura di sé non significa soltanto adottare stili di vita corretti, ma anche scegliere di controllarsi con regolarità.

Un percorso strutturato per la prevenzione

Per accompagnare le persone in questo ambito, Allianz ha sviluppato una soluzione assicurativa che prevede un percorso dedicato alla prevenzione oncologica e cardiovascolare, con l’obiettivo di rendere i controlli più accessibili, ordinati e continuativi nel tempo.

Il programma si svolge nelle strutture Humanitas e si articola in due aree principali: oncologica e cardiovascolare.

L’approccio è quello di affiancare la persona lungo le diverse fasi del percorso: dalla valutazione iniziale agli eventuali approfondimenti indicati, fino al monitoraggio definito sulla base degli esiti.

A partire dai risultati emersi, viene definito un profilo di rischio utile a orientare il monitoraggio nel tempo.

In questo modo la prevenzione non si esaurisce in un singolo controllo, ma si sviluppa come un percorso progressivo e personalizzato.

Perché il monitoraggio nel tempo è importante?

In prevenzione, la periodicità dei controlli non è uguale per tutti: dipende dall’età, dal profilo di rischio e dagli esiti delle valutazioni precedenti. Una valutazione iniziale può offrire una fotografia utile, mentre i controlli successivi, quando indicati, consentono di osservare nel tempo eventuali variazioni dei parametri rilevanti.

Questo vale in particolare in ambito cardiovascolare, dove il controllo di alcuni parametri può aiutare a definire meglio il profilo della persona, ma anche in ambito oncologico, dove l’adesione agli screening raccomandati e la tempestività degli approfondimenti possono avere un ruolo molto rilevante.

Un percorso strutturato aiuta proprio in questo: a dare ordine ai controlli, facilitare l’accesso agli accertamenti e rendere la prevenzione una pratica concreta e continuativa.

Prevenzione significa consapevolezza

Scegliere di fare prevenzione significa prestare attenzione alla propria salute prima che insorga un problema. Significa non aspettare il sintomo, ma conoscere meglio il proprio corpo, i propri fattori di rischio e le possibilità di intervenire per tempo.

In ambito oncologico e cardiovascolare, questo approccio può contribuire a rendere più tempestiva l’individuazione di eventuali criticità e più consapevole la gestione del proprio percorso di salute.

Per approfondire il percorso di prevenzione presso le strutture sanitarie di Humanitas, è possibile visitare il sito dedicato o leggere la brochure informativa.

Scarica la brochure:

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Ortopedia ricostruttiva, fissazione esterna e allungamento degli arti: come funziona il metodo Ilizarov
Data articolo:Thu, 24 Sep 2026 15:38:56 +0000

Il professor Gavriil Abramovich Ilizarov negli anni Cinquanta, presso l’ospedale di Kurgan, in Siberia, sviluppa un’intuizione destinata a cambiare l’evoluzione della pratica ortopedica. Osservando la guarigione delle fratture, Ilizarov si rese conto che l’osso possiede la naturale capacità di rigenerarsi se stimolato in modo graduale. Da qui nasce il metodo Ilizarov, che permette alle ossa interessate da traumi, gravi deformità, o condizioni patologiche di altro tipo, di guarire in maniera naturale, con la crescita di tessuto osseo sano rigenerato per distrazione, ovvero tramite il graduale allontanamento di capi ossei precedentemente soggetti a un taglio programmato (osteotomia).

Il 15 giugno 2026, in occasione del centocinquesimo anniversario della nascita del professor Gavriil Abramovich Ilizarov, è stata inaugurata presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) la nuova Unità Operativa di Ortopedia Ricostruttiva, Fissazione esterna e Allungamento degli arti, coordinata dal dottor Alexander Kirienko.

Che cos’è il metodo Ilizarov

Il metodo Ilizarov permette oggi di trattare allungamenti degli arti, pseudoartrosi, correggere gravi deformità e intervenire alla ricostruzione post-traumatica. Il metodo comporta l’applicazione di un fissatore esterno circolare seguito eventualmente dall’esecuzione di un’osteotomia, cioè un taglio controllato dell’osso. Successivamente alla chirurgia, l’apparato consente una graduale correzione e un eventuale allungamento che avviene allontanando i monconi ossei di frazioni di millimetro al giorno.

Lo stimolo meccanico provocato dal fissatore attiva l’osteogenesi per distrazione, cioè la formazione di nuovo tessuto osseo nello spazio che si è venuto a creare. La crescita dell’osso avviene così fisiologicamente senza innesti.

Cosa succede durante il trattamento

In nessun caso l’apparato di Ilizarov costringe il paziente a letto. Anzi la mobilizzazione e il carico sono concessi sempre dal primo giorno dopo l’intervento. 

Il fissatore presenta alcune limitazioni per il paziente, principalmente:

  • l’ingombro: gli anelli misurano solitamente circa 8-10 cm di diametro in più rispetto al segmento interessato;
  • la limitazione di movimento delle articolazioni vicine dipende molto dal segmento interessato, ad esempio il fissatore alla gamba può limitare in parte la flessione del ginocchio ma lascia il ginocchio e la caviglia pressoché completamente libere di muoversi. Il fissatore al femore invece limita più seriamente il movimento del ginocchio anche se con esercizi costanti si può recuperare una buona mobilità;
  • il carico dipende dal segmento interessato. Il fissatore al femore e alla gamba consentono un carico progressivo durante il trattamento: parziale con due stampelle nel primo periodo, poi con una sola stampella con carico sempre maggiore e quasi sempre carico completo senza stampelle nell’ultimo periodo prima della rimozione; quando un fissatore include il piede, il carico rimane sempre parziale e protetto da stampelle per tutto il periodo di trattamento;
  • non va bagnato il fissatore per non incorrere nel rischio di infezione dei tramiti (punti attraverso cui i fili e le viti attraversano la cute).

Per quali malattie è utile il metodo Ilizarov

Il metodo Ilizarov viene preso in considerazione in presenza di diverse condizioni e disturbi.

Dismetria degli arti, una differenza di lunghezza tra due arti, inferiori o superiori. Se la dismetria interessa gli arti inferiori, anche se contenuta, può alterare postura, equilibrio di bacino e colonna e deambulazione, mentre dismetrie più gravi compromettono significativamente la qualità della vita. Può avere cause congenite, ed essere quindi presente dalla nascita, per malformazioni o displasie scheletriche, cause post-traumatiche, come fratture o traumi associati alla perdita di un tratto d’osso, oppure essere provocata da infezioni e altre patologie che possono alterare la crescita dell’osso.

Deformità congenite e post-traumatiche degli arti, ossia un’alterazione dell’asse, della forma, o della rotazione di un osso o di un segmento osseo. Una deformità può comportare un disallineamento visibile, una rotazione anomala dell’arto, un accorciamento, o ancora una combinazione di questi elementi. Le deformità possono causare dolore, difficoltà nella deambulazione e sovraccarico delle articolazioni. Anche in questo caso le cause possono essere congenite, post-traumatiche, o associate a infezioni e patologie.

Pseudoartrosi, la mancata consolidazione di una frattura. Si sviluppa se l’osso fratturato non guarisce nei tempi previsti e i due segmenti non si saldano tra loro. Può essere atrofica, se le estremità ossee sono assottigliate e non si toccano, oppure ipertrofica, se le estremità si allargano e si toccano, ma senza saldarsi. La pseudoartrosi provoca dolore e difficoltà o impossibilità a usare l’arto.

Osteomielite, un’infezione di osseo e midollo osseo. Si tratta di una condizione grave che può provocare sintomi come dolore, arrossamento, gonfiore, febbre e, se si cronicizza, fistole, ossia fuoriuscita di materiale dall’osso fino alla cute. L’infezione può svilupparsi a seguito di una frattura, in particolare se esposta, con l’osso che entra in contatto con l’esterno, oppure come complicanza di interventi chirurgici, o ancora diffondersi all’osso tramite il sangue da un’infezione presente in un’altra sede dell’organismo.

Bassa statura costituzionale o da displasia scheletrica. Con displasia scheletrica si intende un gruppo di condizioni che alterano lo sviluppo delle ossa, come acondroplasia e ipocondroplasia, che causano un accorciamento marcato degli arti. Queste condizioni, oltre alla riduzione della statura, possono associarsi anche a deformità degli arti e altre alterazioni scheletriche che impattano sulle attività quotidiane della persona.

Metodo Ilizarov: i trattamenti per cui viene utilizzato

Il metodo Ilizarov viene applicato in varie tipologie di trattamenti.

Allungamento osseo con fissatore esterno, una procedura che consente di aumentare in modo progressivo la lunghezza di un segmento osseo. Il chirurgo esegue un taglio programmato dell’osso (osteotomia) e applica un fissatore esterno. Questo, ancorato all’osso con fili o viti, mantiene allineati e stabili i due segmenti. Nei giorni successivi all’intervento, agendo sul fissatore, i due capi ossei vengono allontanati molto lentamente e gradualmente. Lo stimolo graduale induce quindi l’organismo a depositare nuovo tessuto osseo nello spazio che si è formato.

Allungamento osseo con chiodo endomidollare telescopico, una tecnica di allungamento osseo che impiega un dispositivo collocato all’interno del canale dell’osso invece di un apparato esterno. Si esegue un taglio chirurgico dell’osso e si sfrutta il principio dell’osteogenesi per distrazione, ma il meccanismo che allontana gradualmente i segmenti ossei è interno. Il chiodo è un’asta metallica telescopica con un piccolo motore magnetico. Una volta inserito nel canale osseo, il chiodo può essere attivato con un telecomando, per cui a ogni attivazione l’asta si allunga in modo graduale e programmato.

Trasporto osseo, una tecnica ricostruttiva che consente di colmare un difetto osseo, ovvero la mancanza di un tratto di osso, senza innesti metallici o sintetici. In questo caso dopo aver trasportato il segmento osseo danneggiato, per esempio per infezione o necrosi, si esegue un’osteotomia in una zona sana dell’osso. Il frammento così ottenuto viene quindi trasportato lentamente, con il fissatore esterno, attraverso lo spazio vuoto, fino a raggiungere e saldarsi al moncone opposto. Mentre il frammento avanza, dietro si forma un nuovo osso per osteogenesi per distrazione, in modo che il difetto venga progressivamente riempito da osso vitale.

Osteotomia per correzione progressiva delle deformità: in questa tecnica l’osteotomia si associa a un fissatore esterno che consente di correggere la deformità gradualmente, agendo lentamente sull’apparato. Si tratta di un approccio molto utile nelle deformità complesse, perché consente di correggere tutte le componenti in modo controllato e, se necessario, di allungare al contempo il segmento. La gradualità, inoltre, riduce i rischi per le strutture nervose e vascolari.

Correzione delle deformità di piede e caviglia, una tecnica che prevede l’applicazione di un fissatore esterno circolare al piede e alla gamba per poi procedere successivamente alla correzione lenta e progressiva della deformità. Questa modalità sfrutta la capacità dei tessuti di adattarsi a una trazione lenta e graduale e si può così riportare il piede in una posizione corretta rispettando le strutture, anche in deformità rigide e di vecchia data.

Artrodesi di caviglia, sottoastragalica e triplice, un intervento che porta alla saldatura permanente dei segmenti ossei che compongono un’articolazione. Eliminando il movimento di un’articolazione gravemente compromessa e dolorosa.

Visita specialistica ortopedica

La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.

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A cura di Valeria Leone
Grave carenza di sangue e plasma: donare è importante
Data articolo:Wed, 23 Sep 2026 13:09:58 +0000

La carenza di scorte di sangue e plasma affligge l’intero territorio nazionale.

Diventiamo donatori! C’è bisogno di tutti, perché ognuno di noi può essere una grande risorsa per gli altri.

Il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Paolo è aperto regolarmente a tutti coloro che vogliono donare il sangue. Per informazioni, consulta la pagina dedicata: clicca qui.

Oltre alla programmazione cui ogni cittadino può aderire per donare, sono inoltre in programma quattro aperture domenicali presso il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Paolo. Di seguito il calendario con le date disponibili:

  • Domenica 27 settembre
  • Domenica 25 ottobre
  • Domenica 22 novembre
  • Domenica 20 dicembre

 Come raggiungere il Centro Trasfusionale

Il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Paolo si trova in Via Antonio di Rudinì, 8, 20142 Milano (MI).

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A cura di mmaestri
Tumore al seno: in Humanitas torna “Paziente diplomata”
Data articolo:Fri, 18 Sep 2026 07:03:41 +0000

Torna in Humanitas la conferenza “Paziente diplomata” rivolta a donne “con e senza tumore al seno”. Alla sua tredicesima edizione, l’evento si terrà sabato 17 ottobre 2026, dalle 9:00 alle 15:30 presso il Centro Congressi Humanitas ed è promosso da Humanitas Cancer Center e dalla Scuola Italiana di Senologia, in collaborazione con Mamazone, network di pazienti con tumore al seno, ricercatrici e ricercatori. 

L’evento è organizzato dal dottor Wolfgang Gatzemeier, Capo Sezione dell’Unità Operativa di Senologia e Vice Direttore della Breast Unit presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano, dal professor Claudio Andreoli, senologo presso Humanitas Rozzano, Capo Sezione dell’Unità Operativa di Senologia presso Humanitas Mater Domini e Direttore della Scuola Italiana di Senologia (SIS), da Marita Paredes Rodriguez, infermiera di Humanitas Cancer Center, e dalla dottoressa Federica Menna, specialista dell’Unità operativa di Senologia presso Humanitas Rozzano.

“Paziente diplomata” ha l’obiettivo di fornire tutte le conoscenze e gli strumenti necessari per affrontare i cambiamenti del corpo a seguito di una diagnosi di tumore al seno e nelle varie fasi del processo di cura.

Tumore al seno: perché una giornata dedicata

Il tumore al seno rappresenta il più frequente tumore nel sesso femminile, con oltre 50.000 nuovi casi ogni anno in Italia. Tuttavia, grazie ai progressi della Ricerca, alle innovazioni nella diagnostica e nelle terapie, le prospettive di guarigione e di qualità della vita sono in continua crescita. La diagnosi precoce permette di individuare la maggior parte dei tumori ancora in fase iniziale, offrendo la possibilità di interventi conservativi; inoltre, le terapie oncologiche innovative aumentano le percentuali di guarigione definitiva. I trattamenti personalizzati, che tengono conto delle condizioni specifiche di ogni paziente, rendono ancora più cruciale il coinvolgimento attivo della donna nel percorso di cura.

Ogni tumore al seno presenta diverse caratteristiche biologiche e morfologiche uniche, che influiscono sulla valutazione dei trattamenti e sull’esito delle cure. L’obiettivo di Humanitas è rendere le pazienti con tumore al seno sempre più consapevoli, dunque non più semplici spettatrici della propria malattia, ma protagoniste attive nelle scelte e nella gestione quotidiana della patologia.

Diagnosi e cura sono al centro della conferenza “Paziente diplomata”, così come la possibilità di incontro tra gli specialisti Humanitas e le pazienti. Fondamentale, poi, anche il discorso sulla prevenzione, per cui “Paziente diplomata” apre le sue porte a tutte le persone che desiderano maggiori informazioni su questo tumore e sulle strategie di prevenzione da adottare.

I temi dell’evento

Gli argomenti trattati durante l’evento saranno numerosi e di grande rilevanza. L’evento si aprirà con un panel dedicato all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale in radiologia senologica e alle novità in ambito di screening e follow-up senologico, a cui seguirà un approfondimento sulla familiarità e l’ereditarietà del tumore al seno, con focus sul ruolo dei geni BRCA e sulle possibilità offerte dai test genomici.

Sarà inoltre dedicato un panel al profilo biologico dei tumori della mammella, nonché un focus sui nuovi farmaci intelligenti oggi a disposizione per intervenire sulla malattia.

Come iscriversi all’edizione di “Paziente diplomata”

  • Sabato 17 ottobre 2026
  • Humanitas Congress Center – via Manzoni 113, 20089 Rozzano (Milano)
  • Dalle 9:00 alle 15:30

La partecipazione è gratuita, previa iscrizione entro e non oltre il 14 ottobre 2026. Per ulteriori informazioni e iscrizioni CLICCA QUI.


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A cura di mmaestri
PET: come si svolge l’esame?
Data articolo:Thu, 17 Sep 2026 14:14:21 +0000

La Tomografia a Emissione di Positroni (PET) è una metodica diagnostica utilizzata in Medicina Nucleare per individuare con grande precisione informazioni specifiche metaboliche su organi e tessuti dell’organismo. La PET è particolarmente utile in ambito oncologico sia durante la diagnosi iniziale per localizzare il tessuto malato ed eseguire una corretta stadiazione, sia nella rivalutazione della malattia dopo chirurgia, terapia medica o radioterapia.

Ne parliamo con il dottor Marcello Rodari, Responsabile dell’Unità Operativa di Medicina Nucleare dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

PET: che cos’è e a cosa serve?

La PET è un’indagine diagnostica di Medicina Nucleare che utilizza diversi radiofarmaci indirizzati a differenti metabolismi e recettori. Oltre all’ambito oncologico, la PET può essere utile anche in ambito neurologico, cardiologico e per la valutazione delle infezioni. Presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano sono disponibili due tomografi PET/TC digitali di ultima generazione, che consentono di acquisire immagini con una risoluzione spaziale ottimale. Questi tomografi consentono di svolgere l’esame in un tempo minore rispetto a quanto accadeva con i tomografi analogici di vecchia generazione. Inoltre avendo un sistema di rilevazione molto sensibile sono necessarie attività di radiofarmaco minori, abbassando notevolmente la dose di radioattività assorbita dal paziente.

Presso la Medicina Nucleare di Humanitas Rozzano è disponibile anche un ciclotrone, una strumentazione che consente di produrre isotopi radioattivi che vengono poi coniugati a molecole per la sintesi dei radiofarmaci all’interno di un laboratorio di radiofarmacia.

PET: come si svolge l’esame?

L’esame viene confermato dal medico di Medicina Nucleare in sede di visita pre-esame, valutando l’anamnesi, il quesito diagnostico e l’appropriatezza dell’esame stesso. Successivamente, al paziente viene somministrato il radiofarmaco e a seguire in tempi diversi viene effettuata l’acquisizione delle immagini. L’attesa dall’iniezione del radiofarmaco all’inizio dell’esame dipende dalle caratteristiche del radiofarmaco, ed è variabile da 10 a 90 minuti.

La durata dell’esame è di circa 10 minuti per un campo whole-body; al paziente durante l’esame è richiesto di mantenersi sdraiato e immobile.

La PET è dolorosa o pericolosa?

La PET non è né dolorosa né pericolosa. L’iniezione del radiofarmaco può provocare fastidio, ma si tratta di una procedura veloce. Il volume di radiofarmaco somministrato, inoltre, è molto basso, e non si associa a problematiche specifiche. Non si verificano inoltre problematiche di allergia.

PET con FDG: che cos’è e come prepararsi all’esame

Il principale radiofarmaco PET utilizzato in medicina nucleare è il fluorodesossiglucosio (FDG), un analogo del glucosio marcato con l’isotopo F18. I tumori, infatti, hanno un elevato turnover cellulare e consumano un quantitativo più elevato di zucchero rispetto alla cellule sane; per questo motivo le aree neoplastiche risultano avere una maggior concentrazione di FDG e quindi sono visibili come aree ipercaptanti all’esame PET.

È importante che il paziente si prepari in maniera ottimale per lo svolgimento della PET. È quindi indispensabile che sia a digiuno da circa 6 ore, durante le quali è possibile assumere acqua. Non è necessario sospendere farmaci. I pazienti diabetici possono svolgere l’esame seguendo delle norme che verranno consegnate all’atto di prenotazione; i medici della medicina nucleare sono comunque sempre disponibili per eventuali domande o necessità specifiche prima e dopo l’esame.

PET: cosa succede dopo l’esame?

Dopo l’esame il paziente può allontanarsi senza particolari indicazioni. La somministrazione del radiofarmaco, infatti, non si associa a effetti collaterali e anche da un punto di vista radioprotezionistico, la quantità di radioattività residua all’interno dell’organismo dopo l’esame è molto bassa.

A questo riguardo comunque, all’atto di prenotazione, vengono fornite al paziente le norme di preparazione e le norme comportamentali da seguire dopo l’esame che variano a seconda del radiofarmaco utilizzato.

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A cura di mmaestri
Sclerodermia: Humanitas partecipa alla Giornata del ciclamino
Data articolo:Wed, 16 Sep 2026 10:42:44 +0000

La “Giornata del Ciclamino” è un evento annuale dedicato alla sensibilizzazione sulla sclerodermia, una malattia autoimmune. Anche l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano aderisce alla Giornata del ciclamino del 2 ottobre 2026, in collaborazione con il Gruppo Italiano Lotta alla Sclerodermia (GILS), che da oltre trent’anni si occupa di informare sulla prevenzione alla sclerosi sistemica e sull’importanza della diagnosi precoce per l’efficace trattamento della patologia, fornendo un’opportunità per controlli gratuiti, specialmente per coloro che potrebbero essere a rischio o presentare i primi sintomi.

Nella giornata di venerdì 2 ottobre presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano sarà infatti possibile effettuare una capillaroscopia gratuita, un esame non invasivo che permette di controllare i capillari (piccoli vasi sanguigni) della pelle in superficie, per intercettare eventuali primi sintomi della malattia. 

Inoltre è possibile sostenere GILS e la Ricerca partecipando alla raccolta fondi organizzata nelle principali piazze italiane da fine settembre a fine novembre, acquistando i ciclamini con una libera offerta. Per informazioni, consultare il sito a questo link.

Cos’è la sclerodermia?

La sclerodermia (sclerosi sistemica) è una patologia cronica poco frequente, che interessa prevalentemente il sesso femminile e che impatta in modo significativo sulla qualità di vita delle persone che ne sono colpite.

Si tratta di una malattia immunomediata che vede la compresenza di anomalie del sistema immunitario e di alterazioni del distretto vascolare, con conseguente e progressivo sviluppo di fibrosi. Nella maggior parte dei casi, la malattia si manifesta in fase iniziale con il fenomeno di Raynaud, caratterizzato da un eccessivo e anomalo restringimento dei piccoli vasi sanguigni (capillari o arteriole) nelle zone periferiche del corpo, come mani e piedi e, più raramente, naso, labbra e orecchie.

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A cura di mmaestri
Let’s talk with Sorrisi in Rosa: 10 anni insieme
Data articolo:Tue, 15 Sep 2026 12:21:41 +0000

Martedì 6 ottobre, dalle ore 18 alle 20, l’Auditorium IULM di Milano ospiterà “Let’s talk with Sorrisi in Rosa: 10 anni insieme”, un incontro aperto al pubblico promosso da Humanitas in collaborazione con Fondazione Humanitas per la Ricerca e Università IULM.

Sorrisi in Rosa è il progetto nato da un’idea della fotografa Luisa Morniroli e della scrittrice Cristina Barberis Negra, insieme ai senologi delle Breast Unit di Humanitas, con l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce del tumore al seno, a partire dall’esperienza di donne protagoniste di storie di malattia, rinascita e coraggio. 

Oggi sono oltre 170 le testimonial Sorrisi in Rosa che hanno affrontato il percorso oncologico negli ospedali Humanitas di Rozzano, Milano, Bergamo, Torino, Castellanza e Catania e sono entrate a far parte del progetto, trasformando la propria esperienza in un messaggio di fiducia e consapevolezza per altre donne.

Protagoniste dell’evento del 6 ottobre saranno proprio le donne di Sorrisi in Rosa, i professionisti della Breast Unit e del Cancer Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e degli altri ospedali del Gruppo, e gli studenti e studentesse dell’Università IULM. Ospite d’onore: Gerry Scotti, padrino speciale dell’iniziativa.

Due le novità: la presentazione del cortometraggio “Non pensavo mi riguardasse”, ad opera degli studenti e studentesse IULM, e l’iniziativa “Dame in rosa”, in collaborazione con il Museo Poldi Pezzoli, per parlare di malattia e rinascita attraverso il linguaggio dell’arte.

L’evento inaugura il mese della prevenzione senologica con consulti gratuiti e attività di sensibilizzazione in tutti gli ospedali e Medical Care del Gruppo. Calendario completo su https://fondazionehumanitasricerca.it

LET’S TALK WITH SORRISI IN ROSA: 10 ANNI INSIEME

  • Martedì 6 ottobre 2026, ore 18.00–20.00
  • Auditorium IULM, Via Carlo Bo 7, 20143 Milano
  • Partecipazione gratuita con registrazione obbligatoria. Al termine, è previsto un momento conviviale.

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A cura di mmaestri


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