La credenza del gatto nero

La tradizione dei gatti nell'antico Egitto


Dea ghepardo, probabilmente Madfet, taglia la testa ad Apophis, il drago delle tenebre.

A sinistra raffigurazione della dea felina Mafdet. Non si conosce quasi niente del suo culto ed è nominata in documenti risalenti alla prima dinastia(2800 aa.C.). Pare fosse invocata negli scongiuri contro i morsi di animali velenosi. Era raffigurata come un felino, forse un ghepardo. Nel quadro a fianco taglia la testa al serpente Apophis, che rappresenta la notte ed è il nemico di Ra. Si trova menzionata nella Pietra di Palermo (V dinastia), e il suo nome significa “Colei che corre”, “Corridore”. Per l'iconografia e per essere associata al dio nano Bes probabilmente è una dea protettrice di coloro che esercitavano una professione che aveva una sfaccettatura magica, tipo i fabbri, gli esecutori di condanne che prevedevano morte o riduzioni corporali, uomini e donne che praticavano circoncisione, clitoridectomia e castrazione.

La dea della città di Bast o Bubasti, e cioè Bastet , aveva la testa di gatto.

Statuetta rappresentante la dea egiziana Bastet

E' molto interessante riportare l'alta considerazione in cui era tenuto il gatto presso gli antichi Egiziani. Nell'antico Egitto la dea della città di Bast o Bubasti, e cioè Bastet , aveva la testa di gatto. Bastet era dea della gioia, ma anche dell'operosità, protettrice per le sue qualità di tipo felino, delle messi immagazzinate e di tutte le derrate alimentari, protettrice dai serpenti velenosi, una dea della prosperità, e per il suo attaccamento alla prole protettrice delle puerpere e dell'infanzia. Quando la capitale dell'impero fu portata dai faraoni a Bubasti(fu capitale dell'Egitto durante la XXII dinastia insieme a Tanis), quasi tutte le famiglie egiziane avevano un gatto e lo tenevano come un nume tutelare della casa. Una volta morto, il gatto, imbalsamato, veniva sepolto ritualmente in appositi recinti dedicati alla dea.
E precendemente il gatto, ancora selvatico, era a volte il simbolo solare e della divinità corrispondente, Ra, nel genere maschile, e il simbolo lunare e di Iside, nel genere femminile.
Erodoto ha riportato un curioso atteggiamento del gatto nei confronti del fuoco, sentito dagli egiziani come un pericolo: "Quando poi scoppia un incendio, ai gatti succedono cose portentose. Gli Egiziani, postisi uno di fronte all'altro, fanno la guardia ai gatti senza curarsi di spegnere l'incendio; ma i gatti, sgusciando in mezzo a loro e saltando oltre gli uomini, si gettano nel fuoco. Quando ciò accade, un grave lutto colpisce gli Egiziani. Nelle case dove sia morto di morte naturale un gatto, tutti gli abitanti si radono le ciglia".
Molto probabilmente il riporto di Erodoto sul comportamento dei gatti è di tipo culturale; cioè non corrisponde al reale comportamento dei gatti, ma a una opinione che di essi si erano fatto gli uomini. Probabilmente è pure una leggenda che una gatta nel periodo di allattamento dei piccoli possa lanciarsi verso il fuoco per salvare i piccoli che miagolano per la paura. Comunque se corrispondesse al vero, rafforzerebbe comunque il nostro discorso. E' possibile invece che un gatto si agiti e svegli i padroni in caso di incendio nella casa che lo ospita.
Per comprendere la superstizione negativa del gatto nero probabilmente bisogna rifarsi all'opinione antichissima che il gatto sia attratto dal fuoco? Vedremo.
E' impropabile che la supestizione del gatto nero sia nata in Egitto per l'associazione del gatto al fuoco. Tutt'al più si può configurare che, nella cultura dell'antico Egitto, la sessualità felina fosse considerata una forza disgregatrice, una forza che poteva condurre al caos.
Restando fermi alla dea Bastet è utile riportare quanto scrisse Erodoto(c'è da osservare che tutto quello che dice Erodoto sugli egiziani deve essere inquadrato nell'ottica interpretativa della cultura greca)sulla grande festa che probabilmente si svolgeva a fine ottobre, cioè all'inizio della stagione delle pioggie, alla fine del mese di Athyr (Hathor). Erodoto parla addirittura di 700.000 persone che si radunavano a Bubasti. Accorrevano alla città su delle imbarcazioni che scendevano lungo il corso del Nilo. Le donne che stavano sulle barche approssimandosi ai villaggi gridavano invettive all'indirizzo delle donne dei villaggi e si alzavano le vesti, in un tipico atteggiamento da mondo alla rovescia. Probabilmente era un invito a seguirle perchè a Bubasti doveva celebrarsi una antichissima festa nella quale sostanzialmente si volevano ridestare le forze della natura, cioè attirare sulla terra le pioggie, oppure fare un bagno benefico sul Nilo subito dopo il periodo di massima piena, probabilmente allora come ringraziamento. E quest'operazione era demandata alle donne, che probabilmente imitavano le gatte quando hanno l'estro, rivolgendosi però alle donne in una significazione positiva dell'inversione dei ruoli sessuali. Fra l'altro il "cielo" era rappresentato dalla dea Nut, chiamata anche Hathor, la "vacca celeste". Dovevano fare questo per significare che andando verso Bastet, la dea, o Bubasti, la sua città, si andava verso la civiltà, la pacifica convivenza. Allontanarsi da Bastet equivaleva a scendere nella scala della civiltà e avvicinarsi alla dea Sakhmet. Bastet era una evoluzione positiva, verso la civiltà, della dea leonessa Sekhmet, con la quale a volte si identificava. Gli Egizi avevano un modo di dire: «non si accarezza la gatta Bastet prima di aver affrontato la leonessa Sekhmet» e probabilmente si riferivano anche al fiume Nilo. Bastet era infatti comunemente accoppiata a Sekhmet, la dea dalla testa di leone venerata pure nella regione desertica della Nubia, attraversata dall'alto Nilo.
Sia Bastet, sia Sekmet, secondo varie fonti, sono figlie di Ra, il dio che rappresenta il sole(suo frequente riferimento grafico era l'occhio) e probabilmente la quasi identificazione di una sorella con l'altra è dovuta a una leggenda in cui Ra, infuriato, provocò una siccità, cioè un evento terribile per gli egiziani che vivevano grazie alle piene del Nilo.
Quando si fu calmato, Ra mandò Thot a cercare Bastet in Nubia, dove la dea si nascondeva sotto forma di leonessa , cioè era molto vicina a Sekhmet o aveva preso le sembianza di questa dea. Discendendo il Nilo, Bastet si era bagnata nel fiume in una città sacra a Iside, Phile(è un'isola che si trova nel letto del Nilo al confine tra Egitto e Nubia ed era famosa perchè poco prima dell'isola finiscono le caterratte del Nilo ed il fiume ridiventa navigabile-oggi dopo la costruzione della diga di Assuan che si trova a sud dell'isola Phile quest'isola rimane semisommersa per alcuni mesi), trasformandosi di nuovo in gatta ed era entrata trionfante a Par Bastet (città dei gatti, Bubasti per i greci, città che si trova sul delta del fiume), dove fu poi trovata da Thot. Quindi probabilmente Sekhmet rappresenta l'aspetto tremendo, leonino, selvaggio della dea, assimilabile al corso del Nilo quando non è navigabile o quando invade con irruenza la terra, mentre Bastet rappresenta quello benevolo,civile, la fertilità della terra e la calma relativa del fiume Nilo, quando entra nel delta. La festa ricordata da Erodoto probabilmente ricorda il mito del cambiamento di Bastet e della sua discesa verso il delta e secondo alcuni studiosi era la festa per lo scampato pericolo della distruzione del genere umano(Donadoni, La religione dell’antico Egitto, Laterza, Bari 1959, pagg. 339-343; in forma più completa il mito è stato tradotto da Piankoff, The Shrines of Tut-Ankh-Amon, Harper Torchbooks, New York 1962, “Il libro della vacca divina”, pagg. 26-34).
Ma un molto simile mito circa la trasformazione di Bastet riguarda la dea Hathor: una dea il cui nome significa "casa di Horus", dea dell'amore e della gioia, dea madre universale, in quanto generava il dio sole e allattava Horus e il suo rappresentante, il faraone. In questo mito si racconta che per vendicarsi di una congiura degli uomini contro di lui, Ra ordina a Hathor, cioè la figlia, di distruggere l’umanità. Hathor si trasforma in leonessa e come Sekhmet compie una terribile strage. Alla vista della carneficina Ra si pente e per salvare gli uomini ricorre a un trucco: durante la notte, mentre Sekhmet riposa, fa preparare una grande quantità di birra, colorata di rosso, che al mattino fa poi spargere nel deserto. Al suo risveglio Sekhmet, ingannata dal colore, beve avidamente la birra credendola sangue. Così si ubriaca e dimentica di proseguire la sua truce impresa. In memoria di questo mito gli egizi celebravano "la festa dell’ebbrezza" nei giorni 18-20 del I mese dell’inondazione, il mese di Thot(29agosto-27 settembre(in Cauville, Dendera. Les fetes d’Hathor, Peeters, Leuven 2002, pagg. 50-59. “Canti in onore della dea dell’ebbrezza” sono riportati in: Bresciani, Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Einaudi tascabili, Torino 1999, pagg. 676-678).
C'è da precisare che nell'antico Egitto tutte le divinità femminili, quali: Hathor, Sekhmet, Bastet, Uadjet, Tefnut, Mut, Nekhbet, Mafdet, Mehyt, Menhyt, ecc., hanno aspetto ambivalente, ora sono gioiose e pacifiche, e a volte si manifestano come leonesse estremamente feroci. Gli scribi, che conservavano le leggi, le consuetudini, i miti, ma non a memoria, bensì nei papiri, li presentano con questo secondo aspetto quasi sempre legato alla figura della leonessa, per cui sembra che siano interscambiabili. In effetti è quasi impossibile delinerare nitidamente la figura e il raggio d'azione delle dee egiziane nel tempo per via dei trenta secoli e più di storia e per via del fatto che buona parte del materiale trovato è ancora da interpretare.


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