COME NASCE LO ZOMBI NEL SUD DEL MONDO E NEL CULTO VODU DI HAITI



Il rito iniziatico kanzo


Il ritualismo del vodu è molto ricco per la presenza di tanti loa che devono essere soddisfatti, ciascuno con un proprio trattamento cultuale. Quindi i riti sono diversificati a secondo degli humfo o santuari, a secondo della mitopoiesi da sogno o da invasione. Comunque c'è qualche rituale che può essere considerato comune a tutte le comunità voduistiche. Tra questi rituali c'è l'iniziazione kanzo, che pone il fedele sotto la protezione di un particolare loa, gli attribuisce una energia vitale (nanm), lo introduce in un'aria benefica che si manifesta principalmente in benessere di ordine materiale. Anche il kanzo, come in genere tutti i riti iniziatici, comporta l'acquisizione di un nuovo corpo fisico e una nuova dimensione spirituale del fedele, attraverso una simbologia di morte-rinascita. Il rito kanzo, che può essere celebrato sia come introduzione di un candidato in uno dei gradi della gerarchia dei santuari, sia per cura di malattie, su proposta del sacerdote o della sacerdotessa (il malato recupera in tal caso la guarigione attraverso il passaggio iniziatico), ha come nota prevalente il motivo di una totale eversione dell'attuale dimensione umana, che si trasforma, attraverso le prove, in una realtà mitica e carica di potere numinoso.


Quando si celebra e il primo rituale


Solitamente, per le notevoli spese che comporta questo rito kanzo, i sacerdoti rimandano a una data, tenuta segreta (per evitare rischi che possano venire dalla stregoneria), coloro che vogliono sottoporvisi, in modo da dividere le spese per i tanti partecipanti e per dare più solennità alle cerimonie. I candidati preparano danze e canti e una settimana prima della cerimonia si astengono da cibi eccitanti e fanno un bagno rituale con un'acqua dove sono state messe ed infuse delle foglie medicamentose. La prima sequenza iniziatica è detta le coucher, "il mettere a letto", ed è celebrata generalmente di domenica e consacra gli iniziandi(huno, con nome haitiano di origine africana), prima della "ritirata"(nella stanza di iniziazione che sta nel santuario). Fra gli altri atti rituali, comuni ad altre cerimonie, c'è il chiré aizan, durante il quale i novizi provvedono a ricavare strisce da foglie di palma e se le pongono sulla faccia e sulle spalle poiché hanno funzione di difesa magica contro gli spiriti maligni e, insieme, di ritorno alla "condizione della foresta". Un ramo di palma è deposto su una sedia, coperta con panno bianco, che viene sollevata tre volte, orientata e collocata sul vevé di Aizon (il loa della palma la cui funzione rimane imprecisata oppure è evidente, cioè la capacità della rigenerazione) e le hunsi cantano e danzano intorno al ramo di palma e traggono con le unghia le strisce dalle foglie.

Rituali di consacrazione


Seguono poi i riti di vera e propria consacrazione. I novizi si distendono a terra intorno al pilastro centrale, con le teste disposte verso la base. La mambo versa acqua sulle loro bocche, e sui volti; traccia sui loro volti, sulle palme e sui petti una croce con della polvere verde; li frustra alle gambe come un rituale di punizione per le loro colpe; e li colpisce, infine, con il suo sonaglio, sulla bocca, sulla fronte e sulle guancie. L' hungan pone sulla testa di ogni candidato una pietra larga, e i candidati, danzando in processione, devono andare a salutare il pilastro centrale.


I riti della "ritirata"


I riti della ritirata nel djèvo o camera di iniziazione sono segreti, ma A. Metraux ha ricostruito le loro sequenze grazie alla raccolta di varie informazioni fra i praticanti. Nella camera di iniziazione i novizi sono costretti all'isolamento, vestono una tunica bianca e siedono con le spalle rivolte alla porta. Il prete taglia loro una ciocca di capelli, rade i pelli delle ascelle e della regione pubica, taglia le unghia delle loro mani e piedi sinistri. Tutti questi residui del corpo rappresentano l'anima o Bon-ange del candidato; sono avvolti in una foglia di banana insieme con mais arrostito, dolci, acassan (bibita di manioca addolcita), sangue e penne dei polli sacrificati; sono deposti, così avvolti, in un vaso di porcellana, detto "Vaso della testa" (pot-tete, pot-kanzo), che resta col novizio per tutto il periodo della ritirata e che viene collocato, alla fine, sull'altare come garanzia della salute e del benessere acquistati dal novizio. Infatti, l'anima del novizio, identificata col vaso, resterà da allora sotto il controllo del prete e sarà sottratta ad ogni operazione di magia nera (quindi la religione è essenzialmente una difesa dalla magia nera, ndr). I novizi sono poi sottoposti alla cerimonia di laver-tete (analoga formalmente a quella che si celebra prima di ogni cerimonia di possessione). Un impasto di pane bagnato nel vino, di vermicelli, di mais arrostito, di acassan, di riso cotto nel latte, il tutto mescolato con sciroppo e sangue, viene avvolto in foglie di mombin e disteso sulla testa del candidato fino a coprirne gli occhi. Con il laver-tete si stabilisce un vincolo permanente tra l'iniziando e un particolare loa, che così diventerà il suo spirito protettore e anche quello spirito che più di frequente lo invaderà (gli danzerà sulla testa). Chi debba essere il loa protettore per il candidato viene deciso in base alla sua esperienza precedente. L'hungan o la mambo si accorgono della correlatività di un loa col novizio leggendo un catalogo di loa: viene scelto come loa mait-tete( loa che danza sulla testa) quel loa il cui nome, pronunciato, provochi sul candidato qualche sintomo di possessione(tremito, eccitazione, eccetera). Nei sette giorni della ritirata l'iniziando si stende su stuoie, disposte sui vevé dei loa personali; poggia la testa su pietre che fungono da guanciali; non può muoversi, ridere o parlare senza permesso (ridere rompe l'incantesimo? Si, ma in questo rito negativamente, cioè lo può invalidare. Quindi ci deve essere il massimo rispetto per il loa e il cerimoniale); è posto sotto la cura di una donna, Maman huno, che provvede ai loro bisogni e prepara il cibo; è punito con colpi di frusta se viene meno alla disciplina; è assoggetato a una dieta che esclude il sale; si unge due volte al giorno con olio; può essere visitato solo da persone già iniziate.


Il rito dell'uscita


L'uscita dalla ritirata prevede un'offerta a tutti i loa mait-tete. La ritirata è chiusa la sera del sabato con la cerimonia Bulé-zin, "Vasi ardenti", nel cui rituale l'elemento centrale sembra essere una serie di prove con il fuoco. I novizi devono estrarre con le mani le frittelle dall'olio ardente di un vaso detto nago( cioè dedicato agli dei del gruppo Nago) e far passare la mano e il piede destro attraverso le fiamme che sono accese negli speciali vasi(zin) in argilla, decorati con croci e disegni simbolici. Il rito non è considerato come vera prova, ma piuttosto un espediente magico attraverso cui il novizio acquista un potere soprannaturale (nanm), la salute e la buona fortuna. Al termine di questo cerimoniale le hunsi compiono una danza estatica di possessione in mezzo ai vasi nuovamente accesi, provvedendo infine a rimuoverli e spingerli in un foro praticato al centro di un vevé. Al mattino della domenica avviene l'uscita solenne dalla ritirata. I neofiti sono disposti a coppie (che saranno per sempre legate da un comune vincolo iniziatico), formando una processione che passa sotto un lenzuolo che le hunsi tengono disteso sul loro capo. Rendono omaggio ai vari alberi sacri dei loa e poi ricevono dalla mambo istruzioni circa la loro nuova condizione e i loro obblighi. Nel pomeriggio si celebra una nuova "uscita" solenne, durante la quale i neofiti si inchinano dinanzi alle porte del santuario, ai tamburi, al pilastro centrale e ai dignitari dell'humfo. Si fermano davanti a un altare con le candele in mano e lì un père-savane (propriamente un prete della foresta, con funzioni di curato, esempio di come la liturgia cattolica è innestata nel rituale vodu) legge le preghiere in francese e latino e procede al battesimo di ogni iniziato, accompagnato dal padrino e dalla madrina, con acqua spruzzata a mezzo di un ramoscello. Da questo momento l'huno (il novizio) diventa kanzo.

Osservanze rituali dopo la ritirata


Nei quarantuno giorni successivi all'uscita il neofita è considerato in una condizione di rischio e di precarietà, perché è stato coinvolto col sacro; per questo è tenuto ad osservare comportamenti tipici di difesa, conducendo una vita disciplinata, evitando di esporsi al sole e alla rugiada serale, astenendosi dalla carne di maiale, dai cibi freddi e dalle bibite ghiacciate. Al 18° giorno il neofita si porta al mercato e chiede l'elemosina. Con il denaro raccolto offre una banchetto ai poveri. L'uscita dal rischio sacro avviene con la cerimonia della "discesa delle collane". I novizi vestiti di bianco con le collane di kanzo (aventi funzione amuletica e contenenti la presenza del loa) sotto le camicie, vanno al santuario e depongono le collane al suolo dove sta il vevé del loro loa personale, vevé tracciato dal prete. Il prete ritira le collane e le deposita nel santuario.

Questo video si riferisce all'iniziazione kanzo di un nuovo culto e di un nuovo santuario. Molto probabilmente le novizie all'uscita dalla camera di iniziazione passano sotto un lenzuolo bianco, il sacerdote e le sacerdotesse, hungan, hunsi, mambo, vestiti di bianco cantano e danzano agitando il sonaglio, mentre rulla il tamburo. Notasi le tuniche bianche dei novizi, che hanno un copricapo particolare che dovrebbe essere il pot-kanzo, cioè il loro bon-ange, il vaso della testa. L'atmosfera è festosa e chiassosa.


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Bibliografia: Alfonso di Nola, Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi.
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